fondamentalismo della modernità

"Potremo esultare alla morte di dio
solo quando avremo un'alternativa all'individualismo."

giovedì 22 maggio 2014

Do it yourself architecture


La rivista Boundaries è al 9° numero (www.boundaries.it - 1.Contemporary Architecture in Africa, 2.Architectures for Emergencies, 3.Architectures of Peace, 4.The Other City, 5.Architecture and Recycling, 6.Container Architecture, 7.Free Architecture, 8.Architecture and Utopia).
"Do it yourself architecture", il titolo di questa monografia. A parlare non è più l'architetto dei piani regolatori, delle ville a schiera, dei grandi complessi residenziali, ma un laureato disoccupato costretto a ridefinire il suo ruolo: la professione di un tecnico al servizio dell'istanza del costruire e dei soggetti che la esprimono.

"Nel mondo "sviluppato" si è favorita una diffusa resistenza, anche culturale, all'idea che le persone possano realizzare da sole un alloggio dignitoso, salubre e solido; un alloggio, più semplicemente, che consenta di godere delle gioie essenziali della vita."

Quattordici progetti da tutto il mondo, accomunati dalla mancanza dell'architetto, più che dalla sua presenza: esperienze di autocostruzione, co-housing, biblioteche, scuole ed edifici comunitari. Altri materiali, altre tecniche costruttive, una gestione collettiva del costruire. Sembra la fine del monopolio tecnico ed estetico del mondo occidentale, per la riconquista delle capacità di autonomia e, più in generale, di umanità.





"Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le iniziative autonome non sono un pericolo per l'ambiente, né di scarsa qualità, e rispettano i migliori criteri di sicurezza: nella maggior parte dei casi i risultati dei progetti di co-housing e di autocostruzione sono più sostenibili, esteticamente gradevoli e funzionali dell'equivalente prodotto nel mercato immobiliare di massa."

La riconquista di autonomia nel costruire, dunque, è la migliore delle dimostrazioni di come l'assetto individualista sia superato. Limite di questa rivista o, se vogliamo, limite della specializzazione professionale dell'architetto, è l'evitare di porsi la questione fondamentale: qual'è lo spazio della forma umana?

Questa interessante rivista può esistere proprio perché le forme sociali dei decenni passati, la famiglia mononucleare dell'individualista e la relativa villetta a schiera, sono superate. L'esigenza di una reale vita sociale si presenta all'orizzonte e sarà in grado di cambiare radicalmente la nostra concezione dell'abitare. Al riguardo vi ricordo le riflessioni che avevamo iniziato qualche tempo fa con il post "Architettura ormonale".( 8 febbraio 2013)

giovedì 8 maggio 2014

Considerazioni sull'uso della mariuana


La canapa è una pianta molto simile all'ortica: come questa si copre di microscopici aculei silicei che riempe non con una sostanza urticante ma con una resina che si scioglie con il grasso e che si concentra nelle infiorescenze sulle bratte che ricoprono il seme.



Quando  arriva un uccellino, attirato dall'ottimo e abbondante nutrimento che rappresenta, questi prende ad estrarre i semi dalle infiorescenze ed inevitabilmente si sporca il becco con la sostanza contenuta negli aculei silicei.
Tale sostanza si scioglierà nel grasso contenuto nel seme e sarà assimilata. Questo è lo sballo!
L'uccellino che avrà assunto il THC (il famoso tetraidcrocannobinolo) potrà così sperimentare una serie di effetti che possiamo immaginare molto simili a quelli che prova l'umano fumatore di mariuana.
Anche a lui verrà la "fame chimica" ma, visto che si è appena abbuffato dei semi, non sarebbe un problema. Si sentirà più rilassato ma, non dovendo bollare la cartolina ed avendo già la pancia piena, potrebbe fermarsi su un ramo a fare le sue considerazioni...



Ma c'è invece un effetto che può spaventare il nostro uccellino, al punto da impedirgli di tornare in seguito ad insidiare quella pianta: il thc gli cancellerà temporaneamante le sue preziose mappe di orientamento, si troverà d'improvviso in un mondo sconosciuto e, giustamente, si preoccuperà per il rischio di finire sotto le grinfie di una poiana o di perdere il suo stormo o il suo nido.
La descrizione di questo meccanismo di difesa vegetale mi sembra utile per inquadrare il fenomeno della mariuana, vista l'impossibilità di un uso razionale e scientifico di termini quali droga o sostanza psicoattiva. Tutte le sostanze assimilate ed assimilabili sono psicoattive, ovviamente, come sono psicoattivi lo stress, una litigata con la fidanzata o l'incontro casuale con una persona interessante.
Nel prossimo post cercheremo di indagare l'aspetto neurologico degli endocannabinoidi prodotti dal nostro corpo.


domenica 27 aprile 2014

Sorgo


Un cereale nuovo per noi, mai usato nella nostra cucina, e non è cosa da poco perché, attualmente, ne stiamo usando parecchi. In questo modo: a colazione circa un etto tra fiocchi di  avena nel caffè d’orzo, gallette secche di segale e cornflakes di mais; pranzo e cena una piccola porzione di pasta e poi il cereale integrale così alternato: circa una volta la settimana polenta (non farina ma cereale intero abbinato ad un legume, bella soda  e mangiata ripassata in padella per almeno due o tre pasti) di miglio e lenticchie ed una di amaranto o di quinoa, sempre cotte con lenticchie rosse decorticate. Occasionalmente riso, farro o bulgur.
In ordine di quantità consumata: avena, miglio, grano saraceno, quinoa, mais e amaranto, poi riso e farro, il grano duro e tenero praticamente solo come farinaceo. Undici cereali che il sorgo porterebbe alla dozzina piena!



Appena l’ho trovato commercializzato (della Finestra sul Cielo l’ho trovato a Torino a 1,90 euro il mezzo chilo) abbiamo cominciato a sperimentarlo.
In primo luogo dimenticate le istruzioni sul pacchetto: in venti minuti dopo due ore di ammollo… lo mangerete ben crudo (la cattiva abitudine di allettare il cliente che non ha voglia di cucinare con tempi di cottura ridotti è una strategia commerciale sicuramente imbecille, sui tempi lunghi, ma anche la più diffusa). L’ammollo è essenziale per eliminare eventuali tracce di durrina (una sostanza indigesta cianogenetica), ma lasciatelo pure una notte o un giorno intero perché è un cereale coriaceo.
E poi la cottura. Bollito in pentola a pressione per due ore è il minimo per averlo appena cotto sgranato (da insalate o da saltare in padella), poi questo ho provato a ricuocerlo con lenticchie rosse decorticate: buono il risultato, così come abbinato ai piselli, ma non troppo pratico come ricetta di due cose da fare separatamente. Pensando invece ad un legume a lunga cottura, ho provato a farlo coi borlotti, ammollato con loro e cotto a più riprese fino a che i fagioli fanno la crema. Così può essere la base per una buona minestra da inventare, però il sorgo è ancora in chicchi e non fa l’effetto polenta. Proverò ancora a cuocerlo coi tempi lunghi dei ceci.



Come valutare questo cereale?
La macrobiotica ha sempre consigliato la centralità del riso per il suo equilibrio yin-yang. La nostra esperienza di vita ci ha nella pratica indotti a centrarci più sui cereali  minori (miglio, grano saraceno, quinoa, più piccoli e quindi più concentrati, più yang) e sulla loro traduzione in comode polente.
Questa prima esperienza con questo cereale ci ha stupiti perché ci è sembrato più yang, energeticamente più carico ancora dei cereali che stavamo usando. Questo ha coinciso con un periodo di intensa attività fisica, di tutti i generi, e questo cereale si è rivelato un’eccezionale fonte di energia. L’alto contenuto di fibra unito alla resistenza del chicco intero alla cottura lo rendono un buon accelleratore del transito intestinale (attenzione, intestini delicati potrebbero averne problema). Nulla da eccepire sul piano ecologico, essendo una coltura adatta a terreni poveri e siccitosi sarebbe ottimo per sostituire l’idrovoro mais.
Trovando poi le informazioni storiche ci siamo resi conto che il sorgo potrebbe rappresentare davvero un altro tipo di centralità nella nostra alimentazione, una centralità filogenetica conseguente ad un uso ancestrale, e qui per ancestrale non si può intendere solo il paleolitico (100mila anni fa, fino a dove hanno trovato testimonianza archeologica dell’uso del sorgo) ma probabilmente originaria, fin dall’africa e fin dai primi ominidi.
Gli effetti del ritorno ad un cereale che ci ha accompagnati forse da sempre, in cucina può rappresentare quel “ritorno indietro” inteso come progresso esistenziale dagli antichi taoisti…

In questo momento il sorgo è il cereale dei morti di fame (zone povere di africa e asia), mentre da noi è considerato e coltivato solo come foraggio per il bestiame. Ma chiunque riconosca che anche l’umano ha una forma, può rendersi conto dell’importanza  alimentare e medica di reintrodurre un cereale con il quale, in fondo, abbiamo allevato la nostra specie.

sabato 12 aprile 2014

Tortillas di grano saraceno


Grano saraceno e tortillas: un altro modo per fare il saraceno, un altro cereale per fare le tortillas... cucina internazionale!



