fondamentalismo della modernità

"Potremo esultare alla morte di dio
solo quando avremo un'alternativa all'individualismo."

mercoledì 24 luglio 2013

Opinioni

Una mezza Italia non si permette di avere un'opinione. E' una misera mezza Italia, una
provincia depressa, gente che non è abituata ad essere interpellata e che, se chiamata
alle urne, può anche votare un Berlusconi senza pensarci... e può rivotarlo, perché
dieci anni dopo non si chiede se quella "opinione" gli ha portato bene oppure no.
Ma siamo poi così sicuri che tutte queste opinioni siano un segno di salute? L'Italia è
anche il paese dove l'opinionista non manca mai: tanta, troppa gente sembra avere
opinioni su qualsiasi cosa, su cose di cui non ha alcuna esperienza e, più grave ancora,
sembra essere convinta che ciò corrisponda ad una responsabile partecipazione
democratica.



Tra questi estremi nessuno si accorge più che se l'opinione è un dato minimo di umanità,
questa facoltà è solo uno strumento per una maggiore comprensione della realtà... e che
quest'ultima non è questione di opinioni!
Alla verifica pratica della storia, la cultura che coltiva e permette le opinioni non ha
dato gran prova di sé. Pensiamo al primo atto dell'olocausto: nel 1934 comincia una
campagna a tappeto per l'eliminazione di pazzi e handicappati e l'intera classe medica
non solo non si oppone, ma pure la promuove e la attua. Oppure in casa nostra quando,
all'imposizione fascista della tessera per gli universitari, nessun accademico reagì,
salvo l'unica eccezione, a quel che ne so, di un certo filosofo Martinetti.
Questi sono esempi di come non basta andare a scuola per avere un'opinione in merito a
quello che si sta facendo. Oggi, una certa situazione di "sospensione" democratica per
la crisi dell' economia e delle istituzioni, mi sembra dello stesso, pericoloso segno.
Che senso ha decidere tra socialismo e liberismo quando entrambi mirano al consumismo?
Che senso ha la discussione etica sulle tecniche di fecondazione quando tutte sono solo
delle risposte ad uno stato di malattia? Che senso ha parlare di ambiente ai milioni di
italiani che già hanno scelto di vivere urbanizzati?
Non ha senso parlare di ambiente se non ne possiedi neanche un pezzetto, reale, notarile
e sudato! Così come non ha senso l'esercizio del diritto di opinione in un contesto che
ha già scelto l'essenziale.
Non ce ne frega niente dell'opinione di chi vive la vita moderna, è un esercizio
virtuale e avvilente, è una democrazia vuota e colpevole, sempre a rischio di feroci
populismi.



mercoledì 17 luglio 2013

Ormone maschile

Finito il post. Pubblica: clik!
Una piccola sensazione di compiaciuta soddisfazione, dura solo poche ore, dà magari il
tono ad una serata.
E' una sensazione che conosco: cento post in un anno, cento volte che la ritrovo. Una
piccola scarica di neurotrasmettitori, un certo assetto ormonale. Ma è la stessa, mi
sono accorto, di qualsiasi tipo di compito da eseguire, un lavoretto di poche ore,
l'attività di una giornata o una missione fuori casa.
Vivere delle piccole economie di una cascina permette di ritrovare la stessa dinamica in
mille diverse attività: tagliare la legna o bagnare l'orto, cucinare o scrivere un post.
E' la dinamica fisiologica dell'azione, l'alternarsi di certi dosaggi ormonali in una
ben determinata sequenza: la tensione delle aspettative, una completa presenza
nell'azione stessa e quindi la compiaciuta soddisfazione di cui si diceva... che poi si
stempera nel grigiore annoiato dell'attesa di un nuovo oggetto d'interesse!
Una ciclicità di stati psichici che mi sembra abbracciare ogni evento della vita, dalle
piccole battaglie quotidiane alle grandi manovre stagionali, come le annate scolastiche,
gli esami di pianoforte o la patente.
La vita intera, quella adulta perlomeno, come una successione di "missioni", ed il
ripetersi, continuo, di quella ciclicità. Come non pensare al ciclo della fertilità
femminile? Nell'azione, nel compimento di una missione, gli uomini vivono il loro "ciclo
mestruale"!



E allora non c'è "L'Uomo" ma ci sono tanti uomini, ciascuno sempre in un determinato
momento del suo ciclo, della sua attività. Così dunque ci possono essere uomini
sincroni, coordinati in un'azione comune.
Le donne sono spinte ad un determinato stato esistenziale dalla loro ciclica
dinamica ormonale, così gli uomini, ma inversamente, "spingono" i loro ormoni
organizzandosi la vita e gli impegni.
Se poi consideriamo la dinamica collettiva dei gruppi di genere, al maschile ci è
abbastanza facile constatare che "la socialità dell'azione sincronizza gli uomini". Nel
fare qualcosa assieme gli uomini costruiscono la società degli uomini.
Riguardo al femminile, la corrispondente affermazione dovrebbe risultare: "la
sincronicità ormonale delle donne le socializza e permette loro l'azione al femminile*".
Ricordando allora il dato, fisiologico studiato e documentato, dello spontaneo
sincronizzarsi del ciclo mestruale in gruppi di donne conviventi (come ad esempio
collegi o carceri), viene da pensare che solo un qualche tipo di "costrizione" possa
permettere la società delle donne, e che questa sia di necessità, al suo interno,
gerarchica.
E' questa l'ombra della madre, l'autorità femminile? E' questo il matriarcato?

* L'azione al femminile si configura come non-azione, la quiete indispensabile alla
stratificazione, alla preparazione dell'utero, la non-azione per la pro-creazione...
argomento per un prossimo post.

sabato 13 luglio 2013

L'amore molesto

Elena Ferrante, chi è?
Nessuno lo sa, uno pseudonimo che protegge la privacy di una scrittrice o di uno scrittore. Ma questo non ci interessa, il fatto che l'autore non voglia presentare una sua immagine pubblica non muta il valore della sua opera.
L'amore molesto, Il giorno dell'abbandono, La figlia oscura, L'amica geniale, La Frantumaglia, Storia del nuovo cognome.
A parte La Frantumaglia, libro-intervista sullo scrivere che non ho trovato molto interessante, tutti gli altri lavori sono romanzi di "genere", nel senso che l'autore indaga il genere femminile.
Ne L'amore molesto (da cui l'omonimo film di Martone) il rapporto madre-figlia si esprime all'ombra di un riferimento virile: tutte e due finiranno per cedere al fascino  del vecchio boss malavitoso.
Ne La figlia oscura una spiaggia e l'estate fanno da palcoscenico ad una violenta lotta di gerarchia femminile.
Ne Il giorno dell'abbandono (qui la versione filmica è di Roberto Faenza) la separazione di una coppia serve all'analisi del femminile e di ciò che ne resta, quando le viene sottratto il maschile.
L'amica geniale indaga il femminile e il suo ruolo nel contesto di mafiosità napoletana.
Devo ancora leggere l'ultimo, Storia del nuovo cognome, in cui ovviamente mi aspetto di trovare altri elementi ancora di questa sincera fotografia del femminile contemporaneo.
Di fronte a questo panorama il lettore non potrà che fare i complimenti all'autore per le sue capacità di svelare una condizione che sfugge, per lo più, alle donne stesse. Potrà anche spingersi oltre e identificare i tratti di questo femminile come i sintomi di una condizione nevrotica, come il prezzo della destrutturazione sociale del femminile. Gli uomini cioè, sciolti dal sociale, si disperdono in nulla, in effimere cazzonerie, mentre il femminile invece, fa quella roba lì: il quadro svelato dalla Ferrante, un panorama che non saprei definire altro che "disperato".
Ma questa è, fondamentalmente, la disperazione che già il postmoderno nasconde sotto il suo consumismo. Se vogliamo andare oltre dobbiamo affrontare il nodo di quella desocializzazione, e provare ad immaginare quindi una dimensione sociale della sessualità e della fertilità femminile. Ma per farlo è indispensabile, ovviamente, una percezione realistica del femminile e delle tensioni che lo muovono.
Per la fisiologia dei nostri corpi, se il maschile è da intendersi convergente, cooperativo e conviviale (al di là di ogni stereotipo, la scienza oggi è costretta a riconoscere questo nel comportamento degli spermatozoi), il femminile è allora da leggersi divergente e "parcellizzante" (nel senso che ad ogni utero interessa volgere a sé le risorse disponibili). E questa tendenza, che socialmente è una spinta ad una frammentazione familista, a livello individuale si presenta come un dato di pura e semplice violenza. La società delle donne può allora rappresentare il modo ragionevole di contenere quella violenza, di irregimentarla in una strutturazione gerarchica finalizzata a gestire la demografia.
Il maschile invece, alla violenza ci arriva quando si lascia desocializzare, sposandosi e quindi entrando nell'orizzonte della struttura gerarchica delle mogli e delle loro aspettative. Quell'uomo, ora aggressivo e competitivo, è disponibile alla violenza che gli deriva da quel tradimento. La gerarchia (sia quella interna ai ranghi di un esercito, sia quella tra gruppi sociali o etnici), proiettata sul maschile, diventa allora inevitabilmente un presupposto di massacri e genocidi.
La guerra è vecchia quanto... la monogamia!


