fondamentalismo della modernità

"Potremo esultare alla morte di dio
solo quando avremo un'alternativa all'individualismo."

domenica 31 marzo 2013

Una storia bella


Sei anni fa ci siamo accordati con una cooperativa che proponeva attività didattiche per le scuole medie. Noi mettevamo il posto e la nostra disponibilità, loro si occupavano della parte burocratica e del trasporto. Un paio di classi, una cinquantina di ragazzini di qualche media del circondario, scuole di paesotti da duemila abitanti, in zona pedemontana a 30 km dalla città.



Inconsistente dal punto di vita economico (in due 14 ore di lavoro intenso per 70 euro, 5 euro l'ora) ma interessante dal punto di vista umano: a vivere in due, isolati e nei boschi, fa una certa impressione trovarsi di colpo ad essere in cinquantadue!
La preoccupazione di una cosa nuova: cascheranno nei vari laghetti, si taglieranno con qualche lamiera, si faranno mordere dai cani... se non si saranno già fatti incornare da Ambrogio!



In fretta e furia mettiamo "in sicurezza" tutto quello che ci sembra possa essere pericoloso e poi... ci rendiamo conto che possiamo solo sperare. Il mio compagno propone la sua ricetta pedagogica: "non dico niente e mi metto a fare cose, non li guardo nemmeno in faccia e vedrai come mi vengono dietro".
Funziona! In un paio di anni sono passate una dozzina di classi per un totale di circa 300 ragazzini che hanno passato una giornata da noi senza farsi male e senza procurarci il minimo fastidio. Poi le scuole hanno finito i soldi, la cooperativa è fallita... e noi non abbiamo più visto nessuno.
Mi restano una serie di ricordi che vorrei condividere con voi.

In una classe c'è una bambina down. Non partecipa con noi alla costruzione in terra cruda che avevamo organizzato ma si mette poco distante, al limite del bosco, e con dei bastoncini comincia a costruire una casetta per Leo, il nostro cagnolino, che ha monopolizzato. Mi accorgo che i ragazzini che ho intorno la controllano costantemente, e con lo sguardo di chi sta seriamente "accudendo" qualcuno.
Chiedo conferma alle maestre: mi dicono che sono sempre stati molto protettivi con questa bambina, e che quello è l'atteggiamento abituale dell'intera classe.

Una volta il pullmann è arrivato e metà dei bambini è scesa, ma l'altra metà è bloccata da un bambino che non scende. Vado a vedere e mi dicono "ha tanta paura dei cani..." Gliela metto sulla virilità, funziona, riesco a farlo scendere e lo accompagno a "presentarsi" ai cani, poi non ci penso più e me lo dimentico.
Poco prima di partire noto un ragazzino accovacciato che tiene sottobraccio Uto a destra e Teo a sinistra. Mi guarda, sorride e dice "non ho più paura dei cani!"

La carretta è più grossa di lei, è piena d'argilla e so bene quanto pesa spingerla in mezzo ad un prato. Eppure ce la fa. Undici anni, esile, il mio compagno mi dice "l'assumerei... lavora come un uomo ed ha un bel sorriso". Chiedo alle maestre, "quella ragazza? Il padre fa il muratore, ha la casa piena di animali, è forte come un toro e sa fare di tutto".
Pochi minuti dopo le scappa un piede nel laghetto, basta un occhiata per accordarci che il piede si asciugherà da solo e che non è il caso di fare squittire le maestre per così poco...

Ha la stessa età degli altri ma li supera di una buona spanna, attraversa il cortile con falcate flessuose, mi sorride con un filo di perle sul viso nero. Me lo trovo davanti nella costruzione della capanna di terra e mi viene in mente "questo è il vero PIL dell'africa da conservare prezioso, la capacità di sorridere in questo corpo stupendo!"

Abbiamo una capra col latte, il mio compagno fa vedere ai bambini come si munge una capra. Dopo poco viene da me "mi sono accorto che uno dei ragazzini di capre ne aveva viste più di noi due messi assieme, gli ho chiesto di dare un'occhiata alle mammelle di Viola (una capra ereditata, arrivata da noi in pessime condizioni) e lui è riuscito a spurgarle". Viola, in effetti, dopo pochi mesi sarà in grado di fare una bellissima capretta e le sue mammelle riusciranno a nutrirla.