La procedura è analoga a quella per le tortillas di mais che trovate in un post dell'anno scorso.
Cuocere "al dente" il grano saraceno in poca acqua salata(portate a bollore per cinque minuti e poi spegnete lasciando la pentola chiusa perché finisca di cuocere assorbendo l'ultima acqua). Poi bisogna schiacciarlo e qui vi lascio trovare il vostro attrezzo, io per il mais l'ho risolta col tritacarne, qui ho usato semplicemente un passaverdura).
Quindi si impasta il risultato regolandosi con eventualmente un po' d'acqua perché risulti manipolabile e schiacciabile con un mattarello allo spessore di circa mezzo centimetro. Scaldate la piastra e in pochi minuti dovreste ottenere la consistenza delle tortillas: due superfici croccanti con in mezzo il morbido.
Accompagnate con un secondo gustoso, come ad esempio dei fagioli neri un po' cremosi da "tirar su" con le tortillas, un umus o un ragù di ceci... vengono delle tartine ben gustose che possono rendere gradito il grano saraceno ai bambini ed a tutti.

venerdì 4 aprile 2014

La draga di Fukuoka

Un nuovo pezzo d'orto per questa primavera. 250 mq di terra pronta per ospitare le zucche, una coltura ottima per colonizzare un pezzo nuovo come questo.
Il sistema è sempre lo stesso, interrare legno che si composterà nei prossimi anni fornendo il materiale per fenomeni di micorrizzazione che potenziano le capacità produttive di ciò che coltiviamo. Il metodo è quello di Fukuoka, la draga ci consente di farlo alla grande.
Per tre anni abbiamo stoccato materiale di sfalcio e potatura (l'anno scorso la potatura di un'enorme siepe di lauro ceraso ha portato 200 mc di materiale). L'intervento è durato una giornata: 10 ore di lavoro con l'escavatore da 35 qt.li, 150 euro di noleggio e 50 di gasolio.
Abbiamo scavato il terreno per una profondità di circa 40 cm onde recuperare lo strato superficiale fertile, con cui abbiamo poi ricoperto interamente il cumulo di legname. Il risultato è un orto che non avrà problemi di drenaggio (ora è alto 80 cm, ma tra una decina d'anni risulterà ancora un gradino di 30 cm) ed una riserva di fertilità per gli anni a venire. La superficie verrà poi integrata con terriccio di bosco e sabbione per ridurre la capacità colloidale di una terra molto argillosa come la nostra.








sabato 29 marzo 2014

Proprietà privata, commercio e guerra



Proprietà privata, commercio, guerra. La civiltà si riassume in pochi termini perentori che sembrano irrinunciabili o, perlomeno, fatalisticamente inevitabili. Nella prospettiva di una rilettura naturalistica dell'esperienza umana, questi termini vanno invece considerati come semplificazioni di precedenti complessità:

La proprietà privata è la misura dei propri limiti.
Sono miope: ho bisogno del mio paio di occhiali. Sono un vecchio malsano: ho bisogno di pagarmi medicine e badanti. Ma anche e semplicemente non so bene chi sono, in questa vita alienante, ed ho bisogno di oggetti di ogni sorta, dalla macchina bella alla casa al mare, per costruirmi un'identità. La proprietà di una casa e di un pezzo di terra possono essere certificati solo dal notaio, ma quel singolo esoso atto è nulla in confronto allo sforzo reale di costruirsi quella casa e di coltivarsi quel pezzo di terra. La salute è presenza reale, sul territorio come in qualunque cosa facciamo, e precede (precede, non sostituisce!) qualunque atto notarile voglia garantirmene il possesso.

Il commercio sostituisce la comunicazione interpersonale.
I soldi sembrano risolvere il bisogno degli altri. Nel procurarmi il cibo e qualsiasi oggetto mi serva non starò più a considerare gli altri e cosa sanno fare, ma sarò preoccupato solo di quanto ho nel portafoglio. In realtà questi soldi non corrispondono al cibo che posso comprare... ma all'incapacità di coltivarmelo da solo. La comunione attorno ad un focolare o lo scambio con gli altri sono opzioni sempre disponibili, non hanno bisogno di eliminare la moneta circolante per affermarsi.

La guerra è un gioco individualista
Sostituisce il sesso ed un sano scambio genetico fra popolazioni. E' la tragica semplificazione della diplomazia, lo sfogo di una pressione demografica che non si è stati in grado di regolare altrimenti, la falsa creatività di sentirsi più ricchi perché in meno a spartirsi il bottino. La guerra è fatta dagli uomini e voluta dalle donne... come la fabbrica, come l'arte. Chi si vuole sottrarre a questa logica dovrebbe chiedersi come fare per evitare perlomeno di generarne la richiesta. E l'organizzazione di un reale tessuto sociale, non familista ma territorializzato, continua a sembrarmi l'opzione più ragionevole: un territorio tenacemente abitato da tanta gente con un parco stile di vita rappresenta ben poco interesse per qualunque aggressore.




sabato 22 marzo 2014

Educazione ancestrale



<< Nel 2004 Carolina Izquierdo, un'antropologa dell'università della Carolina a Los Angeles, ha trascorso diversi mesi tra i matsigenka, una tribù di circa dodicimila persone che vive nella foresta amazzonica peruviana. I  matsigenka cacciano le scimmie e i pappagalli, coltivano la yucca e le banane e costruiscono case con tetti di foglie kapashi (un tipo di palma). Un giorno Izquierdo ha deciso di accompagnare una famiglia che andava a raccogliere foglie di kapashi lungo il fiume Urubamba. Una bambina di un'altra famiglia,Yanira, ha chiesto di andare con loro. La spedizione è durata cinque giorni. Pur non avendo un ruolo chiaro nel gruppo, Yanira ha trovato rapidamente il modo di rendersi utile. Spazzava la sabbia dalle stuoie e aiutava ad accatastare le foglie di kapashi da riportare al villaggio. La sera pescava crostacei, che poi puliva, bolliva e offriva a tutti. Era calma, controllata e non chiedeva nulla. Izquierdo è rimasta molto colpita da quel comportamento perché all'epoca del viaggio Yanira aveva solo sei anni (...)
Quando gli antropologi studiano culture come quelle dei matsigenka, tendono a individuare degli schemi ricorrenti. I matsigenka premiano l'impegno e l'autosufficienza. I loro riti quotidiani, le loro pratiche educative, perfino le loro favole rafforzano questi valori, fondamentali per una comunità che vive di agricoltura di sussistenza. Nelle favole dei matsigenka i personaggi fanno spesso una brutta fine per colpa della loro pigrizia. I bambini che non afferrano il messaggio vengono frizionati con una pianta urticante (...)
I matsigenka incoraggiano da subito i figli a rendersi utili. Spesso appena imparano a camminare si riscaldano da soli il cibo sul fuoco, e non è raro vedere bambini di tre anni tagliare la legna e l'erba con machete e coltelli. A sei o sette anni i maschi cominciano ad accompagnare i padri a pesca e a caccia, mentre le bambine aiutano le madri a cucinare. Quando raggiungono l'adolescenza, i giovani matsigenka hanno sviluppato quasi tutte le competenze necessarie per sopravvivere. E quelle competenze stimolano la loro autonomia, che alimenta nuove competenze: un circolo virtuoso che li guida fino all'età adulta. >>

Questa bellissima testimonianza la trovate nell'articolo di E. Kolbert su "L'internazionale" del 7/6/'13 ma, se lo andrete a leggere, vi accorgerete che l'oggetto dell'articolo in realtà è l'assurda pedagogia americana che, a differenza dei matsigenka, sforna la tragedia di una generazione ormai espressamente alle soglie dell'handicap psico-fisico e comportamentale.
Non è una bella lettura, e la lascio alla vostra sensibilità (ricordate solo che purtroppo l'america di oggi, in termini di involuzione consumistica, rappresenta l'Italia di domani!). L'articolo, e le ricerche antropologiche cui si riferisce, pongono correttamente la questione "se escludiamo la progenie imperiale della dinastia Ming e i delfini della Francia prerivoluzionaria, i ragazzini statunitensi di oggi sono probabilmente i più viziati nella storia dell'umanità", e descrivono le storture pedagogiche capaci di produrre tale disastro. L'articolo non ricorda però la percentuale di obesità infantile americana che, invece, mi sembra essere l'elemento essenziale per la comprensione "olistica" del problema.
Gli americani non risolverebbero i loro problemi educativi solo riscoprendo un rapporto più ragionevole coi figli. Perché purtroppo quei figli sono inchiodati alla forma dei loro corpi, alla chimica industriale che li ha cresciuti, al malessere fisico che spesso rappresenta l'unico panorama psichico che hanno  potuto conoscere! Forse l'america continua a rappresentare l'avanguardia, certo, in un percorso obbligato che dalla modernità porta alla risacca, al retrocedere nella storia, nell'economia e nella potenza. Siamo al paradosso, per una cultura protestante tesa da sempre all'autonomia, trovarsi oggi dei figli incapaci e malati... da spronare ad una forma che non potranno più raggiungere per limiti oggettivi!
I matsigenka non hanno una pedagogia, non ne hanno probabilmente bisogno: la forma della salute, la forma della vitalità dell'ambiente naturale e delle loro risorse, la loro alimentazione... coltiva dei corpi e dell'entusiasmo che non hanno bisogno di alcuno sprone per sbocciare!