martedì 2 luglio 2013

Esecutori e Mandanti - Gender Pollution

In un'ottica di genere, per ogni azione maschile dobbiamo cercare una corrispondente "motivazione" femminile.
Se il maschile costruisce dunque una società competitiva, lo fa solo perché ha "sposato" una motivazione femminile che gli chiedeva, evidentemente, di fare in tal senso.
La piramide gerarchica delle nostre società solo in apparenza è fatta di uomini, in realtà dovremmo immaginarvi, al loro posto, tutte le loro mogli e, soprattutto, tutte le richieste di quelle mogli!
La monogamia dissocia ogni uomo dalla dimensione collettiva e compositiva della fisiologia maschile, per ributtarvelo in senso competitivo ed individualistico.
Sposandosi, ogni donna permette ad un uomo di sentirsi un po' "capo", a qualunque gradino sociale si trovi, senza bisogno dunque di alcun reale confronto maschile, senza bisogno di "prendere le misure" della virilità di ciascun altro maschio. E se fa un po' la stupida... è solo per farglielo credere meglio!




Looking at gender, for each male action we must try to find correspondent female "motivation".
If masculinity builds a competitive society, it is because he "married" a female  motivation which is asking to do so.
Hierarchy pyramid of our society looks it is made by men, but in reality, we can imagine where men are there are always their wifes behind asking him to do things.
Monogamy disassociates every man from collective and compositive dimension of male physiology, moreover it reproposes them competitive and individualistic way.
Every married women authorizes men to feel himself a bit "leader", from whatever social class he came. Men doesn't need to "measure" themselves with other men. And if women looks like a bit stupid...it is only to make men to be sure of it!

martedì 25 giugno 2013

Mamma e papà

Il mio compagno mi racconta un aneddoto vissuto in una precedente relazione.

<< Quando vivevo in città con Moreno, la nostra vicina di casa, una brasiliana cresciuta
nelle favelas, giovane, figa e con pochi pregiudizi, aveva una figlia, Alessia di
quattro anni.
In quel periodo lavoravo in casa, disegnavo cemento armato al tecnigrafo, ed avevo preso
l'abitudine di aprire il cancelletto sul ballatoio, affinché Alessia potesse slargarsi
nel nostro alloggio. La madre era contenta di ritagliarsi qualche ora di tranquillità.
La cosa interessante è che la bambina, nel tempo che passava a casa nostra, ci aveva
assegnato il ruolo di mamma e papà. Io ero il papà, e non potevo assolutamente
rimproverarla perché si offendeva mortalmente; mentre Moreno, malgrado i baffi che
portava, era la mamma, e poteva sgridare la bambina finché voleva... tanto lei non lo
stava assolutamente a sentire. >>



A volte qualcuno può cascare nella rigidezza di un ruolo che si è dato da solo, ma più
spesso, come vediamo in questa storia, le aspettative provengono dagli altri.
Molti ruoli sono aspettative di una struttura sociale che ci vorrebbe ingabbiare in
ceti, classi e ordini professionali. Molti danno il pane a tanta gente che tutto
vorrebbe meno che abbandonarli, altri sono stati motivo di lotte sociali per
emanciparsene. Contesti tradizionalisti vorrebbero renderli obbligatori, mentre la
sensibilità postmoderna li rifugge per cercare quasi di non consumarsi in un'eterna e
indeterminata giovinezza...
Capiamoci! Forse, tra il tutto e il niente, la richiesta di una bambina dovrebbe
ricordarci che i ruoli nascono dalla fisiologia e che questa tanto è determinata dalla
materialità dei nostri corpi, quanto è mutevole, per genere, per età, per esperienze
vissute.
La complicatezza delle sovrastrutture di questa civiltà non è indispensabile per
scoprire e coltivare la complessità già insita nella nostra forma.

domenica 16 giugno 2013

What's Fottere





Se non siamo nella dimensione dell'intimità promiscua di un branco (tutta da definire, ricostruire, reinterpretare... tutto quello che volete, certo, ma sicuramente da presupporre se siamo alla ricerca di un'alternativa ecologica al vivere moderno) permessa da una condivisione culturale fondata sull'adesione alla realtà, allora siamo inevitabilmente nell'individualismo, non ci sono altri posizionamenti possibili.
E l'individualismo è l'assetto del fottere, la sessualità dello stupro, l'economia della rapina, la cognizione falsata dall'ideologia, un'esistenzialità non vitale ma autolesionista, consumista, inquinata e inquinante.
Il fottere è desiderio e costrizione, nessuno esente: se sei ancora vivo sei desiderante ma, se non sei abbastanza sano, "in forma", il fottere sarà la forma del tuo desiderio; e questa è anche la costrizione: prima ancora che ti venga imposto dal contesto, al fottere sei costretto dalle tue stesse condizioni di vita e di salute. Se non siamo intimi allora posso solo concludere che mi vuoi fottere, e se dici il contrario probabilmente mi vuoi fottere ancora di più.
Storicamente si è sconfitto il nazismo  come l'ipotesi di una fottitura espressa. Ha vinto l'altra ipotesi, quella buonista, morale e democristiana, o americana e liberista, l'imperialismo edulcorato in un'impersonale economia di mercato. Non le camere a gas ma il cancro, ed autoinferto col proprio stile di vita: un lungo giro ma altrettanto letale.
Non c'è alternativa, se qualcuno ti si presenta moralmente, se indossa la maschera del "buono", allora ti sta preparando una bella fottitura, prima o poi, anche se non ne è consapevole. Si può far male anche non volendolo, per insensibilità e indifferenza, grossolanità.
Ed è difficile spiegare questo scenario, la civiltà del fottere, proprio a chi è sul fottere. Ma sul fottere oggi sono (siamo) in tanti, tantissimi (tutti?).
E allora è molto difficile immaginare un mondo non basato sul fottere, è difficile immaginare la forma umana e la sua complessità, è difficile, fondamentalmente, raggiungere l'altro. Resta possibile solo l'esercizio di critica, triste a suo modo perché non costruisce nulla, può solo smontare, mettere il bastone fra le ruote e gli ingranaggi del fottere. Triste ma ineludibile: non si può costruire un altro modo di stare al mondo se non si rompe la certezza dell'attuale.

martedì 11 giugno 2013

Il motorino

Stavo lì a preparare la miscela per il decespugliatore e l'odore di benzina non mi ricordava solo il suo effetto cancerogeno, c'era un ricordo bello assieme, una sensazione... l'indipendenza!
Quattordici anni e la miscela del motorino, che allora era il Ciao. Rosso, nuovo, tutto smontabile, tutto comprensibile: carburatore, frizione automatica, cinghia di trasmissione... Andare a spasso, sudore e salite sconfitte, il raggio d'azione della bicicletta decuplicato!




Che bello ricollegarsi al passato, sono cuciture a ricordarmi che quello ero io, che sono sempre io. Ma che tristezza...
Tristezza perché il ragazzino d'allora interpretava come indipendenza quel che in realtà era il tragico assuefarsi alla "rarefazione sociale umana".
Petrolio e solitudine. Il petrolio a permettere di non stupirci della dispersione delle poche persone che riteniamo interessanti da frequentare, ma altrettanto petrolio a permetterci l'assurdità di lavorare lontano da casa o di trasportare cibo da un continente all'altro. Mangiamo petrolio e ci facciamo compagnia, anche, col petrolio!
Certo, c'era poi sicuramente la componente sessuale. Dal bambino affascinato dalla tecnica, con la pubertà si passa al fascino per chi la cavalca o all'apprensione per la propria immagine di cavaliere.
E che tristezza riconoscere quindi, nella forma o anche solo nel contorno del nostro desiderio, ancora e sempre l'odore del petrolio: l'odore di una tecnologia.
E prima era carbone, era lo sfruttamento dei braccianti, dei servi della gleba, gli schiavi... ogni epoca partorisce la sua "tecnologia", la sua forma di sfruttamento, umano o ambientale che sia. Ed i suoi effetti si accumulano, come il mercurio nei pesci, come le tare genetiche. Sul fisico come sulla cognizione. Ogni tecnologia materiale sposa la sua ideologia e, alla fine, di stupidità in stupidità, ci troviamo a dar per scontata una vita talmente domesticata da farcene quasi perdere il senso
Domesticata da noi stessi, certo. Si dice che l'umano è bestia culturale proprio per questo, perché sembra "decidere", coi processi culturali e storici appunto, dove andare, cosa essere, e che forma assumere...
No, forse quella non è davvero cultura, forse sono solo derive culturali. Ogni dove si perda il riferimento al proprio specifico adattamento ambientale locale (questa la cultura in senso legittimo), lì ecco che nasce il focolaio di una futura Grande Cultura e dei suoi prevedibili esiti storici.
Allora, l'oggetto del motorino sarà squalificante, a livello filosofico, ma è pur vero che è la "tecnologia" su cui tutti siamo seduti oggi.
Ma il tragico è che se io ero un ragazzino che, pur subendone il fascino, in fondo ne sospettava, molti altri invece se ne vestivano in pieno: la differenza che passa tra il formarsi  gli anticorpi o prendersi una brutta malattia!
Ora, il paragone tra un processo di omologazione culturale ed il decorso di una malattia potrà sembrare azzardato, come e più dell'oggetto del motorino... ma forse può darci un'utile indicazione: se i "tribali" di tutto il mondo conservano la residua forma della specie e ciò che resta del pianeta, noi "disfatti occidentali" questo potremmo offrire, quando mai uscissimo vivi dalla nostra malattia: la testimonianza di un anticorpo ed una speranza immunitaria per il futuro dell'umanità e del pianeta.