Uto, il nostro capobranco, gira per il cortile tutto fiero, ha finalmente raggiunto il suo scopo: avere un branco che merita! Se li è guardati arrivare senza poterci credere, e noi sappiamo che in realtà quello è il suo vero obiettivo: certo, lui è un capobranco ineccepibile per i suoi conspecifici, ma il suo vanto reale sta nell'aggregare tanti umani al suo branco canino. Per questo quando sono arrivati se li è leccati uno per uno, tutti e cinquanta.
Ma a fine giornata il pulmann se li è ricaricati tutti e lui viene da me, sconcertato, mi lecca una mano per sollecitare un mio intervento... e piange!



I bambini a quell'età sono nel periodo di latenza, le classi sono miste ma, lasciati liberi, si dividono nettamente tra maschi e femmine. Si riuniscono sul lavoro, sulla "missione", non c'è tensione tra i due gruppi ma collaborazione e rispetto. Abbiamo visto un materiale umano... ancora umano.
Hanno reagito alla mancanza del controllo degli adulti semplicemente con l'autocontrollo del gruppo dei maschi e del gruppo delle femmine, hanno organizzato la strutturazione sociale basata sul genere con l'obiettivo di passarsi un bella giornata... e ci sono riusciti!
Certo, questi erano ragazzini di campagna, che hanno visto ancora qualcosa oltre alla tv, ma non penso che con ragazzi di città sarebbe molto diverso. Le qualità che abbiamo potuto apprezzare in queste "giornate in campagna" vengono rasate dopo pochi anni, all'ingresso del liceo oppure quando la pubertà li costringerà a fare scelte individualistiche. Il loro talento spontaneo nell'organizzarsi in gruppi di genere potrà forse ancora applicarsi nel gruppo dei pari adolescenziale, che si esaurirà con l'esigenza di trovarsi un lavoro.
Ma siamo una bestia sociale, siamo strutturati per questo. Questi 300 ragazzini ce l'hanno confermato: ci va proprio l'opera attiva della civiltà per riuscire a scardinare un assetto così profondo!

martedì 26 marzo 2013

Bacchette


Come tutti avevo provato a mangiare con le bacchette al ristorante cinese: meno facile
di quello che sembra!



Adesso, che sono diciassette anni che mangio con le bacchette, trovo invece strano
infilare in bocca quella specie di tridente che chiamiamo forchetta. Le posate
d'acciaio mi ricordano gli attrezzi del dentista...
Gli orientali le cose le tagliano prima, ed il cibo viene portato in tavola della
dimensione giusta per essere afferrato con le bacchette.
Le bacchette sono a tutti gli effetti una estensione delle dita, usarle corrisponde ad
afferrare qualcosa tra pollice ed indice. E' sorprendente come il nostro cervello si
accordi, con la pratica, direttamente con lo strumento ed un gesto preciso, come
afferrare un singolo pisello per portarlo in bocca, diventa completamente automatico.
La neurologia fino ad una ventina d'anni fa aveva una certezza: il cervello è quello
che è, e col tempo non può che ridursi poiché i neuroni non si rigenerano.
Oggi, con le nuove tecniche di indagine, sappiamo invece che il cervello è plastico. Ad
esempio il Sig. Einstein aveva in testa una bozza che non era, come si potrebbe
pensare, il pallino della matematica bensì quello del violino che aveva imparato a
suonare in tenera età: l'uso esasperato delle mani aveva "gonfiato" l'area motoria
relativa.
Ogni strumento che usiamo occupa una parte del nostro cervello. L'uso delle bacchette,
così come una scrittura particolarmente impegnativa, hanno dotato gli orientali di una
particolare abilità manuale nei lavori di precisione. Adottando le bacchette tutti
possiamo affinare la precisione delle nostre mani.
Riguardo alle mani degli orientali vorrei raccontarvi di un giorno che sul treno mi
sono seduto vicino ad un giovane cinese. Il ragazzo stava guardando fuori dal
finestrino e la sua mano, appoggiata con noncuranza al sedile, formava un angolo retto!
Novanta gradi tra il dorso della mano e le dita in estensione, io al massimo arrivo a
sessanta gradi ma con sforzo, per lui era una postura normale.
In quella differenza fisica tra le nostre mani c'era il risultato di una diversa
alimentazione protratta per secoli. Evidentemente la nostra combinazione carne/latte ci
ha "arrugginito" nelle articolazioni e ci ha reso tutti un po' artritici.
Per questo penso che dobbiamo avere pazienza per molti dei nostri personali malanni:
cambiando alimentazione possiamo fare in modo che i nostri figli o i nostri nipoti
ripartano da un'umana forma nella sua completezza.