martedì 18 marzo 2014

La pollution du genre

Du point de vue du genre, pour chaque action masculine nous devons chercher une correspondante «motivation» femminine. Donc si le mâle construit une société compétitive, il le fait parce qu'il c'est «mariée» a une motivation femminine cela induit d'etre competitif.
La pyramide hiérarchique de notre société en apparence seulement est composée d'hommes, nous devrions imaginer à la place de ces hommes toutes leurs femmes et, surtout, toutes les demandes de ces dernières!
La monogamie dissocie chaque homme de la collectivite masculine, pour le mettre en situation concurrentiel et individualiste.
Une fois marié, chaque femme permet à un homme de se sentir un peu «patron», et ce peut importe le niveau social de celui ci, sans aucune réelle comparaison masculine, sans  la nécessité de «prendre la mesures» de la virilité de chaque male. Et si la femme joue un peu la stupide ... c'est juste pour mieux le lui laisser croire!

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Looking at gender, for each male action we must try to find correspondent female "motivation". When masculinity builds a competitive society, it is because he "married" a female  motivation which is asking to do so.
Hierarchy pyramid of our society looks it is made by men, but in reality, we can imagine where men are there are always their wifes behind asking him to do things.
Monogamy disassociates every man from collective and compositive dimension of male physiology, moreover it reproposes them competitive and individualistic way.
Every married women authorizes men to feel himself a bit "leader", from whatever social class he came. Men doesn't need to "measure" themselves with other men. And if women looks like a bit stupid...it is only to make men to be sure of it!

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In un'ottica di genere, per ogni azione maschile dobbiamo cercare una corrispondente "motivazione" femminile. Se il maschile costruisce dunque una società competitiva, lo fa solo perché ha "sposato" una motivazione femminile che gli chiedeva, evidentemente, di fare in tal senso.
La piramide gerarchica delle nostre società solo in apparenza è fatta di uomini, in realtà dovremmo immaginarvi, al loro posto, tutte le loro mogli e, soprattutto, tutte le richieste di quelle mogli!
La monogamia dissocia ogni uomo dalla dimensione collettiva e compositiva della fisiologia maschile, per ributtarvelo in senso competitivo ed individualistico.
Sposandosi, ogni donna permette ad un uomo di sentirsi un po' "capo", a qualunque gradino sociale si trovi, senza bisogno dunque di alcun reale confronto maschile, senza bisogno di "prendere le misure" della virilità di ciascun altro maschio. E se fa un po' la stupida... è solo per farglielo credere meglio!


(un grazie per la traduzione francese ai nostri ospiti, primi wwoofers di questa primavera)

martedì 11 marzo 2014

Grillo salta per la storia

Immaginavo l'elettore medio del movimento 5 stelle, quello stufo del malcostume e della politica del fottere, quello che avrebbe riconosciuto nel grillismo il superamento della semplificazione ideologica destra-sinistra per un maggiore realismo ecologista... Questi, a voler essere coerenti, avrebbe anche dovuto trovare interessante un'idea critica di storia: non progresso ma involuzione, sommatoria di semplificazioni, potenza tecnologica pagata con la perdita di umana complessità... Questi, mi sarei aspettato, avrebbe potuto aggregarsi nell'obiettivo di un superamento della storia, nella formulazione di una realistica e vitale alternativa al flusso omologante della storia della civiltà e del suo danno.

E invece no! Ai grillini, o per lo meno a Grillo, la storia sembra da usare e non da lasciare: rivendicata come strumento di rivolgimento radicale del territorio, dei popoli e, addirittura, del tempo. Si rievoca il Regno delle due Sicilie, si auspica il ritorno del Trentino all'Austria e della Val d'Aosta alla Francia. Dovremmo quindi continuare restituendo al papato le regioni rosse e cercando gli ultimi rampolli delle stirpi degli Sforza per Milano o dei Medici per Firenze, orfana del suo Renzi... Certo, per sé Grillo rivuole la Repubblica Marinara, ma a noi piemontesi toccherebbe l'erede Savoia che tutti conosciamo...!!!

A parte gli scherzi, mi spiace profondamente. Mi spiace e mi preoccupa vedere che con queste stupidaggini Grillo ha bruciato (e senza ambiguità ormai, col suo personalismo) un'ipotesi politica seria - l'autonomia - l'unica ipotesi che poteva rappresentare una risposta concreta alla crisi della modernità. Tutti qui avrebbero dovuto essere, i grillini, a studiare l'autonomia e le condizioni che la permettono: la salute e l'alimentazione per gestirla, un rapporto diretto col territorio, il riconoscimento filosofico dell'umana forma (naturalisticamente determinata: una specie e i suoi limiti)  e dunque di una misura per le nostre ambizioni.

Niente da fare: d'ora in avanti sarà solo più difficile parlare di queste cose, grazie tante!

In sostanza penso che molti, inizialmente, abbiano accettato l'invadenza grillesca per la funzione catalizzatrice che sembrava indispensabile ad avviare l'impresa. Oggi però quell'invadenza ha soffocato il suo stesso movimento sospingendolo verso la deriva, sempre pericolosa, di qualsiasi populismo. Non so se il movimento 5 stelle potrà salvarsi, senza Grillo, so però che non potrà riacquistare credibilità finché i suoi aderenti non saranno riusciti a detronizzare il loro ingombrante genitore.


giovedì 6 marzo 2014

Per una ridefinizione del misticismo

Un principio di unitarietà del reale può essere un presupposto assunto razionalmente, oppure può essere un'esperienza percettiva personale: questa seconda strada è stata chiamata esperienza mistica.
Nel termine misticismo suona però una nota di estraneità ed eccezionalità che non si merita e che sospettiamo essere solo il frutto alienato del vivere civile. Da principio appannaggio della sfera religiosa (la fede, il credere qualcosa di inverificabile, è un'esperienza prettamente soggettiva ed insindacabile...), poi limite all'approccio empirico della scienza, il misticismo di fatto è stato reso inutilizzabile per la vita quotidiana, col risultato di una gran perdita di complessità e dell'impossibilità ad accedere ad un sano realismo.



Ma cosa potremmo intendere invece, ragionevolmente, con esperienza mistica? Mistico, misterioso è ciò che non vediamo da un certo punto di osservazione... ma che possiamo scorgere se solo ci spostiamo un po'. Non devo però necessariamente pensare all'ecstasy o ad un febbrone da veder la madonna. Il nostro stato di coscienza non è mai neutro ma è determinato dalla quotidianità delle nostre abitudini di vita.
Dunque la prima cosa che mi viene in mente è che quando, tutti i giorni, mi siedo a tavola ponderando "l'effetto che fa" il cibo che mangio e non solo il godimento istantaneo del gusto... questa io dovrei chiamarla esperienza mistica!

Chiamatela un po' come volete. Sarà un'esperienza soggettiva, certo, ma anche confrontabile con i miei commensali. E poi... io non posso buttarmi via come strumento di osservazione della realtà: saprò ancora riconoscere se mi alzo da tavola col mal di pancia!

sabato 1 marzo 2014

The China Study 4


“The China Study” è un libro scientifico ben fatto e comprensibile per chiunque voglia adottare razionalmente quei pochi criteri indispensabili per gestire la sua salute con l’alimentazione e lo stile di vita.
Rappresenta un’ammissione storica e fondamentale per la scienza medica: è inutile inseguire la malattia nelle sue mille facce quando basterebbe tornare a coltivare la complessità e le risorse interne al nostro organismo. Nel fatalismo con cui le popolazioni moderne leggono la loro vita, in balìa delle percentuali di cancri ed infarti, è insito un tragico disprezzo di sé.
Ma a chi giova? La gigantesca cattedrale di tecnologia e soldi per la ricerca biomedica è stata eretta da quello stesso popolo che si procura le sue malattie al supermercato. Mister Campbell prova a capire, con quella commovente ingenuità americana, dove il percorso della salute pubblica si blocca. Dedica un intero capitolo a sottolineare i potenti interessi economici e le lobby coinvolte…
“E’ un messaggio saldamente basato sull’ampiezza e sulla profondità delle prove scientifiche e il governo potrebbe chiarire la questione, come lo fanno per le sigarette. Le sigarette uccidono e anche questi alimenti sono sbagliati. Invece di tutto questo, il governo afferma che i prodotti animali, i latticini e la carne, gli zuccheri raffinati e i grassi nella dieta fanno bene! Esso finge di non vedere né le prove scientifiche, né i milioni di americani che soffrono delle malattie collegate all’alimentazione. Il patto di fiducia fra il governo degli Stati Uniti e il cittadino americano è stato infranto: il governo americano non solo non estingue i nostri incendi, ma soffia attivamente sulle fiamme.”
Ma lo stupore per la fottitura non basta a capire il reale gioco di complicità che sospinge l’umano verso derive di malattia, apparentemente incapace di usare quella stessa ragione che rivendica come sua specificità.
Proviamo a prenderla da un altro lato. Guardate ad esempio questo schema relativo agli effetti di carne e latte sul corpo femminile:



In sostanza si sottolinea la stretta correlazione fra il cancro al seno e l’esposizione a forti livelli di estrogeni e colesterolo, risultato di “una dieta a elevato contenuto di cibi animali e di carboidrati raffinati che: anticipa l’età del menarca, ritarda l’età della menopausa, aumenta i livelli di ormoni femminili e di colesterolo endogeno (…) In base ai dati della ricerca, l’esposizione all’estrogeno nell’arco di un’intera vita è almeno di 2,5-3 volte maggiore fra le donne occidentali rispetto alle donne della Cina rurale.”
Quindi gli effetti di questa “stupidità” alimentare diventano comprensibili se immaginiamo che allungare la propria vita sessuale attiva, potenziarla ormonalmente ed imbottirsi di colesterolo per difendere la propria chiusura egopatica… rappresenta sicuramente un assetto sociale gradito a molte donne contemporanee! Un’alimentazione ed una chimica coerenti con un ruolo sociale, la donna e non la mamma, infatti con questo stile di vita la gravidanza è necessariamente medicalizzata ed il far figli diventa un serio problema sanitario.
E al maschile? Qualunque calvo sa che la sua pelata è frutto di un eccesso di testosterone, magra consolazione! Così molti sportivi cercano l’effetto “potenziante” della carne direttamente con l’assunzione di carnitina, testosterone o steroidi.
Certamente i portatori di rishò e gli sherpa con i loro carichi in alta quota dimostrano che il vero potenziamento si ottiene con i vegetali. La “potenza” della carne ha invece una precisa valenza sessuale, che d’altra parte contrasta con l’efficienza fisica: tutti abbiamo esperienza di quanto pesa digerire la carne, ed il pesantore è l’opposto della potenza.
Ma se non è l’efficienza fisica il valore aggiunto dell’uso della carne, allora che cosa c’è dietro una grigliata? Secondo me “la grigliata” è quello che resta della “società degli uomini”: nell’orizzonte condiviso della “missione” maschile (la caccia come la costruzione di una casa o un campo da dissodare) l’intrusione del fattore privilegio fa sì che l’attenzione passi dalla caccia (che richiede lo sforzo di un corpo realmente efficiente) al bottino! E allora se c’è il cinghiale che cuoce al centro del villaggio, o la cotoletta nel piatto, vuol dire che il maschile ha già compiuto positivamente la sua missione…
Non è l’informazione che manca, e neanche siamo più stupidi del solito, il problema è semplicemente che l’alimentazione a carne/latte è perfettamente consonante, esaltando chimicamente la dinamica dei ruoli sessuali uomo-donna, con l’assetto individualista. Certo, il cancro è il prezzo da pagare ma, almeno inconsciamente, è un rischio che tutti accettiamo di correre per partecipare alla vita moderna.

E’ dunque l’importanza del ruolo sociale che impedisce di seguire la razionalità e cambiare rotta? Pensiamoci, ma dovete ammettere che la dimensione ormonale ha spesso la precedenza sul nostro ragionare: non ho mai conosciuto nessuno che abbia potuto fermare l’avvento della pubertà o della menopausa con uno sforzo di intelligenza!

lunedì 24 febbraio 2014

La cultura Mosuo e il matriarcato


Saranno più di quindici anni che dai recessi della Cina rurale sono spuntati i Mosuo: finalmente una cultura matriarcale!
Le donne gestiscono in prima persona l'organizzazione sociale e famigliare, alla matriarca la responsabilità di ogni decisione importante. Libertà sessuale, nessuna convivenza: di sera l'amante appende il cappello alla porta della donna che l'ha ricevuto ed al mattino se ne riparte, i figli saranno della famiglia della donna ed i suoi genitori ed i fratelli li accudiranno. Nessuna gelosia, le relazioni vengono interrotte senza drammi, almeno all'apparenza:
"I Mosuo non hanno la minima intenzione di far coincidere nella stessa persona affetto, famiglia e casa. La famiglia, per rimanere salda, non deve mai essere fondata sulla coppia, che secondo loro rende il gruppo altamente instabile. Il sistema delle visite, come modalità di vita sessuale, consente ai membri della famiglia consanguinea di restare uniti e li dispensa dal dover coabitare con un estraneo. Questa è una delle ragioni fondamentali per cui la figura paterna è sconosciuta. Quando resta incinta, la donna non può stabilire con assoluta certezza con chi ha concepito e, se anche lo sapesse, potrebbe comunque astenersi dal dirlo al figlio.”



Non è il primo libro sui Mosuo che leggo ma, alla fine di una descrizione più o meno idilliaca di questo diverso assetto sociale, mi resta sempre in testa una domanda: e i finocchi? In una popolazione di 25mila persone, e contando una percentuale fisiologica anche solo del 2%, dovremmo trovarne 500. Come mai di questi nessuno mi ha mai parlato?
Anche in questo libro l’argomento non viene affrontato direttamente. E’ vero, l’autore tenta di indagare la condizione maschile, ma con scarso successo. Il maschio Mosuo non risponde volentieri alle domande sul suo assetto sessuale. Inoltre l’autore si trova di fronte un soggetto con scarso peso sociale, un uomo abituato a ricevere ordini da parte delle donne del gruppo, che passa buona parte del tempo a giocare a carte con gli amici… L’autore arriva al punto di chiedersi se non è il caso di invitare le madri degli intervistati, vista la scarsa propensione di questi uomini a sviluppare delle opinioni personali.
In sintesi, provate ad immaginare l’orizzonte mentale della nostra casalinga anni ’50, dedita esclusivamente alla cura di casa marito e figli: semplicemente questa condizione limitata, nella cultura Mosuo, è toccata all’uomo! Una società delle donne che, strutturata dal potere della matriarca, non viene bilanciata da una società degli uomini. La foto di copertina del libro parla più dello scritto: cinque uomini accovacciati in fila guardano una donna che, nella tipica posizione del capo con le mani dietro la schiena, a sua volta controlla il lavoro di altri uomini.
Evidentemente non basta un po’ di libertà sessuale a cambiare le cose nella sostanza, e questa impostazione sociale probabilmente si spiega più come influenza religiosa che come residuo di antiche storie matriarcali. I Mosuo infatti sono di origini tibetane ed hanno ereditato un buddismo tantrico dalla conquista dei mongoli.
L’esercizio del potere, così come l’espressione di una qualsiasi religione, anche quella buddista che al potere potrebbe sembrare antitetica, è sempre frutto di una delega, espressione di debolezza e non di complessità.

A che serve liberare l’energia di Kundalini… se poi metà della popolazione, in questo caso i maschi, viene allevata in condizioni di programmata minorazione? L’esclusivismo sessuale è il problema del familismo che conosciamo, ma le cose non si risolvono se, all’opposto, viene alzata la bandiera dell’”indifferenza” sessuale. Perché di questo si parla, quando le donne non trovano nulla da eccepire nei loro partner. Sono felici, complessi, umanamente sviluppati? Se lo chiederanno mai le donne Mosuo incontrando i loro amanti?

sabato 15 febbraio 2014

Onfray

Un’amica mi chiede che ne penso di Michel Onfray, filosofo francese nato nel ’59 e propositore di un’emancipazione edonista e anarchica. Nel retro di copertina del suo “Trattato di ateologia” ho trovato questa sintesi che mi sembra corretta.

<< Dio non è affatto morto, o se lo era è ormai nel pieno della sua rinascita, in Occidente come in Oriente. Di qui l'urgenza, secondo Onfray, di un nuovo ateismo argomentato, solido e militante. Un ateismo che non si definisca solo in negativo, ma si proponga come nuovo e positivo atteggiamento nei confronti della vita, della storia e del mondo. L'ateologia (il termine è mutuato da Bataille) deve in primo luogo avanzare una critica massiccia e definitiva ai tre principali monoteismi, poi proporre un deciso rifiuto dell'esistenza del trascendente e promuovere finalmente, dopo millenni di trascuratezza, una cura per "il nostro unico vero bene: la vita terrena", il benessere e l'emancipazione dei corpi e delle menti delle donne e degli uomini. >>

La cura di sé mi sembra il punto di contatto con le nostre riflessioni. Ma di quali corpi e di quali menti parla? Parla dell’individuo singolo e dei suoi desideri, potenzialmente infiniti. Parla di un corpo individualista e di una mente incapace di immaginare una dimensione sociale di reciproca responsabilità dove, qui sì, diventa essenziale la capacità, reale e pratica, di gestire e coltivare il proprio desiderio, la salute e l’autonomia.
Certo anche noi potremmo parlare di edonismo, del piacere di soddisfare i propri bisogni, del piacere conseguente al pieno respiro dell’umana forma e della sua complessità. Ma è conseguenza appunto, non obiettivo della nostra vita, come invece mi sembra essere il programma di Onfray. E l’edonismo individualista è già la proposta precisa, potente ed effimera, della modernità consumista: inseguire i suggerimenti del gusto piuttosto che ragionare un attimo sull’effetto che fa.