venerdì 7 giugno 2013

La Fatica


La fatica è un elemento ineludibile di un altro stile di vita.
Avevo 25 anni, reduce (sconfitto!) di lunghi anni scolastici e sedentari, quando ho
deciso di buttarmi nella vita attiva. Muscoli, pelle, ossa, articolazioni, postura...
tutto era inadeguato al nuovo rapporto col mondo: solo l'entusiasmo giovanile mi ha
permesso di sopportare ed attendere qualche risultato tangibile sulla mia figura.
Ma i dolori magari passano, se vi siete presi in tempo, il rapporto con la fatica no. Se
il vostro strumento non si chiama privilegio e vi siete messi in testa di costruirvi una
cascina e coltivare l'orto, allora i vostri strumenti di tortura si chiameranno
martello, zappa, motosega, decespugliatore, carriola... e tutti mossi da urgenza e
necessità, sfiga o disorganizzazione, tutto ma certo non dal programma calibrato di un
allenatore in palestra!




E non crediate che l'attrezzo meccanico o la potenza di un motore possano cambiare
qualcosa. Uno guarda ai suoi programmi e al suo portafogli e subito pensa alla parola
"efficienza". Quando affitti una draga (due gg a 150 euro per un escavatore da 35 qt.li)
certo poi muovi mari e monti ma, nel frattempo, vuoi usarla 25 ore al giorno e quindi
lavori fino a notte coi fari!
Diciamolo subito, uno la fatica non se la va a cercare: viene da sola, e ce ne deve
essere la giusta misura per condire bene la giornata. La miseria sta solo nel troppo o
nel nulla.
Non fate come mio padre che, con la motivazione di un hobby, aveva pensato bene di
caricarsi l'onere di 7mila mt di terreno intorno alla casa delle vacanze. Giusto un po'
di fieno da tagliare e un po' di legna per la stufa da tirar su dal bosco (niente a
pensarci ora, che di terra ne abbiamo 20mila mt da rendere produttivi), ma non si
accorgeva della fatica di un bambino che si trasformava in pianto: "farsi un posto
bello" era una buona motivazione anche per me, ma era sempre un hobby ed io, anche se
bambino, lo sapevo benissimo.
Lo sport non è la fatica della realtà, e non è detto che un corpo sportivo riesca a
rendersi poi così efficiente nella realtà. Ma neppure l'impiegato è invidiabile, pessimo
è lo spirito che resta, tolta la concretezza muscolare...
La fatica, quando è troppa, lascia addosso come una nausea, muscolare e complessiva.
Quando invece è nella giusta misura regala un godimento diffuso, una serenità
soddisfatta, un tiro sessuale che cerca l'altro per distendersi... Vedete voi se non è
il caso di organizzarsi un po' per fare una vita del genere!
Anche il rapporto col cibo cambia, tutto è buonissimo dopo una mezza giornata di onesto
lavoro. E dal punto di vista  intellettuale è lo stesso. Quando un pensiero si
interrompe o quando nuovi dati chiedono di essere digeriti... un giro nell'orto e
mezz'ora di lavoro sono essenziali: la realtà ci coinvolge e ci strappa dai pensieri
inconcludenti, l'attività sono ormoni nel sangue... e il risultato sono le stupende
pensate di un blog come questo!
In sostanza, o siamo capaci di ritrovare un buon rapporto con la fatica... oppure
rassegnamoci alla "fatica di vivere".

Buon lavoro!

giovedì 30 maggio 2013

Le origini del nazismo 1

Nazismo, olocausto, su questi temi le persone ragionevoli hanno lo stesso impulso: mi fa
schifo leggere queste cose ma l'informarsi finisce per essere l'unica forma di rispetto
ancora possibile verso le infinite vittime.
A scuola abbiamo tutti letto il "Diario" di Anna Frank, ed è difficile non aver letto
"Se questo è un uomo" di Primo Levi.
"Le Benevole" ha un precedente in quel bistrattato scrittore, George Simenon, che con
"La neve era sporca" confessa e fa romanzo di una sua adolescenziale infatuazione per
l'estetica nazista. Littell rifà l'esperimento di Simenon, si immedesima in un nazista:
due scrittori e ricercatori intelligenti che evitano la facile retorica del Male ed
accettano l'umanità per quello che è, anche quella del carnefice!



Il metodo di Simenon era quello di coinvolgersi empaticamente col suo personaggio... ed
isolarsi completamente, per 11 giorni: il tempo di scrivere un romanzo di getto ed in
"prima persona".
Anche Littell ha fatto una cosa del genere, girando per anni con un'organizzazione
umanitaria in Bosnia, Cecenia, Afganistan... tutti gli altri piccoli "nazismi"
contemporanei.
Il suo romanzo ha ricevuto premi e successo, ma su internet si trovano anche recensioni
che si focalizzano sul valore letterario dell'opera, criticata per il suo impianto
"ottocentesco". Non sono un critico letterario e ho letto il libro solo per il banale
impulso di "capire", ma vi assicuro che alla fine del romanzo di cose ne avevo capite
anche troppe. L'autore ha evidentemente letto molti diari di ufficiali delle SS per
riuscire ad andare così a fondo nei dettagli intimi dell'organizzazione del nazismo.
Certo, l'avevo capito anche da solo che il nazismo non poteva essere frutto delle
capacità demoniache di un capo, che un fenomeno del genere non può sorgere senza una
complicità collettiva. Ma la visione d'insieme che l'autore sa offrirci seguendo la
carriera di un ufficiale delle SS nei vari frangenti storici - Polonia, Ucraina,
Stalingrado, i campi di concentramento, la Berlino della sconfitta - supera ampiamente
l'orrore che mi ero immaginato.
Littell ha scritto nel 2002 un saggio, "Il secco e l'umido", in cui prende in esame un
libro di un nazista belga e ne analizza il linguaggio secondo le teorie del sociologo
tedesco Theweleit. In questa analisi Littell evidenzia come l'attestarsi mentale del
nazismo avvenga su di una sola parte della dialettica secco-umido: il "secco" ariano e
nazista che si contrappone all'"umido" del caos, della donna, della massa. Nel far
questo il nazista-tipo sviluppa una sorta di "corazza corporea" a difesa da ogni
possibile contaminazione. In sostanza, non molto di più delle teorie reichiane.
Penso sia doveroso, per quanto ripugnante, essere informati su questo argomento e vi
assicuro che, dopo questo libro, avrete la netta impressione di sapere tutto quello che
c'è da sapere. Altra cosa è capire...
La spiegazione sessuale non mi convince: quale che sia la sessualità in campo, questa
prevede sempre un "altro" di fronte a sè. E forse il nazismo si è dimostrato letale più
per l'indifferenza di tutti che per il sadismo di pochi. Moltissimi, la generalità dei
tedeschi si è mostrata "indifferente" per il destino di tutti quelli che in qualche
verso potevano ritenersi inutili: ricordiamoci che la strage è cominciata con disabili e
handicappati, e grazie alla parte attiva di educatori, medici e infermieri!
Del nazismo mi sembra vada indagata l'eccezionale insensibilità del popolo tedesco.
Un'indifferenza sessuale, piuttosto che un interesse. Un indifferenza che mi parla di
immaturità più che di spinta perversione. Un'immaturità che non può che ricordarmi
l'infanzia.
E di infanzia si parla anche in questo libro, dove è impressionante la descrizione delle
bande di bambini, figli di nazisti, che nella germania ormai occupata continuavano
sanguinari la guerra persa dai padri.
Forse è proprio l'infantilismo la premessa indispensabile di questi fenomeni. Forse non
è poi così difficile regredire e, forse, lo si riesce a fare meglio tutti assieme.
Mi rendo conto che l'infanzia è considerata santa, ma chiedetelo alle formiche cosa
pensano dei bambini che le torturano. Oppure chiedetelo ai cani di casa mia, tutti
temono i bambini, e ciascuno ha adottato la sua strategia, aggressiva o passiva, ma
tutti sono per lo meno apprensivi.
Il bambino, proprio perché non ha ancora accesa la sessualità, può essere crudele. E
oltretutto può dimenticarlo subito! Vi faccio notare per esempio come gli americani
reduci del vietnam avessero sviluppato quasi tutti pesanti nevrosi: a dimostrare che
l'uomo, in realtà, "non è fatto per uccidere".
Mentre nel nostro caso, i tedeschi che hanno commesso le atrocità descritte in questo
libro, sono evidentemente riusciti a rimuoverle e a riprendere un "normale" stile di
vita.
Questa è solo un'idea, ma sto leggendo di Mosse "Le origini culturali del terzo reich",
scritto nel 1964 ma rieditato da poco, e mi sembra che possa completare il quadro.
Ve ne parlerò prossimamente.