venerdì 22 marzo 2013

Alimentazione e vitalità


Ieri mattina ho fatto un'esperienza interessante, che è valsa però un brutto scherzo al
mio compagno. Sapevo il dato razionale che il "tono" di un cavallo dipende
dall'alimentazione (fieno per un cavallo a riposo, avena in chicchi per un cavallo che
lavora), ma non avevo idea di "quanto" dipendesse.
Bene, dicevo, ieri mattina come sempre mi alzo presto, accendo la stufa, preparo la
colazione e do anche da mangiare alla cavalla: una bracciata di fieno e come al solito
una ciotola di fioccato; poi vedo sul fornello la pentola avanzata dalla nostra cena e
penso che ne abbiamo in abbondanza e allora le aggiungo due belle pugnate di avena e
orzo cotti al dente. Poi non ci penso più...
A fine mattina andiamo a far qualcosa con la cavalla. A due anni e mezzo ha l'età
giusta per cominciare a veder la sella e imparare a farci assieme con l'umano, quella
strana bestia che avrebbe la pretesa di salirgli sulla schiena...
La portiamo in mezzo al campo e il mio compagno si mette a farla girare "alla corda"
come già aveva preso l'abitudine: risultato allucinante, neanche l'accenno di un passo,
solo salti sgroppate e rampate... Non è pericoloso per lui che sta al centro, e se la
cavalla ha qualcosa da sfogare quello è proprio il metodo migliore per farglielo fare,
ma dopo dieci minuti sono tutt'e due ansimanti e coperti di sudore!
Lei non era aggressiva, non era né incazzata né spaventata da qualcosa, era solo troppo
"carica". Stupita anche lei (ad un certo punto è scivolata, s'è trovata a terra ed è
rimasta un attimo ferma con la faccia a dire "ma che sto facendo?"), quel circo era
semplicemente la misura dell'energia che aveva dentro, il passo conseguente al tono
vitale che si trovava in quel momento!
A quel punto ho dovuto mio malgrado confessare, ho dichiarato il menù di colazione... e
allora tornavano i conti a tutti! Adesso, con l'esperienza di prima mano, posso dire di
sapere davvero "quanto" l'alimentazione influenzi il tono vitale di un cavallo.
Allo stesso modo molta gente è "informata" di quel legame tra le cose che mangiamo e
come stiamo, tra quello che facciamo e quello che siamo. Eppure tanti si fermano lì,
non hanno mai fatto l'esperienza diretta, su se stessi, di cosa voglia dire un mese o
anche solo una settimana di alimentazione "pulita".
La scienza ufficiale, così come il ragionamento astratto, non hanno parole per dire
quel plusvalore vitale (non contabilizzabile in tabelle nutrizionali o kcalorie) che
distingue il cereale integrale da quello raffinato, dal riso sbiancato o dalla pasta (o
peggio ancora dal pane, o dallo zucchero, o dall'alcool... che in teoria sono solo
altre versioni degli stessi amidi).
Oltre al dato razionale l'invito non può che essere: provate, il corpo non potrà che
reagire prontamente, e la vostra consapevolezza non dovrà fare altro che prenderne
atto!

lunedì 18 marzo 2013

Sulla sedia


Un aspetto indubbiamente positivo della crisi è la possibilità di rivalutare le cose
che facciamo.
L'altra sera io e il mio compagno constatavamo la varietà di sedie che si erano
raccolte attorno al tavolo in cucina: la sedia pieghevole da 10 euro, la sedia alta e
stretta fine ottocento ma ancora stabile e perfetta, e quella ferro e plastica tipo
scuola anni '60.






La prima è la nostra sedia di casa, scelta in primo luogo perché consente di salirci
coi piedi ed accovacciarsi. La seconda serve ai bambini e ai bassi di statura. La terza
era lì a testimoniare il passaggio di un nostro amico handicappato che solo su quella
sedia rigida riesce a darsi un colpo di reni per tirarsi su da solo.
Tre buoni motivi per mettere in secondo piano la scelta, tutta estetica, delle sedie
tutte uguali.