Non abbiamo bisogno di altri araldi della modernità, che a questo si riduce in sostanza il filosofo francese: altro che avanguardia dell’alternativa, Onfray può solo aiutarci a dimenticare ogni residuo pudore per il tradimento dell’umana forma!

giovedì 13 febbraio 2014

The China Study 3




Questa ricerca è molto lunga e dettagliata, mostra in maniera molto comprensibile I criteri di “pulizia” logica ed onestà intellettuale che garantiscono la correttezza della formulazione di affermazioni scientifiche. E le affermazioni della scienza in questo caso convergono in una:

“Le prove scientifiche raccolte da ricercatori di tutto il mondo dimostrano che la stessa dieta che è adatta alla prevenzione del cancro lo è altrettanto per la prevenzione delle cardiopatie, nonché per l’obesità, il diabete, la cataratta, la degenerazione maculare, l’Alzheimer, la disfunzione cognitiva, la sclerosi multipla, l’osteoporosi e altre malattie. Inoltre, questa dieta può solo giovare a tutti, indipendentemente dai geni o dalle predisposizioni personali. Tutte queste patologie, e altre ancora, scaturiscono dalla stessa causa: una dieta malsana in gran parte tossica e uno stile di vita caratterizzato da un eccesso di fattori che promuovono la malattia e da una carenza di fattori che promuovono la salute.”

E questi fattori di disequilibrio si riassumono nell’affermazione molto chiara di una spartizione sociologica fra:
“Malattie del benessere: cancro (colon, polmone, seno, leucemia, cervello in età pediatrica, stomaco, fegato), diabete, cardiopatia coronarica.
Malattie della povertà: polmonite, occlusione intestinale, ulcera peptica, malattie gastrointestinali, tubercolosi polmonare, malattie parassitarie, cardiopatie reumatiche, malattie endocrinologiche e del metabolismo (eccetto il diabete), malattie della gravidanza e molte altre.”
Se le malattie della povertà derivano da carenze alimentari ed igienico-sanitarie, quelle del “benessere” sono chiaramente frutto della sovralimentazione ed in specifico della scelta di carne e latte in cui molti identificano la ricchezza. Ma alimentarsi con i prodotti animali comporta l’interferenza di sostanze molto simili alle nostre, come possiamo vedere bene nel caso del diabete.

“Nel caso del diabete di tipo 1, il sistema immunitario aggredisce le cellule del pancreas responsabili della produzione dell’insulina. Questa malattia devastante e incurabile colpisce i bambini e crea così un’esperienza dolorosa e difficile alle giovani famiglie. Tuttavia ciò che quasi nessuno sa è che ci sono prove stringenti che questa malattia sia collegata alla dieta, e più specificatamente, ai derivati del latte. La capacità delle proteine del latte vaccino di causare l’insorgere del diabete di tipo 1 è ben documentata e la possibile iniziazione di questa patologia procede in questo modo:
-          Un neonato non viene allattato al seno abbastanza a lungo e viene nutrito con le proteine del latte vaccino, probabilmente in forma di latte in polvere per neonati;
-          Il latte raggiunge l’intestino tenue, dove viene digerito e scisso negli aminoacidi che lo compongono;
-          In alcuni bambini il latte vaccino non viene digerito completamente e piccole catene di aminoacidi e frammenti delle proteine originarie rimangono nell’intestino;
-          Questi frammenti proteici non completamente digeriti possono essere assorbiti nel sangue;
-          Il sistema immunitario riconosce i frammenti come invasori stranieri e si accinge a distruggerli;
-          Purtroppo alcuni frammenti sono esattamente identici alle cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina;
-          Il sistema immunitario perde la sua capacità di distinguere fra i frammenti proteici del latte vaccino e le cellule pancreatiche e li distrugge entrambi, sopprimendo così la capacità del bambino di produrre insulina;

-          Il bambino diventa un diabetico di tipo 1, e tale rimane per il resto della vita.”

sabato 8 febbraio 2014

Condividere

L’occidente è così abituato al suo individualismo che fatica a immaginare risposte comportamentali diverse. La “normalità” dell’Africa è invece la dimostrazione di un’altra impostazione.




<< Qui però siamo in Africa, e il felice nouveau riche non può dimenticare l'antica tradizione del clan, la cui norma fondamentale prescrive di dividere tutto quel che si possiede con i propri confratelli, con gli altri membri del clan ossia, come si dice qui, con i propri cugini (in Europa il legame tra cugini è ormai debole e vago, mentre in Africa un cugino in linea di madre conta più di un marito). Per cui se hai due camicie, danne una al cugino; se hai una ciotola di riso, dagliene la metà. Chi infrange questa regola è esposto all'ostracismo, all'espulsione dal clan, alla terrificante condizione di isolato. In Europa, e ancor di più in America, l'individualismo è un bene apprezzato; in Africa è sinonimo di disgrazia e di maledizione. La tradizione africana è collettivista, perché lo stare in un gruppo concorde era l'unico modo di far fronte alle avversità naturali sempre in agguato. E una delle condizioni di sopravvivenza del gruppo è precisamente la condivisione di ogni minimo bene posseduto. Una volta qui in Africa fui circondato da una torma di bambini. Avevo una sola caramella: la posai sul palmo della mano. I bambini guardavano immobili. Finalmente la bimba più grande prese la caramella, la schiacciò con delicatezza tra i denti e ne distribuì equamente un pezzetto per ciascuno. >>


da "Ebano" di Ryszard Kapuscinski.

lunedì 3 febbraio 2014

The China Study 2



Considerazioni sul colesterolo: siamo dentro un tragico esperimento, nascondere la nocività di uno stile di vita con i numeri della media… di una collettività che pratica lo stesso stile di vita!




“Via via che in alcune contee della Cina rurale aumentavano i livelli di colesterolo endogeno (quello prodotto dal fegato) cresceva anche l’incidenza delle malattie occidentali.
La cosa sorprendente era che i livelli cinesi erano molto più bassi da quello che ci aspettavamo. Il livello medio di colesterolo era pari a soli 127 mg/dl, che corrispondono quasi a cento punti in meno della media americana (215 mg/dl).
In effetti nel nostro paese circolava la leggenda che un livello di colesterolo inferiore alla soglia di 150 mg/dl comporterebbe problemi di salute, ma se seguissimo questa logica, circa l’85% dei cinesi delle zone rurali avrebbe seri motivi per preoccuparsi. La verità è ben diversa: livelli più bassi di colesterolo endogeno sono correlati a livelli più bassi di cardiopatie, cancro e altre malattie occidentali e questo vale anche per livelli di molto inferiori a quelli considerati “sani” nel mondo occidentale.
Per fare qualche esempio riferito all’epoca del nostro studio il tasso di mortalità per cardiopatia coronarica era 17 volte più elevato fra gli uomini americani rispetto agli uomini della Cina rurale. Il tasso di mortalità americana per cancro al seno era 5 volte più elevato rispetto a quello delle regioni rurali cinesi.
Nel corso di un periodo di osservazione durato tre anni (1973-1975), su 246.000 uomini di una contea del Guizhou e 181.000 donne di una contea del Sichuan, non un solo individuo di età inferiore a 64 anni aveva perso la vita a causa di una cardiopatia.”

T. Colin Campbell, “The China Study”

martedì 28 gennaio 2014

The China Study 1

"The China Study" è un libro che merita più di una recensione (Macro Edizioni 2011, euro 20). E' una ricerca epidemiologica che confronta alimentazione e malattie tra gli Stati Uniti e la Cina. Un'enorme massa di dati per la più importante ricerca di questo genere che sia mai stata svolta.
Mister Colin Campbell non è un fricchettone e non è un rappresentante della new age, ma è il tipico americano, nato in una fattoria e cresciuto a carne e latte. Diventa uno scienziato affermato, di quelli che ricevono finanziamenti ufficiali. Durante le sue ricerche scopre che le sue regole alimentari, che coincidono con quelle tipiche americane, sono sbagliate: non portano alla salute ma alla malattia. La sua ricerca è in grado di farci capire nel dettaglio quale condizione di malattia ci stiamo allevando con le nostre scelte alimentari.