mercoledì 22 maggio 2013

La tartina di Maria


Dopo un lungo letargo torna a vivere la canapa.
Chi ha la fortuna di trovarla commercializzata (noi l'abbiamo trovata a 9 e/kg) può
permettersi di introdurre nella sua dieta questa ricca farina di semi: 30% di proteine,
8% di grassi tra cui i famosi Omega3, Omega6 e GLA.
Qui l'abbiamo usata cruda, cosa che mi sembra opportuna per un uso da condimento o da
integratore.




Ad una porzione di ceci cotti aggiungete altrettanta farina di canapa, un cucchiaino di
lievito di birra in scaglie, sale ed un goccio d'acqua per regolarne la densità.
Frullate il tutto e spalmate su crostini di segale.

giovedì 16 maggio 2013

Intonaco di terra


In questo post documentiamo l'inserimento di terra cruda nella ristrutturazione di un alloggio di 90 mq.
Non sempre è possibile realizzare una casa in terra cruda. Non esiste invece alcun impedimento, né normativo né pratico, nel realizzare tramezzi interni non portanti o intonaci. Ma perché farlo?
Il proprietario, un nostro amico che abbiamo ospitato durante i lavori, ha avuto l'opportunità di vivere sei mesi in una casa di terra e di poterne apprezzare gli effetti "sottili", niente di mistico per carità ma solo un certo bilanciamento tra: condizione di umidità, possibilità di traspirazione delle pareti esterne, effetto cromatico che ci ricorda l'estate anche con la neve fuori, la mancanza di un odore. Tra l'altro il nostro amico era da tempo afflitto da una fastidiosa dermatite alla schiena che trovava sollievo solo con delle applicazioni di argilla (la pastella di argilla, spalmata manualmente per uno strato di uno-due millimetri, asciuga in pochi minuti e poi altrettanto facilmente si sbriciola e si spolvera via). La casa in cui ha abitato è stata realizzata con 5 mc di argilla impastata con 5 mc di trucioli, ma riteniamo che già l'inserimento di 2 mc di argilla possa avere effetti più che tangibili sul microclima di qualunque alloggio.
Nel caso della sua ristrutturazione abbiamo individuato tre pareti che si prestavano all'intervento: due di queste erano pareti residuali della ristrutturazione e molto storte che ci avrebbero creato problemi  per raddrizzarle con tavelle e intonaco, la terza era una nuova parete da realizzare tra due camere da letto.
Le pareti vecchie vengono trattate con l'inserimento di un tralicciato in legno (qualunque scarto può servire) tassellato al muro a cui viene applicata, lanciandola, una palla di argilla e paglia che andrà a legarsi al traliccio.






Il metodo migliore è tenersi una montagnola di argilla di fianco al muro, bagnarne un angolo e poi inzupparci la paglia dopo averla sfibrata stropicciandola con le mani. Lanciato il grosso del materiale sul muro, con la cazzuola americana si comprime il tutto contro il traliccio e si riempono i vuoti con pugnate di argilla.
Dopo una grossolana lisciatura si lascia rassodare qualche giorno e poi si applica uno strato di intonaco.





L'intonaco è stato realizzato in betoniera con argilla setacciata onde evitare sassolini che non sarebbero di alcun disturbo per il muro ma rendono complicata la finitura dell'intonaco. L'argilla può essere setacciata da asciutta in polvere oppure prima la si rende liquida e poi si setaccia. Bisogna poi arrivare ad una certa consistenza che si può ottenere aggiungendo una fibra sottile che migliora la tenuta superficiale e riduce le fessurazioni. Noi abbiamo usato cellulosa e letame di cavallo, per circa il 10+10% dell'impasto.
Steso l'impasto (ci si può aiutare con una barra di legno o di alluminio e la bolla d'aria per controllare il piano) lo si comprime tenendo la cazzuola americana inclinata di 30° e facendo lavorare il bordo. Per ottenere un buon risultato bisogna metterci parecchia forza, che si scaricherà tutta sui pochi cm del filo della cazzuola: questa pressione, più la presenza di fibra nell'impasto, garantisce la realizzazione di uno strato di intonaco di una compattezza paragonabile ad un intonaco a calce.
Anche l'effetto finale può non essere diverso dall'intonaco normale, tanto che potreste avere la sorpresa che la zia (quella bigotta di cui temete il giudizio fin da quando eravate bambini!) non si accorga neanche di essere di fronte ad un muro "di fango" e lo prenda per una tinteggiatura...








Per una valutazione di costi e tempi, i costi sono ridicoli, se siete andati a vivere in un posto dove l'argilla l'avete sotto i piedi. Altra cosa sono i tempi: caricare una carretta di terra e trasportarla sul posto sembra poca cosa finché non facciamo due conti: qui ad esempio ne abbiamo utilizzati 2 mc e abbiamo quindi mosso tre tonnellate di materiale! Non è un caso se i rumeni, che della fatica fisica non hanno certo paura, quando devono costruire case in terra lo fanno come lavoro collettivo... da concludere sempre con una grande festa!

lunedì 13 maggio 2013

Allattamento al seno

Dall'inchiesta riportata da .http://salute24.ilsole24ore.com/articles/15510-allattare-al-seno-in-poche-ce-la-fanno-fino-a-6-mesi emerge il dato allarmante che in Italia la maggior parte delle donne non allatta più la prole.Al dettaglio la ricerca registra che di quel 90% che all'ospedale inizia ad allattare (almeno la garanzia immunitaria del colostro viene riconosciuta e rispettata), alle dimissioni solo il 30% continua e, alla fine, tra le mura domestiche, solo il 5% dei bambini risulta effettivamente allattato al seno.
Solo un bambino su venti non è dunque sottoposto ad una violenza fisiologica, gli altri 19, si! E non c'è neanche il pudore di fine ottocento: non lo allatto io che sono borghese e non voglio "rovinarmi" le tette, ma almeno gli trovo una balia. Oggi, quella balia è la stessa per tutti e si chiama Signora Nestlé.
La tecnologia sociale dell'individualismo si incarna nella fisiologia: alla valenza lattea della ghiandola mammaria si sostituisce la tetta seduttiva.




Non spetta a me trovare la soluzione a questo crimine contro l'umanità. In quanto 
maschio potrei immaginare di chiederne conto alla "società delle donne", se ci fosse. 
Nel consesso invece di un'ipotetica "società degli uomini" vorrei solo ricordare che 
quella suadente tetta... è stata tolta di bocca ad un bambino!


sabato 11 maggio 2013

La zuppa di miso

Il miso è una delle tante possibili trasformazioni della soia gialla, il legume con cui gli orientali, analogamente alla nostra vacca e all'industria casearia, preparano tutta una serie di prodotti tra cui il tofu (cagliato come il formaggio), il temphè (un panetto di fagioli cotti e fermentati) e lo shoyu (la salsa di soia).
Il miso è una pasta di fagioli di soia cotti, salati e concentrati: la parte solida della salsa di soia. Difatti si presenta come una pasta densa, il dado vegetale naturale senza glutammato e additivi, il condimento originario, potremmo dire!