Ma perché la posizione seduta?
In fondo il mondo si divide tra chi ha mantenuto la posizione accovacciata - indiani,
neri, asiatici... tutto il mondo "povero" - ed il mondo occidentale, che sembra non
poter più fare a meno di un posto dove posare il proprio sedere. Anche i primi hanno
concepito la sedia, ma l'hanno chiamata trono e ne hanno riservato l'ambiguo privilegio
ad uno solo!
Ambiguo perché un'apparente comodità presto si traduce in un indispensabile supporto
per i nostri limiti, che siano di pancia o di artrosi!
La posizione accovacciata invece, per chi se la può ancora permettere, rispetta la
nostra forma e fisiologia: riduce il nostro ingombro, conserva il calore del corpo e
riduce il percorso del sangue (ricordiamo che il cuore è aiutato da una "pompa passiva"
nel tallone), mentre la sedia costringe la colonna vertebrale ad un assetto innaturale.
Per la posizione seduta non restano quindi che motivazioni di un artificiale "decoro",
a cui bambini veniamo sottoposti fin dalla più tenera età: "stai seduto composto" è la
prima regola che impariamo!
In questa casa ci concediamo di salire con i piedi (preferibilmente scalzi o perlomeno
non con gli stivali pieni di fango!) sulla pieghevole da 10 euro, sedia di tutto
rispetto che Munari citava in un suo libro sul design, alternando tutta una serie di
posizioni degne di un pappagallo sul suo trespolo!
In piedi, accovacciati e sdraiati sono posizioni fisiologiche, tutto il resto è
cultura. Fai un esperimento: accovacciati all'aperto e scoprirai che in quella
posizione tu sei vicino alla terra, ma i tuoi occhi guardano il cielo!

giovedì 14 marzo 2013

La destra gioca nei boschi


Dopo una settimana di pioggia, il primo sole vero. Ne approfitto per fare una
passeggiata con i cani, fino al fiumiciattolo sottostante che dista circa un chilometro
e mezzo.
I boscaioli hanno tagliato una grossa zona di riva, risalgo e mi godo il panorama che
prima era impedito dagli alberi.
Sotto di me con gran fracasso compaiono tre quad che si impegnano a giocare con i buchi
pieni d'acqua e fango che i trattori hanno scavato nella strada sterrata (perché dalle
mie parti si fa così: chi ha il trattore più grosso fa i buchi più grossi, passa... e
ovviamente nessuno riempie i buchi). Si fermano sotto la mia postazione imboscata, si
tolgono il casco: 30-40enni con l'espressione di bambini eccitati.
Dopo alcuni minuti altro frastuono dalla parte opposta, ed ecco comparire una colonna
di sette gipponi, anche loro impegnati nello stesso gioco di buttarsi nelle enormi
pozzanghere della strada. Due per auto fa quattordici, più un bambino, più i tre dei
quad fa un totale di 18 persone "a spasso" per i boschi un'allegra domenica di marzo.
Ovviamente i quad decidono di aggregarsi ai gipponi e finalmente, di mezzo alla natura
incontaminata ecco partirsene questa lunga colonna ruggente...




In quell'istante i miei occhi sono attirati da qualcosa che si muove in modo
circospetto dall'altra parte del torrente. Penso subito a dei cinghiali, ma l'assetto
non corrisponde e soprattutto hanno qualcosa in mano: non sono cinghiali ma ragazzotti
in tuta mimetica che la domenica mattina, invece di andare a messa, si precipitano nei
boschi a giocare alla guerra... Di crisi possiamo evidentemente permettercene
ancora un po'!
Se col post sull'arte abbiamo preso in considerazione la retorica e la miseria dei
giocattoli della sinistra, in un quarto d'ora mi si presentano i "giocattoli" della
destra: l'adulto che si eccita col motore o, se non basta, con la guerra!
Ho pietà di quel ragazzino che è lì col telefonino che fotografa suo padre che si butta
nel buco col suo gippone: tra un paio d'anni sarà sessualmente maturo, ma che potrà mai
farsene del suo uccello? perché per lui l'eccitazione sarà questa. Questo è
l'individualismo dei motori, in cui l'impotente si eccita per la "potenza" del suo
mezzo.
Per questo non riesco ad immaginare una "cura" che non passi per una drastica
ridefinizione del maschile e del femminile. Perché se ci eccita l'arte o la guerra non
siamo noi stessi, non siamo adulti, e se non siamo adulti non siamo l'unica cosa che ci
è concessa essere... alla nostra età.


lunedì 11 marzo 2013

Valutazioni in corso...