Fin dal primo capitolo ci presenta del materiale che può interessare direttamente sia il consumatore che il produttore di vegetali. Nella nostra cascina ci siamo impegnati per anni a produrre, in alleanza con un coltivatore locale, un paio di quintali di farina di mais di vecchie varietà. Serviva per il nostro uso (e quant'è buona la polenta di "ottofile") e per la nostra clientela.
L'abbiamo coltivato fino a che non ci siamo imbattuti nelle dichiarazioni del dott. Veronesi il quale, da oncologo, riteneva espressamente pericoloso il nostro tipo di produzione: le aflatossine prodotte da alcuni tipi di muffa sono ritenute uno dei cancerogeni più potenti.
Siamo andati sul sito della regione veneta ed abbiamo trovato tutte le spiegazioni scientifiche che cercavamo. Le aflatossine sono realmente pericolose e non c'è scusa che tenga, non è questione di buone intenzioni, di bio o non bio. Senza un'analisi specifica (che finisce per costare più della nostra piccola produzione) non si può essere certi di non avere la presenza di questa sostanza tossica.
Non abbiamo rinunciato a piantare il mais, ne piantiamo per il nostro consumo e facciamo una particolare attenzione a raccoglierlo al momento giusto, controlliamo le pannocchie scartando quelle con tracce di muffa e lo facciamo seccare subito artificialmente (phon per l'aria calda in una scatola con rete sul fondo) onde evitare inutili rischi.
Dobbiamo considerare che il problema delle micotossine non riguarda solo i vegetali. Infatti finiscono per concentrarsi nella carne e nel latte di animali che mangiano foraggi e mangimi contaminati. Ad esempio in Veneto il raccolto di mais del 2012 è risultato così contaminato che, viste le normative, non è stato possibile farlo uscire dai magazzini. Verrà usato come combustibile da riscaldamento ed i contadini riceveranno un indennizzo dalla regione. La questione è aperta, ovviamente i contadini chiedono di alzare i limiti, il ministero della sanità si oppone, e nessuno può risolvere il problema di queste sostanze che, indifferenti alla bollitura, finiscono per sedimentarsi nel nostro corpo passando per vegetali e prodotti animali. E non sembra che le informazioni manchino,se battete su google "micotossine" avrete solo l'imbarazzo della scelta, non troverete però le informazioni che ci sono in questo libro.
Campbell nel fare la sua ricerca si è imbattuto nell'esperimento di un dottore indiano. Costui ha preso 200 topi e li ha imbottiti di aflatossine, poi a cento di loro ha dato un'alimentazione al 20% di proteine, agli altri cento una al 5%. E' risultato che tutti quelli alimentati al 20% di proteine hanno sviluppato un cancro al fegato (tipico effetto delle aflatossine), mentre nessuno dei cento alimentati col 5% ha sviluppato il cancro.   Quando il dottor Campbell, in uno studio sulle alte incidenze di cancro al fegato riscontrate tra i bambini filippini, scopre la massiccia presenza di aflatossine nel burro di arachidi, (le arachidi buone, selezionate a mano, vengono vendute intere, mentre quelle di scarto diventano burro), molto consumato nelle zone con tassi elevati di cancro. Ma la cosa interessante è che non sono i poveri di queste zone  a sviluppare la malattia,  ma i ricchi. L'esperimento con i topi del dottore indiano viene confermato. Le aflatossine da sole non bastano a sviluppare la malattia ed è la combinazione con un eccesso proteico ad essere deleteria.
Uno studio successivo evidenzia come siano le sole proteine animali a fare questo effetto, (i topi dell'indiano sono stati alimentati col 5/20% di caseina, la proteina del latte); le proteine vegetali invece, il glutine del frumento o le proteine della soia, anche se sovraddosate, non innescano questi meccanismi.
Purtroppo queste informazioni non vengono considerate e divulgate: abbiamo troppi interessi economici su carne e formaggio per permetterci questi lussi. Ma, come potete constatare, questa ricerca è molto interessante e ne presenteremo altri aspetti in post successivi.                                                                                          

domenica 19 gennaio 2014

Zenzero



Un esperimento agricolo interessante. L'anno scorso a maggio abbiamo piantato in serra dei rizomi di zenzero, tagliati considerando la presenza di getti, come si fa per le patate. Erano rizomi poco vitali e un po' raggrinziti, ma sono riusciti a riprendersi.
Una parte l'abbiamo raccolta in autunno per il nostro consumo, una parte l'abbiamo lasciata nel terreno coprendo con della paglia. L'inverno eccezionalmente mite li ha risparmiati, questa primavera interreremo nuovi rizomi e vedremo come si comportano quelli lasciati in terra.




Lo zenzero è un interessante condimento in cucina: aglio, salsa di soia e zenzero per condire paste orientali, oppure col pesce o nei dolci. Un altro modo per usarlo è tagliarne un paio di fette sottili da mettere nel tè bancha bollente (bancha o kukicha, il tè di rametti senza teina), che raffreddato è anche la bevanda estiva più dissetante che conosca. Interessante anche come produzione perché il prezzo va dai 3-4 euro al chilo nei negozi cinesi, ai 12 e/kg del supermercato bio!


sabato 11 gennaio 2014

Ecologia trascendentale

Al di là del balbettio di qualsiasi religione, possiamo provare a rileggere naturalisticamente il termine trascendenza.
Qualsiasi organismo animale è costretto a condursi tra l'immanenza della sua esperienza individuale e la trascendenza dello schema da cui ha tratto la sua forma. La discrepanza tra i due piani rappresenta la differenza di potenziale costitutiva della sua voglia di esistere, di respirare, di mangiare, di riprodursi. In ogni momento della nostra fisiologia e, prima ancora, del nostro sviluppo verso la forma adulta, è in atto questa tensione vitale e tutti vi ottemperano col proprio istinto.
Anche l'umana specie ha continuato ad usare l'istinto, vi ha però aggiunto il piano cognitivo per cui noi oggi, per esempio, possiamo tornare qui a parlare in termini espressi del nostro rapporto coi bisogni fondamentali e di come questi ci apparentino all'intero bioma.
Di questa consapevolezza possiamo avere testimonianze archeologiche solo nel momento del suo cedimento a favore di forme evidenti di ritualità e religione. Ma questo è solo l'inizio dei tempi storici, l'inizio di una Civiltà che rischia di farci dimenticare i tempi lunghi della specie e del suo inserimento ecologico nell'ambiente.
L'ecologia dei nostri antenati purtroppo è intestimoniabile ma noi, ciononostante, dobbiamo riconoscere all'ancestrale un rapporto ancora ecologico con la trascendenza.




sabato 4 gennaio 2014

Quale cosmologia



La linearità è un tratto di circolarità, un tratto limitato dove il rapporto di più stretta causalità convive con l'alto grado di libertà dei comportamenti individuali, dove c'è un'origine ed una fine, dove c'è la Storia ed il romanzo conseguente.

La circolarità è invece  l'unico senso legittimo che possiamo attribuire alla singolarità storica di quell'evento lineare, la comprensione del fenomeno d'ordine maggiore cui partecipa, la visione dell'intero viaggio e non solo di quel tratto di strada, la valenza sociale di un'esperienza altrimenti votata alla solitudine.




Le due geometrie non sono simmetriche, ma l'una contiene l'altra e, assieme, formano il tessuto della realtà. Pensate alle proteine, dove la successione lineare degli aminoacidi s'avvolge a spirale formando cordoni che a loro volta s'arricciano in altre strutture sovraordinate...

L'una contiene l'altra e non l'inverso. Perché se nella nostra testa invertiamo i termini, la circolarità si riduce al punto di un'origine mitologica, un punto astratto dalla vita, fonte di senso ma inattingibile.
Tradito il logos interno di un cosmo circolare e delle sue tensioni dialettiche (Eraclito forse ultimo testimone) la Parola diventa lo Spirito dell'uomo, di un umano edipico teologico e scientifico, ubriaco cioè, capace d'inventarsi prima un dio creatore e poi la scienza riduzionista indispensabile per liberarsene!


martedì 31 dicembre 2013

Dell'inizio e della fine


La civiltà dell'individualismo è iniziata
quando ci siamo rassegnati a vivere con degli sconosciuti.
Forse potrebbe concludersi quando si ricominciasse a cercare l'intimità,
a pretendere di raggiungere l’intimità come normale livello di relazione:
l’intimità, la fiducia, la reciproca disponibilità a ricondursi costantemente
al realismo di una vita onesta.
Ma questo patto di realismo è possibile
solo grazie alla condivisione di una cultura riferita alla forma della specie,
alla condivisione di uno stile di vita e di un’alimentazione tesi alla salute e all’autonomia,
e quindi la composizione di una stessa chimica, una comunanza di corpi e di odori…

forse di spiriti!

giovedì 26 dicembre 2013

Rivoluzione ecologista?


La civiltà ci alleva ad un ordine mentale romanzesco, al bisogno di sentirsi partecipi di una storia, e questo si riflette anche nella religione (la storia della salvezza) come nell'ideologia (il successo individualista o la lotta di classe, la liberazione).

Questo mi fa pensare che non sia lecito rappresentarci una qualche futura fine della civiltà. Abbiamo visto che la modernità va riassorbita e che si può uscire dalla storia, la civiltà allora può forse solo essere sopita, non debellata ma messa da parte,  senza mai dimenticarne il pericolo, sempre latente, insito nei nostri limiti.

Dobbiamo cambiare immaginario. In un proposito ecologico non c'è lotta politica, non c'è storia della liberazione e non c'è promessa di salvezza. Nel riferirsi alla sua forma, l'umano può solo trovare modo per scendere da quei treni in corsa... e tornare ad occuparsi della sua vita.

domenica 22 dicembre 2013

La resurrezione è fantascienza!