E come condimento si può usare, ma sopratutto è interessante il suo uso come “zuppa ricostituente”, perché il miso non pastorizzato è una ricca fonte di flora batterica intestinale e fornisce una buona“copertura” di tante piccole sostanze che arricchiscono di complessità la nostra dieta.
In questo senso il miso non pastorizzato va usato con un'accortezza, non va mai bollito. La tradizionale “zuppa di miso” è una mezza tazza di un semplice brodo con un po' di cipolla, carota, una foglia verde ed un pezzo di alga Kombu, in cui si discioglie un cucchiaino di pasta di miso. Assunta bella calda ed in concentrazione che risulti un po' salata, è un eccellente antipasto che facilita l'assunzione dei nutrienti e tonifica l'intestino.



Come gusto ho verificato che piace sempre a tutti. Rapida da preparare, può essere la colazione “yang” di una giornata impegnativa. Dal punto di vista salutistico quindi è un interessante strumento per basicizzare complessivamente la nostra condizione, permettendoci di contrastare un raffreddore incombente o il bruciore di stomaco, oppure di mitigare i postumi di stravizi, alcool e fumo... (meglio ancora se la usiamo per sostituire un pasto e lasciar riposare gli organi interni).
In commercio se ne trova di vari tipi, vi consiglio il miso di orzo perché mi sembra il più adatto per l'uso in zuppa.
Riguardo alla soia gialla è sempre utile ricordare che, pur essendo un legume molto gustoso ed uno degli alimenti più diffusi nelle sue tante versioni trasformate, è di per sé indigeribile. Per questo la cultura orientale ha sviluppato una ricca esperienza nel trattamento indispensabile per renderla commestibile. Una lunga cottura, l'eliminazione della buccia o la fermentazione sono obbligatorie per mangiarla, non improvvisate una fagiolata di soia gialla senza esperienza, potete provocarvi un'indigestione già grave. La soia da mangiare così esiste ed è buonissima, è la soia rossa o azuki, con cui potete preparare delle ottime fagiolate e che, tra i legumi, rappresenta una delle varietà più digeribili e di uso frequente... ma ne parleremo in un altro post.

domenica 5 maggio 2013

Estensione del dominio del fottere

<< Ha detto: “Capisci, ho fatto i conti: posso permettermi una puttana a settimana; l'ideale sarebbe il sabato sera. Forse finirò per farlo. Però, sapendo che un sacco di uomini riescono a ottenere la stessa cosa gratis, e per giunta per amore, preferisco insistere; per ora preferisco ancora insistere.”


Non ho saputo cosa rispondergli, poi mi sono fermato in albergo a pensare. Decisamente, mi sono detto, nella nostra società il sesso rappresenta un secondo sistema di differenziazione, del tutto indipendente dal denaro; e si comporta come un sistema di differenziazione altrettanto spietato, se non di più. Tuttavia gli effetti di questi due sistemi sono strettamente equivalenti. Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. E' ciò che viene chiamato “legge del mercato”. In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In una situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In una situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Sul piano economico, Raphael Tisserand appartiene alla schiera dei vincitori; sul piano sessuale, a quella dei vinti. Taluni vincono su entrambi i fronti. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine; lo scompiglio e la confusione sono considerevoli. >>
Michel Houllebecq, Estensione del dominio della lotta, 1994

sabato 4 maggio 2013

Quel che resta dei cattolici


Quanta gente va davvero in chiesa? Da ricerche sociologiche di cui avevo notizia
emergevano dati che mi sembravano inverosimili: un 30% degli italiani che va a messa la
domenica!
Nel suo libro Marco Marzano sottopone queste ricerche alla più banale delle verifiche:
prende un campione nord-sud dell'Italia, si informa sulle funzioni religiose e va a
contare i partecipanti.
Che cosa emerge? Che il sociologo italiano può essere una vera puttana che falsifica i
dati: non il 30 ma soltanto il 12-15% frequenta le chiese. E il fenomeno più
interessante è la discrepanza tra i propositi e la realtà. In effetti è vero che il 30%
degli italiani si sente in dovere di rispondere che ci va, salvo che poi in realtà solo
la metà di questi ci va davvero! Ci è rimasta evidentemente solo la "soggezione" di un
passato religioso...
Marco Marzano è un sociologo, ateo ma non "di parte", la sua ricerca mi sembra corretta
e la metodologia interessante perché basata sull'empatia con cui raccoglie la
testimonianza sul campo delle decine di preti e dei laici impegnati che ha dovuto
incontrare per la sua ricerca.



Vediamo ritratti di preti sull'orlo di una crisi di nervi per i pesanti turni di lavoro
come "distributori di sacramenti". La chiesa non ammette di aver perso terreno e,
malgrado la crisi delle vocazioni, tiene ancora aperte ben 26mila parrocchie oberando di
lavoro i pochi preti sfigati che restano. Altri, investendo nel carisma personale,
cercano di aggregare quel che resta dei fedeli, ma sono ripagati dall'indifferenza delle
gerarchie.
Banchi vuoti, l'ultima cordata di vecchiette ormai in esaurimento, richieste di
sacramenti senza alcun contenuto spirituale, il funerale cattolico per tutti, il
matrimonio "che le foto in chiesa vengono bene". Ultima sacca di resistenza il
catechismo, ma non fa testo perché ormai, per tenere occupati i bambini "che i genitori
hanno da lavorare", vale tutto, dagli sport estremi alla danza e, perché no, anche il
catechismo...
Nell'ultima parte del libro, l'autore approfondisce l'analisi del fenomeno dei
"neocatecumenali". Setta interna al cattolicesimo, originata dalla predicazione di Kiko
Arguello negli anni '60 a Madrid, si è diffusa nel mondo ed in particolare in Italia
dove i promotori parlano di 300mila adepti. Sotto la benedizione di Wojtyla, Ratzinger e
del clero in genere, propone una catechesi ed una liturgia tese a rinnovare la vita
comunitaria all'interno delle tradizionali parrocchie. Una ferrea gerarchia la gestisce
controllando la vita spirituale degli adepti quanto il loro conto in banca: su internet
non mancano i siti di denuncia che parlano chiaramente di circonvenzione di incapace, di
plagio e di condizione deprivata dei bambini che vivono all'interno della setta.
L'autore così descrive il panorama di quel che resta:

"Nel complesso, a me pare che la struttura ordinaria della chiesa mescoli elementi di 
feudalesimo con altri che richiamano più da vicino la forma più pura di organizzazione 
burocratica: quella militare degli eserciti. Il parroco cattolico è infatti ancora oggi, 
in casa propria, tra le mura amiche della sua chiesa, un potente signorotto, un principe 
quasi assoluto... Gli atteggiamenti più comuni alla base della chiesa, con l'eccezione 
di quelli di qualche coraggioso contestatore solitario, sono quelli diffusi in tutte le 
dittature: nessuna critica esplicita e diretta viene mossa al papa o alle gerarchie"
(Marco Marzano, "Quel che resta dei cattolici, inchiesta sulla crisi della chiesa in
Italia", Feltrinelli 2012, p.236-7)

A quanti dopo il Concilio immaginavano un cattolicesimo aperto alle istanze del sociale,
l'autore (con una ricerca che mi sembra onesta e col suo approccio empatico) promette
invece la rigidezza di una gerarchia che avvalla l'operato di sette integraliste,
piccole comunità gestite con metodi da macdonald ed una spiritualità che risponde alle
esigenze di fedeli chiaramente vocati alla dipendenza e alla sottomissione.

mercoledì 1 maggio 2013

A working class hero?


Di che va orgoglioso il proletariato? Di aver distrutto il mondo dei suoi figli?
Oggi, di fronte alle profonde trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, forse
possiamo permetterci una collettiva ammissione di responsabilità nel danno prodotto
dalla società moderna e dalla sua "industriosità".




Così come in altri contesti l'umano si rappresenta quale membro di una famiglia (la
mafia) oppure quale proprietà di un nobile (l'aristocrazia), nella logica dell'impresa
l'umano si definisce "lavoratore". Ma lavoratore rispetto a chi?
Dovremmo dare per scontato che ogni adulto si sbatta per mantenere se stesso e magari
qualcun altro, cosa c'è di speciale? Ed è stupido guardare in senso preferenziale ad una
certa fascia d'età: come possiamo pensare separatamente gli adulti-lavoratori dai
bambini che arriveranno a nutrirne le fila, o ai vecchi che quegli adulti diverranno?
E se invece lo riferiamo all'intera società, cos'è il lavoratore? Quello che non vive di
rendita? Quello che non dirige un'impresa? Ma perché? Tutti vorremmo aver messo qualcosa
da parte e tirare un po' il fiato, così come tutti dovremmo occuparci in prima persona
di organizzare il nostro lavoro. Perché esimerci, perché delegare?
Non c'è nessun merito a far parte della classe lavoratrice: operai ed imprenditori sono
complici nel danno della loro fabbrica, e questo proprio in virtù del libero contratto
pattuito in tempi di democrazia. Accettando ciascuno il proprio ruolo, entrambi
rinunciano ad una capacità di giudizio complessiva. La condizione attuale del pianeta è
figlia dell'aver preso per buono questo giudizio di parte e dimostrazione della sua poca
lungimiranza. Nella lotta di classe è implicita l'irresponsabilità e la complicità nel
danno.
Nel marxismo la sovrastruttura, le forme culturali e l'organizzazione sociale, sono
conseguenza dei rapporti di forza nella struttura produttiva. In questa logica invece,
la sovrastruttura è frutto della complicità sociale, espressione creativa di un intero
corpo sociale che cerca di autogiustificarsi. L'impossibilità di valutazione fa il
consumismo, dove l'oggettualità dei prodotti rappresenta l'unico tramite possibile fra
individualisti: la logica dell'impresa può essere superata soltanto dall'imporsi
totalizzante della logica del consumo. Dopo il lavoratore c'è solo il "consumatore", che
è sempre cittadino di una democrazia, ma svuotata di "cose da decidere" essendo già
tutto deciso dal mercato.
Ecco dunque che la storia della modernità globalizzante lascia intravedere per il suo
futuro uno scenario che potremmo definire "conclusivo": democrazie vuote perché
all'unanimità concordi sull'ultima bandiera che resta... la bandiera del consumare a
oltranza, tutto e fino alla fine, fino all'ultima goccia di petrolio!
Speriamo solo che nel frattempo sia cresciuta un po' di umanità selvatica, discosta e in
attesa, pronta a ripopolare domani un pianeta un po' più consapevole.

domenica 28 aprile 2013

Il Cuculo, un esempio naturalistico dell'individualismo e della sua riproduzione


Il pregio di avere una casa nei boschi è che dalle finestre si può spesso assistere a
spettacoli interessanti.
Come quella volta che la sagoma inconsueta di un uccello attira la nostra attenzione:
era un cuculo, un giovane, che nei rami bassi dietro la cucina svolastrava goffo, come
fanno tutti alla loro prima lezione di volo.
Lo assistevano i genitori adottivi, due cinciallegre, sfiancate sicuramente dalla dura
stagione di lavoro per nutrirlo ma evidentemente orgogliose del loro gigantesco
figliolo. Queste avevano chiamato parenti e amici a dare una mano. In tutto erano cinque
a fare il tifo perché quello si alzasse in volo...



Sono spettacoli che fanno riflettere. Provate ad immaginare la vita del cuculo. Salutati
i piccoli genitori passerà tutto l'anno per conto suo a farsi gli affari suoi (è ghiotto
di processionaria, quel bruco che infesta gli alberi). Solo a primavera qualcosa gli
verrà in mente e si metterà a sbraitare il suo "cucù" per tutti i boschi finché non
troverà compagnia.
Ma quando l'uovo è pronto da deporre, la cucula si guarderà attorno e cercherà un nido
"conveniente". Spesso cioè, almeno dalle informazioni che ho trovato, queste scelgono
la specie da cui sono state allevate producendo quindi un sorta di tradizione
famigliare.
Un altro dato interessante è la qualità di "figlio unico". Un riflesso nervoso
involontario si attiva poco dopo la schiusa: sfiorato sulla schiena fa uno scatto
indietro... Inevitabile dire che, uno alla volta, tutti i suoi fratellini verranno
catapultati giù dal nido, liberandogli la piazza! I genitori quindi, per un cuculo, non
sono che piccole entità premurose che s'affannano per la sua ipertrofia...
Che dire? Non c'è bisogno di spiegare la metafora: l'individualismo non ce lo siamo
inventati noi e il cuculo sembra illustrarcelo perfettamente.
In natura è difficile inventarsi qualcosa di radicalmente nuovo. Quando l'umano perde la
sua vocazione sociale non può che scivolare verso l'altro modello possibile:
se vogliamo fare la vita dei cuculi...

mercoledì 24 aprile 2013

Fotovoltaico nella Vauda

Sono stato, due giorni fa, ad una manifestazione contro la costruzione di un grosso 
impianto fotovoltaico a terra in un area protetta qui vicino (Riserva della Vauda)
Che tristezza, la giornata era piovosa ma non era la pioggia... era il tono sommesso, la 
debolezza della flebile protesta. Mentre tutti si guardava allo scempio dei 500mila 
pannelli che sarebbero venuti a coprire 70! ettari di terreno (dovremmo ovviamente 
vietare qualsiasi copertura del suolo fino a che ci sarà un angolo di tetto libero da 
qualche parte!), io guardavo il prato e pensavo "ma questa è già una tecnologia, sono 
pascoli,fieno e mais: tutto per la vacca sacra dell'allevamento".




Certo, è fortemente verosimile che dietro ci sia il solito intreccio di interessi, 
corruzione e tangenti, ma il punto non è questo. La debolezza della protesta stava nel 
non vedere l'evidenza di quel confronto di tecnologie.
"Difendere l'ambiente perché noi ci sentiamo ormai persi e che almeno si salvi lui", 
ecco questo mi sembra il mezzo ambientalismo che ci possiamo permettere quando non 
vediamo la sedia su cui siamo seduti.
Pensiamo di dover difendere l'ambiente dalla nostra presenza, facciamo appello ai nostri 
consimili di tirarsi via di lì, di smetterla di far danni... Spesso serve solo per 
pulirci la coscienza, ma comunque non basta.
Difendiamo il territorio con la nostra presenza, dovremmo invece dire. Opporre 
interessi agli interessi, non ideali. Questo sarebbe maggiormente efficace: l'ecologia 
si fa solo cambiando stile di vita. Possiamo fare tutte le leggi che vogliamo, ma le 
leggi regolano le nostre debolezze e i nostri limiti, non le nostre capacità di 
autonomia.
Ci va gente che torni a trovare interesse per il territorio e che possa dimostrare un 
modello di insediamento e sussistenza realistico. Ecco allora che il riconoscimento di 
questo vivere alternativo può rappresentare una richiesta politica legittima e 
culturalmente forte da contrapporre a questo come ai tanti altri tentativi di fottere 
l'ambiente e le risorse di tutti.



mercoledì 17 aprile 2013

Igiene personale


In un post precedente sulla spazzatura, abbiamo preso in esame lo stile di vita nella
produzione di rifiuti. Qui vorrei analizzare la produzione di rifiuti relativa
all'igiene personale.
Incominciamo con una considerazione di specie: siamo l'unico animale ad avere un intero
apparato tecnologico relativo alla pulizia del culo... tutti gli altri se la cavano
senza!
E' una mancanza di creatività, la nostra. I cani hanno col loro defecare un rapporto
molto complesso. Viviamo in un bosco, ma tutte le sere dobbiamo farci un giro per
consentire ai cani una "missione di caccia" che, tra le sue finalità, ha anche quella
non secondaria di svuotare gli intestini ad almeno 100 mt da casa, precauzione non
irrilevante per della cacca puzzolente di carnivoro. In certi anni abbiamo avuto anche 5
cani ma non abbiamo mai avuto feci in cortile. Altro discorso sono i cuccioli che,
finché tali, non la fanno in cortile ma, di preferenza, direttamente sul tappeto
persiano che c'è in soggiorno!
Le capre hanno un rapporto diverso con le loro deiezioni. Essendo le fatte dei pallini
della dimensione di un pisello, asciugano in fretta e finiscono per rappresentare un
ottimo giaciglio isolato dal terreno. Le capre non si fanno quindi alcun problema sul
dove cagare, ed infatti le fanno di preferenza sul marciapiedi davanti a casa dove amano
bivaccare.
L'altra erbivora del branco invece, Penelope la cavalla, ha deciso di non sporcare il
suo box (per la nostra gioia) e quindi esce sempre nel campo... se non piove. Ma tenete
presente che finché è stata qui con altre cinque cavalle la facevano, tutte e
indifferentemente, fuori e dentro. Così ora dobbiamo rinnovare l'impaglio al box solo una
volta al mese, con la produzione di un ottimo materiale per l'orto.
Alla fine devo ammettere di provare una certa vergogna nei loro confronti, per essere
l'unico qui che la risolve semplicistica: la fa in casa e poi tira l'acqua. Ma, al di là
dell'impianto idraulico, mi interessa qui la questione della carta igienica.