Se la modernità è una religione,
la fede nella scienza corrisponde
alla fede nella resurrezione.
Così l'esercizio letterario che la circonda,
la fantascienza,
corrisponde alla pluralità dei vangeli
e al sottobosco degli apocrifi.

Fuori dalla realtà... tutto si assomiglia!


mercoledì 18 dicembre 2013

La famiglia felice




Lui e lei si fanno casa. In apparenza la dimostrazione della validità dell’individualismo. Lei è contenta della virilità del marito che le ha regalato un bel nido.
In realtà lui si è fatto aiutare dal rumeno di turno, dall’uomo di fatica come dal progettista. Ma la sera lui non li invita nel letto di sua moglie… non possono avere quella pretesa, li ha già pagati, e magari i soldi non erano neppure i suoi, ma dei genitori!
Poi lei si è fatta ingravidare, ma non perché ha maturato un sano desiderio di maternità, che potrebbe gestire col suo gruppo femminile facendosi aiutare da madre sorelle e amiche, ma all’opposto, per emanciparsene, ecco perché viene fuori tutto ‘sto bisogno di case! Poi lei guarderà la sua bambina e le dirà sei una principessa, con questo intendendo sei una troia e farai carriera… ma fuori di qua!
Questo è la struttura attuale delle società di genere. Siamo una specie sociale e socialmente elaboriamo i nostri comportamenti. L’individualismo è solo un falso ideologico, un insincero fermarsi all’apparenza delle cose, perché fa comodo, per debolezza. Queste sono le dinamiche realmente in atto, il problema è solo esplicitarle e decidere cosa farne.
Ancestralmente la spontanea convivialità maschile fa il gruppo, ma questo costringe le donne del gruppo a stare assieme forzando la loro tendenza disaggregante in una gerarchia propriamente matriarcale, di potere femminile. Quando però la grande madre cede, allora vince la dispersione: ogni donna si accaparra un uomo e se lo porta gelosa un po’ più in là. Da qui in avanti, se gli uomini non sanno opporvisi perché può essere venuto meno anche il fattore maschile, aggregante, cioè l’esecrato desiderio omosessuale, ecco la frittata è fatta, voilà la Civiltà!

Ora questi, aggregazione-dispersione (vedi il post “Maschio e femmina” dove abbiamo smascherato lo stereotipo, anche scientifico, riguardo a spermatozoi e ovulo), sono due tasti a disposizione della specie, ciascuno pertinente ad un fattore ambientale diverso (c’è un mondo da popolare, oppure c’è da attuare un controllo demografico), la complessità in questo caso sarebbe il contemplarli entrambi nelle nostre valutazioni e gestirli, invece che farsene gestire.

venerdì 13 dicembre 2013

Pericolo populista

Con le ultime affermazioni di Grillo, la pretesa di un reddito di cittadinanza, il movimento cinque stelle sta mostrando il suo volto populista. Vediamo di capire perché.
Fino ad un certo punto le nazioni industrializzate si sviluppano sfruttando le proprie energie. E' vero che le materie prime continuiamo a rubarle al terzo mondo però, perlomeno nella trasformazione, un po' di lavoro lo mettiamo anche noi. Un po' di ricchezza che il capitalista si porta a casa col solito gioco: il proletariato non tesaurizza nulla e restituisce l'intero stipendio nel ciclo consumista.
Se fino a quel certo punto l'impresa investe sul suolo nazionale è perché lo trova ancora conveniente. Ma il conto si complica perché nel frattempo si moltiplicano altri lavori, e questi evidentemente non produttivi ma "di privilegio", redistributivi: terziario, burocrazia, certificazioni, tecnici di qualunque specialità e servizi di dubbia utilità ma indispensabili... per impiegare tutta 'sta gioventù che abbiamo fatto studiare!
Fatto sta che ormai, anche se è diventato impossibile distinguere, tra i lavori,  cosa renda e cosa no, l'impresa i suoi conti li ha fatti e ha deciso di delocalizzare.
Quel certo punto è stato superato. Mediamente, in Italia, il lavoro non è più produttivo, e questo ci pone senza ambiguità dalla parte del privilegio, dalla parte degli sfruttatori dell'ambiente e del lavoro altrui.
Decade ogni sorta di autogiustificazione, la sinistra non può più pretendere di rappresentare gli sfruttati e sarebbe, finalmente, la volta buona di smascherare la vera fonte delle nostre economie: non l'onesto frutto del lavoro ma... la fottitura!
E di questo Grillo mi sembra consapevole, il problema sono le conclusioni che trae: viviamo di rapina? Bene, spartiamo il bottino!
Questo soltanto può significare un reddito di cittadinanza: una consapevole associazione a delinquere che pretende di spartire il bottino!
Leggetela un po' come volete, ma questa è l'atmosfera che si respira in Italia. Berlusconi e Grillo si trovano nel dare per scontata la fottitura, imboniscono masse già consapevoli del fottere e, tutti assieme, potremmo a breve iniziare a pretendere esplicitamente la fottitura, a richiedere alla nazione uno sforzo imperialista...

giovedì 12 dicembre 2013

Masochismo d'impresa

C'è un'impresa liberista, quella della cazzoneria individualista, sempre tesa a corteggiare le idiozie del mercato, è quella del modello teorico: domanda e offerta, selezione naturale ed espansività illimitata.
Poi si potrebbe tentare di descrivere un'alternativa socialista: equilibrio retributivo e creatività su prodotti sensati...
Ma qui da noi, in Italia, a voler descrivere l'attività economica in termini sessuali, se ne potrebbe identificare un terzo tipo: l'impresa masochista!




Pagare una partita iva come reazione ad un'insicurezza sociale, chi sono? sono un imprenditore!
Bisogno di essere sempre sotto pressione per lavorare, e malvolentieri, aspetto di essere in ritardo, così poi corro!
L'inevitabile tendenza a chiedere aiuto e tirare nella merda i soccorritori, c'è lavoro... tutti assunti.
E infine impiccarsi di debiti e stupirsi sempre, quella volta l'anno, quando arriva la cartella esattoriale!

domenica 8 dicembre 2013

La natura della droga

La modernità è un peso che ci spartiamo tutti quanti, una tensione cui nessuno può dirsi esente.
La risposta a questo carico si chiama droga, chimica ovviamente  ma anche alimentare (il caffè, lo zucchero, l'alcool...) o persino comportamentale (ritualità religiosa, fruizione televisiva, sport, gioco d'azzardo...).
Ho sempre il sospetto quando sento qualcuno parlare moralmente di droga (quella che ho appena lasciato, quella da cui vorrei tanto staccarmi, quella degli altri...), il sospetto che, tappata una falla, se ne apra inevitabilmente un'altra, magari solo meno appariscente ma forse più deleteria ancora.
Il problema è ovviamente male impostato, se usiamo la stupidità di un criterio morale: i devoti continueranno a farsi senza ammetterlo, mentre per gli emancipati ormai è la droga  il Bene... e di largo consumo!




No, farsi di qualcosa è semplicemente uno strumento che ci è possibile: trasformarsi, compensare, sopportare... uno sforzo in ogni caso, una risposta alle incongruenze della vita che facciamo.
Avrei paura di una generazione "che non si droga", dove mai potrebbe mettere quella tensione? In realtà continuiamo tutti a farci e di qualunque cosa, ma è la percezione dell'intera questione che può venir meno: drogarsi non è più un fenomeno importante, non è più un fenomeno, un'oggetto di attenzione...
I sintomi invece sono segnali che vanno rispettati e ascoltati. Proibire è semplice, ma non fa altro che ributtarci direttamente nel mondo del fottere e della delinquenza. Il difficile è ammettere: ammettere a noi stessi quello che stiamo facendo,  in primo luogo, e poi ammettere ed indagare la natura della "falla" di umanità che l'origina.
Già Freud parlava del disagio della civiltà: noi, semplicemente,  non si ritiene inevitabile quel disagio ne' quella civiltà!