L'istituzione della carta igienica e la sua ovvietà, per i tempi moderni, dimostra
quanto ormai sia cosa rara, in realtà, la produzione di feci sane. Dove per "sane"
intendo che "non abbisognano di pulizia dopo il loro passaggio".
Perché se la carta igienica viene data ormai per scontata, lo è anche un'idea di umano
che produce cattivi odori. I piedi si sa, puzzano, lo stesso dicasi delle ascelle e, in
genere, del sudore. Quindi la doccia tutti i giorni e deodoranti, nelle più svariate
forme, e profumi.
Anch'io ho condiviso questi "pregiudizi" sull'umano e adottato quelle precauzioni
sociali, ed è stato con vero stupore che a 24 anni, cambiando radicalmente
alimentazione, mi sono accorto che potevo abbandonarli.
Togliendo insaccati, carne, latte e formaggi, i miei piedi hanno smesso di puzzare e
l'odore del sudore sparisce quando questo si asciuga. La frequenza dei lavacri è
diventata quasi stagionale: molti bagni estivi nella vasca delle carpe e qualche rara
doccia d'inverno, un pezzo archeologico di sapone di aleppo sul bordo del lavandino e
qualche goccia di shampo da un flacone che avrà già più di un anno... ed è finita lì. Se
invece la tua alimentazione è sbagliata, puoi lavarti fin che vuoi ma la puzza non te la
levi!
In merito a questo può essere interessante dotarsi di uno strumento di autodiagnosi del
repertorio culturale cinese, che lega gli odori alle condizioni degli organi interni
(vedi anche il post sull'autodiagnosi del volto).



Sull'igiene possiamo anche dare uno sguardo di genere. Ad un maschile puzzone ("il
maschio ha da puzzà" come dicono a Roma, risultato di un'alimentazione prevalentemente
carnea e sapida, che non si occupa dell'igiene della famiglia e non sa manovrare la
lavatrice) si contrappone un femminile ossessionato dall'igiene al punto da produrre
danni al sistema immunitario della prole. La disperazione delle donne per "il bianco più
bianco che non si può", le ossessioni sessuali di un gioco di coppia: questo è il "gioco
di genere" che mantiene una delle più inquinanti industrie del pianeta.
In conclusione, per qualunque animale l'igiene rappresenta la continuazione in proprio
delle cure della madre e non si è mai visto un animale avere una scarsa igiene, se non
costretto in una gabbia.
Probabilmente bisognerebbe lasciare ai bambini il diritto di decidere la gestione
dell'igiene, penso che funzionerebbe come per il camminare: ci arrivi anche se non te lo
insegnano!

domenica 14 aprile 2013

Agricoltura cistercense

Paradossalmente, molti che immaginano un ritorno alla natura, o addirittura 
l'ecovillaggio, in realtà hanno in mente "la grangia" dei cistercensi.
L'ordine religioso dei Cistercensi, da Citaux il luogo di fondazione della prima 
abbazia, nasce nel 1098 da una radicalizzazione di monaci benedettini che, richiamandosi 
ad un originario principio di operosità "ora et labora", si mette a cristianizzare l'ex 
impero romano fondando ovunque nuove abbazie ma soprattutto costruendo le "grange", 
nuclei produttivi agricoli che si avvalgono delle tecnologie più aggiornate dei tempi, 
tra cui l'uso massiccio della forza idraulica, per organizzare uno sfruttamento 
razionale del territorio. In queste unità produttive vivono i "conversi", laici che si 
aggregano all'ordine per un certo tempo o per la vita, e che lavorano in cambio di 
vitto e alloggio; a questi si aggiungeranno poi dei lavoratori salariati, in seguito 
alla forte espansione e al successo ottenuto dal modello per tutta l'europa.



Proviamo ad immaginare 20 giovani che rilevano un rustico e fanno vita comunitaria, 
hanno un mulino per la farina, un torchio per l'uva o per le olive, si fanno l'orto ed 
arano il campo con il cavallo, concimano solo con letame, allevano il maiale e qualche 
capra per farsi il formaggio... sarebbero un ecovillaggio? No, sarebbero solo una 
riedizione della grangia cistercense, anche rinunciando alla messa domenicale!
Questo per dire che al di là di ogni ideologia o, in questo caso, di religione che 
possa far da legame ad un gruppo di umani, la società viene fuori da ciò che si 
produce.



E le grange certo funzionavano, perché erano in grado di stravolgere l'economia di 
sussistenza ed ogni tipo di sedimentazione culturale precedente, cioè i piccoli cereali 
che non passando dal mulino consentono l'autoproduzione ed un forte grado di autonomia 
locale. C'erano, nella colonizzazione messa in atto dai cistercensi, indubbie valenze 
politiche: fermare l'eresia catara in primis, ma anche riconquistare un popolo ad una 
gerarchia religiosa fortemente screditata e stabilizzare una penetrazione cattolica 
nella aree marginali.
I cistercensi perdono gran parte del loro potere con l'avvento del protestantesimo, 
quando il monopolio della gestione territoriale comincia a scontrarsi con le esigenze 
di una nascente borghesia.
Scompaiono le abbazie ma restano i prodotti: olio, pane e vino, carne e formaggi... e 
con essi il tipo d'uomo che vi si alleva, ed il tipo di società che quell'uomo può 
costruire.


In questo senso  i cistercensi sono ancora tra noi. Accendete la radio e godetevi Fede 
e Tinto su radiodue a "Decanter" che passano ore intere a macinare pubblicità di vini, 
oppure apprezzate il Consiglio dei Ministri che sponsorizza l'olio della LILT, la Lega 
Italiana Lotta ai Tumori, o ancora considerate l'agricoltura biodinamica, dove i 
protestanti non hanno che raffinato il metodo di un'agricoltura fondata 
sull'allevamento e relativo letame.
Sono tutte tecnologie molto produttive, apparentemente, solo perché vanno a rispondere 
a necessità impellenti di un umano insoddisfatto, e non si contabilizzano mai i 
disastri che producono, sociali e sanitari. Per il pubblicitario il prodotto è sempre 
buono sano e onesto, è il "prodotto tipico" che in quest'italia non manca mai... Ma in 
tempi di crisi non possiamo più permetterci una scienza che asseconda le ragioni 
dell'impresa e del commercio, i prodotti vanno valutati per il loro apporto vitale e 
gravati di tasse "sanitarie" quelli insalubri, così come a terapie ed ospedali si 
preferirà una ben più economica prevenzione.
Vi faccio un esempio banale, se da noi venisse un ragazzo a dirci "voglio lavorare con 
voi", noi dovremmo "guardargli" in bocca perché, per fesso che sia riuscirà sempre a 
produrre quei due-trecento euro che gli servono al mese, ma sono le migliaia del conto 
di un dentista che non sapremmo dove prenderle! Non basta stare nella natura, dicci 
cosa vuoi produrre, dicci quanto ti serve guadagnare al mese, e non intendo per i tuoi 
sfizi ma solo per i tuoi limiti. "Quanto ti serve al mese" e quindi quale percentuale 
di fottitura dovrai tirar fuori dalla tua impresa e dal tuo prodotto, questo dovremo 
cominciare a chiederci in tempi di crisi.
Noi ad esempio, siamo diventati bravi con le melanzane: tra un mese ne metteremo 80 a 
dimora nell'orto, produrranno un ottimo raccolto come tutti gli anni... e ci porteranno 
dei soldi. Ma tutta l'acidità di questi bei frutti di solanacea diventerà malumore 
nella pancia di tanti, e questo è un costo sociale, una fottitura, grande o piccola che 
sia.
In conclusione, tornare a popolare il nostro territorio col modello cistercense 
significa continuare a far finta che la fottitura non esista. I cistercensi hanno 
colonizzato l'europa coi sacri simboli dell'olio del pane e del vino, e con la 
materialità di quelle redditizie monocolture. L'uso del pane ha sconfitto l'autonomia 
del miglio e ha reso l'agricoltore tassabile tramite il mulino, e non è stato un 
episodio marginale della storia, vista l'enorme quantità di mulini presente sul 
territorio in quell'epoca. Con la vite e con l'industria del vino si è diffusa nella 
popolazione un'abitudine dannosa per la salute. Con l'allevamento industriale abbiamo  
eletto la carne, da occasionale integrazione in una dieta cerealicola, a vero e proprio 
stile di vita!
In questa cascina possiamo essere soddisfatti del rapporto energetico tra legno e 
riscaldamento, buona parte del riscaldamento di quest'inverno è venuto dalla semplice 
pulizia dei boschi. Ma la produzione dell'orto ci sembra sana solo in parte: certo noi 
non facciamo che assecondare la richiesta dei nostri clienti, sono proprio loro a 
preferire le melanzane a più salubri cipolle e carote...
In previsione di un cambiamento diventa urgente incontrarsi per valutare qual'è il 
"tasso di fottitura" che possiamo socialmente permetterci. In questo caso la crisi può 
rivelarsi positiva.
Mi spiace di non essere più stato in grado di rintracciarlo, ma solo poco tempo fa ho 
visto un grafico della diffusione del cancro nel 1900 in Italia: una linea in costante 
crescita, ma che aveva sul suo percorso un solo picco negativo, corrispondente agli 
anni '44-'45, gli anni in cui gli italiani avevano mangiato di meno!



martedì 9 aprile 2013

Scelte di vita


Ciao,

sono Roberto, ragazzo di 25 anni, tesserato fresco ad ottobre e non ho mai
avuto esperienze di vita da WWOOFer o in campagna.
Mi spiego meglio: vengo da una realtà paesana dove ho sempre passato
l'infanzia in giro per le campagne in provincia di Cagliari.
Trasferitomi prima a Cagliari per il liceo, e poi a Milano per l'università,
dopo essermi laureato in giurisprudenza a dicembre sento che la strada che
vorrei percorrere è quella di un ritorno in campagna. E' da più di un anno
che mi sono avvicinato al tema della sostenibilità, leggendo di ecovillaggi,
agricoltura singergica, Fukuoka e permacultura.
Quello che vorrei fare è di concedermi un periodo di apprendimento e di
conoscenza delle realtà che lavorano con questi metodi, perchè il mio sogno
è di tornare un giorno in Sardegna dove applicare quello che imparerò in
questi anni, e di riscattare la società contadina che nella mia terra sta
morendo soggiogata dalle esigenze monocolturali di gestione del territorio,
sottomessa dai prezzi che il mercato consumistico impone. E' quello che
vedo anche nell'uliveto di famiglia, con piante che se non vengono potate
e trattate con gli insetticidi (anche se pochi), terra che se non viene
zappata e concimata, non si ottiene un raccolto che una volta venduto,
quando ci va bene, è a mala pena sufficiente per ripagare il lavoro
manuale delle persone che ci aiutano (...)
Ho letto più o meno tutto il vostro blog... ma siete sociologi o qualcosa
del genere?


Caro Roberto,

mi diverte pensare che per te potremmo essere dei sociologi. In questi anni ho spesso pensato ("spesso" è troppo, diciamo "ognitanto") a quel che ero, nel senso tradizionale cioè professionale del termine. Poi la domanda s'è spenta da sola, col tempo e con la miscellanea delle cose fatte. Quando leggi il post sulla saldatura, beh mi sento un po' un fabbro e questa, giuro, non era una delle aspettative che mi giravano nella testa da ragazzino. Sono orgoglioso dei miei serramenti come della cascina e delle persone che mi vogliono bene. Non saprei come definirmi, oggi. Se penso ai soldi, all'autonomia economica voglio dire, il mio curriculum è stato lasciare dopo due anni la facoltà di veterinaria e darmi a pedagogia... salvo poi lasciare anche quella per affannosa intemperanza giovanile e trovarmi sempre un lavoro sociale, sì, ma che avrei potuto fare con la terza media! Oggi ho il culo di essere da anni un dipendente comunale, privilegiato da un godutissimo partime che è quasi un diversivo: tre turni la settimana, giusto l'occasione di vedere qualcun'altro, fare le spese e due commissioni in città... Se però questa fosse la mia unica dimensione, mi sarei già rotto la testa contro il muro!
Per quel che riguarda veterinaria invece, per un po' di tempo l'ho rimossa dalla testa assieme ai sensi di colpa verso i miei genitori, che pure mi avevano lasciato libero di scegliere gli studi che più mi parevano, o alla paura di aver fatto una cazzata a lasciarla. Poi ad un certo punto mi sono guardato attorno e ho sorriso vedendo tutte le bestie con cui divido le miei giornate in questo piccolo villaggio nei boschi. La ricchezza della loro compagnia e la complessità sociale di cui mi danno esempio sono tesori che mi sarei probabilmente perso nella posizione del professionista-veterinario, mentre così sostengono attivamente la ricerca di questo blog attorno al concetto di forma e salute.

Diciamo che l'ansia identitaria si spegne proprio quando uno si trova in condizione di poter esigere riconoscimento (reale e non soltanto formale) in più campi. Penso allora che una volta era la norma fare tante più cose di oggi, contadini operai artigiani, e che lo si poteva per un livello di salute e vitalità che oggi neanche ci immaginiamo. La mia esperienza personale, atipica, è stato riscoprire un corpo e le sue capacità grazie alla cura dell'alimentazione e dello stile di vita. Riscoprendo questo ho anche idea quindi della dimensione mentale di quelle generazioni che ci hanno preceduto o anche di gente che abbiamo attorno oggi, come i rumeni o i cinesi o quanti altri si sbattono tutti i giorni per le loro nutrite e industriose famiglie.
Ma il familismo è una rigidezza e la vitalità che questi stranieri ancora dimostrano, la dimostrano "nonostante" quel peso sociale: stanno facendo quanto facevamo noi negli anni cinquanta, il loro è un percorso che già conosciamo (per chi vuole riconoscerlo). Non possiamo fare altrettanto, l'italia è postmoderna, la famiglia è già morta una volta. Dobbiamo ripensarla, reinventarci un nucleo sociale cui riferire i nostri sforzi quotidiani e le nostre ore di lavoro, perché questa sì mi sembra essere una caratteristica invariante del maschio adulto: lavoro volentieri se so per cosa o per chi lo faccio, se invece fosse solo per me...

In sostanza mi sembra che tu abbia degli strumenti che non è utile per nessuno che tu lasci per la strada. Un consulente legale può sempre servire, anche in campagna, anche in un ecovillaggio. Sicuramente possono servire i soldi che può tirar su! Investi minimamente nell'avviarti all'esercizio della tua professione, fatti un po' di esperienza e indaga una di quelle geografie professionali che stanno un po' discoste, dovete ammetterlo, dalla vita della gente comune.
Non c'è da far carriera per se stessa, c'è da ingegnarsi opportunisticamente con quello che si ha. Intanto nessuno vieta ad un avvocato in erba di abitare fuori città e di passare il tempo come e con chi vuole. Importante è trovare con chi farlo e questa, mi sembra, è la questione centrale: la dimensione sociale è la sola che può evitarci di caricare la nostra vita di eccessivo "professionismo".
I ruoli sociali acquistano senso quando sono riferiti ad un insieme di cui sanno quale parte rappresentano, nella dimensione individualista invece è inevitabile che si riducano a fattore identitario: il proprio successo, una definizione certa e inequivocabile di noi stessi.

Mi sembra una forzatura che ti si imponga di scegliere tra il contadino e l'avvocato, anche perché pure il contadino, se fatto come professione, rischia sempre di perdere misura e fare i danni di un'impresa. Il contadino come ruolo sociale non ha da essere: e perché mai gli altri dovrebbero perdersi la ricchezza e la soddisfazione di guadagnarsi la pagnotta sui campi... o dovrebbero, per dire meglio, arrogarsi il diritto di scappare dalla fatica del lavoro fisico?
Perché dobbiamo ritenere che l'avvocato non si sposi al contadino? Se è solo una questione di muscoli allora  è proprio ad un sedentario che serve l'attività fisica e pratica, ma che sia reale e non solo per hobby o per sport. Certo che un contadino, visto che è già allenato, può fare anche il muratore o l'operaio, ma forse gli farebbe meglio, per la schiena come per lo spirito, coltivare altri interessi e darsi alla ricerca culturale.
La cultura è semplicemente la capacità di muoversi tra le informazioni e cavarne ciò che serve: è uno strumento utile quanto la zappa ma, forse più della zappa, è anche facile a trasformarsi in segno di privilegio ed arroganza!

venerdì 5 aprile 2013

La turca

Brava Donatella, hai ragione sul bagno alla turca (vedi il post sulla sedia), come fai 
a sapere che in casa siamo anche dotati della turca?





E' stata invero una scelta architettonica che ha riscosso uno scarso gradimento. Molti
dei wwoofer che sono venuti l'altro anno hanno infatti preferito un regolare water che
abbiamo in un altro locale.
Se sulla sedia si può discutere... sulla turca no! Scoprire le recondite ragioni che ci
hanno portato all'uso collettivo di cagare seduti richiederebbe un trattato, non un
post!
E' assolutamente evidente che la posizione fisiologica per defecare è accovacciarsi.
Mentre lo star seduti sulla tazza è correlato al passarci del tempo, come se la
condizione della stitichezza fosse la norma.
Esiste un libro di un inglese, un entomologo che a suo tempo si è appassionato alla
casa tradizionale giapponese (Morse Edward S., La casa giapponese, bur), che illustra
non solo il buco nel pavimento di legno ma anche una sorta di manubrio posto davanti al
buco che consentiva l'appiglio all'antico giapponese.
Una turca con un rubinetto di fianco che sostituisce il bidet, possibilmente in
adiacenza ad una finestra e ad una porzione di cielo, ci sembra una tecnologia
essenziale e dignitosa ma, con l'esperienza, abbiamo anche visto quanto poco sia
gradita.
L'obiezione può essere "e i vecchi?" Ma con l'epoca tecnologica in cui siamo, che
problema c'è a mettere un asse da seduta ribaltabile sopra la turca stessa, quattro
tasselli nel muro?