lunedì 2 dicembre 2013

Circolarità

<< La modernità laicista e tecno-scientista, quella che ha dato il colpo di grazia al Dio cristiano – quanto meno a livello sociologico, fatta salva l’individualità della scelta di fede – pure ne ha conservato in vita l’eredità più coercitiva, ovvero la nozione di tempo lineare. Non è più la Provvidenza a guidare i nostri passi, bensì il Progresso. Che non va verso Dio, oramai defunto, anzi non sa proprio in che direzione andare. Va e basta. Il suo è un andamento – apparentemente – rettilineo. Procedere innanzi, sempre innanzi è la parola d’ordine della téchne, della legge dell’utile e del profitto che scandisce le opere e i giorni della nostra quotidianità sociale. Produci, consuma, crepa: ma non chiederti perché. È superfluo.
È opinione comune che la dimensione del “mistico” si collochi in un al di là inarrivabile alla maggior parte di noi, in una sorta di regno fatato in cui si trastullano santi monaci e matti da legare. Eppure, a ben guardare, è qui, è sempre stato davanti ai nostri occhi. È nel presente. E se provassimo a mettere a tacere per un po’ la nostra filodiffusione mentale, finiremmo col prestargli ascolto. Ma parliamo troppo – io per primo – e abbiamo dimenticato come si ascolta. Chi non sa ascoltare non sa dialogare. Non si connette, non si “volge in giro”, va per la tangente. E la sfericità del Tutto non ammette scorciatoie.
L’ipotesi di un tempo esistenziale ad anello, ad esempio, ci costringerebbe a ripensare – in sede di analisi autobiografica – la comune nozione di “senso di colpa” relativa al nostro passato, o di “ansia di prestazione” volta al futuro.
Se il tempo è circolare, come canta Zarathustra, tutto quello che stiamo vivendo ora, lo abbiamo già vissuto e tornerà in eterno sempre identico a se stesso. Non abbiamo alcun peccato originale da espiare, nessuna meta da raggiungere, salvo l’essere presenti a noi stessi. Torniamo ad essere innocenti come bambini, creativi coi colori che abbiamo dentro, puri con tutto il nostro bagaglio di ricordi, quieti con il nostro travaglio. >>





Caro Francesco,
è con piacere che ospito il tuo intervento perché mi aiuta a presentare un tema che mi sta molto a cuore: la circolarità, che è la grande assente nel panorama mentale della modernità, lanciata com’è nella sua folle corsa, appunto lineare ed autodistruttiva.
Mi fa piacere condividere un’impostazione realistica, perché è l’impostazione che conta: immagina quanti inutili sforzi mentali sono stati invece spesi nel cercare un senso dove il senso non c’è per definizione, laddove nella direzione materiale di una freccia si riassume anche ogni suo significato esistenziale…
Apprezzo il pragmatismo della tua offerta professionale, una consulenza filosofica servirebbe a moltissimi nostri contemporanei, forse anche un TSO filosofico non guasterebbe (Trattamento Sanitario Obbligatorio… la camicia di forza!). Tu ci avrai messo, immagino, interesse e vocazione, io mi sono messo a studiare un po’ di filosofia solo perché mi serviva per parlare di ecologia e di stili di vita, ma fa lo stesso. Tutti decidiamo i nostri comportamenti in base a qualche criterio, si tratta solo di renderli espliciti per poterci ragionare su onestamente. Nel desiderio di questo confronto, a mio parere, sta la natura sociale della nostra specie.

Spero vorrai aiutarci anche tu nello sforzo di una continua revisione, di un controllo tecnico e specialistico, dei percorsi mentali che stiamo qui cercando di solcare. In cambio troverai sicuramente molto materiale attorno alla pratica della cura di sé che spero potrà esserti utile.

sabato 30 novembre 2013

Narcisismo della vita contemporanea

La critica femminista ha accusato l'umanesimo di aver costruito una cultura falsamente neutra
rispetto al genere sessuale, quando invece e generalizzatamente ci si sarebbe in realtà sempre
riferiti ad un idea di uomo maschio.
"La vita civilizzata pone l'uomo a riferimento di se stesso", questo sembra dirci quindi la critica
femminista. L'uomo, adulto, maschio, etero, lavoratore... L'immagine di quest'uomo e la sua
dimensione diventa unità di misura dell'ambiente, dell'infanzia e della vecchiaia, delle donne e
dei non eterosessuali, dei non occupati... di tutto ciò che, a lui rapportato, perde il senso
proprio e ne acquisisce uno arbitrario e variamente coniugato in sfruttamento, umano e
ambientale, in sperequazione economica, sopruso, crudeltà o semplice ignoranza.
Attenti però a non attribuire questa immagine alla maschilità di per sé. Non è "colpa dell'uomo"
ma della dimensione individualista cui tutti, uomini e donne, ci conformiamo per scarsa
vitalità e salute.
L'uomo patisce la condizione individualista esattamente come tutte le sue "vittime".
"L'unità di misura" è metro di se stesso, in primo luogo, e ciò gli conferisce come una
sorta di opacità. Si inganna, chiama edonismo i passatempi per la sua noia. Chiama
relazioni ciò che resta di fianco e attraverso il suo fondamentale narcisismo. Ma quei
passatempi sono solo le perniciose sfaccettature del suo stile di vita, che si riduce,
quindi, ad un monocorde e complessivo "autolesionismo normalizzato".
Perché è proprio la normalizzazione di questi tratti comportamentali a tracciare i
limiti della dimensione individualista e a renderla incomprensibile a se stessa. Farsi
un po' di male per sopportare un male più grande, è un'esperienza "fisiologica" che può
essere capitata a molti: l'individualismo consiste semplicemente nel dimenticarsi del
male grande cui quello piccolo rispondeva in origine.
Così il narcisismo, che può essere fisiologicamente inteso come la necessaria componente
di autocompiacimento e cura di sé, qui invece, nella dimensione di un certo infantilismo
cui la vita civile costringe, diventa misura estetica del mondo e dell'altro: l'ambiente
diviene oggetto da sfruttare e l'apprezzamento sessuale per il partner spesso si riduce
alla figura che fa al suo fianco in società.
Il rimosso, l'indiscusso dell'individualismo non sono tanto i termini di autolesionismo
o narcisismo, di cui pure un certo postmoderno si fregia (eterni adolescenti), quanto l'assoluta
incomprensione dei motivi reali dei propri comportamenti. Ma il male e la solitudine,
cui quei comportamenti inizialmente si riferivano, non sono altro che il prezzo del
tradimento di sé, di quella rinuncia che tra l'infanzia e l'adolescenza ci "addomestica"
alla vita civile sostituendo la prospettiva di un privilegio alla coerenza e al realismo
del nostro corpo e del nostro desiderio.

lunedì 25 novembre 2013

Storia minima dell'umanità


Prima non facevamo danni, poi abbiamo cominciato a farli!

Questo l’essenziale della storia naturalistica dell’umana specie. A scuola ci hanno insegnato che l’oggi è frutto di una sudata evoluzione. “Progresso” però potrebbe essere solo il nome pietoso che diamo alle nostre stampelle: oggi abbiamo l’ospedale perché prima non eravamo capaci a farlo… oppure: l’ospedale ce lo siamo costruito solo oggi perché fino a ieri eravamo capaci di tenerci in salute da soli!
Fate un po’ voi, è solo (?) una questione di interpretazioni. Qui stiamo provando a verificare la seconda ipotesi, ce la suggerisce la razionalità e quel poco di esperienza della vitalità che si scopre tornando ad una sana alimentazione e ad uno stile di vita rispettoso della nostra forma animale. Ma ricominciamo…

C'è un prima, molto lungo, naturalisticamente complesso e sostenibile, e poi c'è un dopo, tecnologicamente potente ma destinato inevitabilmente a concludersi con l'esaurirsi delle risorse che sta sfruttando.

Di quel prima non sappiamo molto, è tutto da ricostruire con l'immaginazione ma, questo, è un esercizio comunque utile alla ricerca di altri stili di vita. Il dopo, cioè l'oggi, è solo da rileggere, crudamente, come sommatoria di semplificazioni. Di ogni cosa che ci sembra un frutto del progresso dovremmo chiederci cosa viene a sostituire, di quale complessità è l'involuzione. Facciamo degli esempi.
La soddisfazione esistenziale del nostro antenato non lascia molte tracce archeologiche, è invece l'inizio di elaborate sepolture e ritualità ad indicare un sopraggiunto problema di identità di fronte alla morte.
Oppure l'elaborata gestione delle risorse stagionali di un raccoglitore, che è intestimoniabile a differenza dei primi granai e villaggi stanziali neolitici, delle fortificazioni per proteggerli e delle inevitabili strutture di potere per amministrarli.
Ma, soprattutto, diversa doveva essere la definizione ed il gioco sociale delle identità di genere. Se la famiglia è la semplificazione generatrice dell'ipertrofia consumista (riassumendo: lui procura ciò che lei chiede, senza possibilità di critica), per l'ancestrale dobbiamo immaginare la dimensione collettiva di un branco dove uomini e donne sono socializzati dal loro gruppo di genere prima di ogni possibile gioco di coppia, una dimensione dove ancora si eserciti la responsabilità ecologica di chiedersi il senso degli obiettivi e commisurare i mezzi impiegati.
Fin qui il tentativo di qualificare l'esperienza attuale in relazione ai dati storici conosciuti. Poi si apre tutto il campo delle interpretazioni. Cosa sta facendo l'umano, perché sta giocando a mettere in pericolo la sua stessa esistenza? E' una specie che sta sperimentando la saturazione ambientale e poi forse troverà un suo equilibrio? E' un individuo in crisi? Una crisi adolescenziale che prepara ad una futura adultità?

Queste sono domande che diventano interessanti nella prospettiva di immaginare alternative alla vita moderna, alla civiltà storica, al suo paradigma della virtualità e alla sua etica del fottere. Ma, per tutti, resta l'essenziale, cioè un criterio di comprensione di ciò che stiamo facendo: corriamo pure in ospedale, quando serve, ma ricordiamoci che per tanto tempo siamo stati in grado di farne a meno!