Cari lettori,

Questo è il post di compleanno del blog "La Civiltà del Fottere".
E' nato il 11 marzo 2012 come conseguenza del mio personale risentimento per aver passato un anno intero a scrivere un libro - "Stato di Grazia", una ricerca critica sulla genesi della modernità - che nessuno ha voluto leggere.
Con il blog ho provato ad applicare i presupposti filosofici del libro ad una serie di argomenti trattati sinteticamente in forma di post, ed ho scoperto che i singoli temi possono anche risultare interessanti. Non mi sarei aspettato che questa bacheca virtuale sarebbe stata visitata, in un anno, più di 11mila volte! Interessante, ma non abbastanza da spingere alcuno ad approfondire la visione d'insieme che ho presentato nel libro. Nessuno degli 11mila visitatori ha acquistato il libro, ed il numero dei commenti sul blog è stato ridicolo.



Le statistiche del blog mi dicono che i post più battuti sono stati quelli che testimoniavano esperienze pratiche, questi hanno trascinato quelli che invece parlavano di maschile e femminile... Certo, in una società individualista è proprio il genere sessuale la "tecnologia" che si cavalca, e nessuno vuole togliersi la sedia da sotto il culo... Ma chiunque si riconosca una qualche piccola residua velleità alternativa, è costretto ad ammettere che sono motivazioni profonde, e tra queste dunque il genere, a determinare il tipo di vita che si è scelto nella pratica.
Su questo IL TABU', cari lettori, ma non si cambia stile di vita senza passare dall'individualismo a qualcosaltro... all'accettazione del piano sociale, del branco, della specie e quindi della sua forma.
Certo, la vita individualista è terribilmente noiosa, ed ho il sospetto di aver lavorato solo per ridurre questa noia. Anch'io ho provato a smanettare sul computer per trovare qualcosa di interessante nel grande mare di internet. Ci ho trovato proprio poco ma non mi abbatto: ho la fortuna di poterla evitare questa vita, triste solitaria e voyeristica, perché ho un branco dove respirare, un branco raffazzonato, tenuto assieme con lo sputo e rinvigorito dalla compagnia di svariate aggregazioni animali, un branco piccolo e misero ma pur sempre un branco.
Per cui potrei anche chiuderlo questo blog, ricordando a chi l'ha visitato che non è il piano virtuale a cambiare le cose ma quello concreto di ciò che siamo capaci a fare... Sarebbe la mia prima reazione, cazzonesca e intransigente sui princìpi... e sicuramente comoda per tutto il lavoro non ripagato che mi eviterei! Questa sarebbe la reazione individualista. Poi ci penso su e arrivo alla conclusione che, per quanto triste sia accorgersi dell'enorme distanza tra le aspettative e la realtà, questa è la realtà da riconoscere e rispettare. Non posso lamentarmi se i frequentatori della società virtuale si rivelano virtuali!
Stupirmi no, ma neppure far finta che ciò sia normale. "Attenti perché la situazione è grave", è necessario che io dica, "non solo tutti inquinano ma chi dichiara di non voler inquinare è il più lontano dalla possibilità di un cambiamento concreto: la condizione postmoderna è una risacca di umanità e la dimensione virtuale è il suo respiro".
Detto questo il blog resta fruibile, come materiale documentale, informazioni e strumenti concreti. Se qualcuno ci troverà qualcosa di buono lo potrà comunque visitare e portarsi a casa il pezzo che più gli interessa, e se qualcuno vorrà tenerlo "vivo" potrà sempre postare dei commenti.
Di esperienze interessanti da raccogliere nel blog ce ne saranno ancora e non sono certo gli argomenti a mancare perché, se non ve ne siete ancora accorti, è il modo di coglierli e trattarli che fa la differenza! Non mi chiedete però la periodicità e la frequenza cui vi ho abituati: non mi sembra dignitoso comunicare con migliaia di persone e non arrivare a conoscerne mezza.
Rinuncio a quella pretesa (è inutile insistere, se la bestia selvatica fa un passo indietro potrò solo ottenere di farla scappare), ma non allo strumento che continuerà a servire comunque ad un gruppo di persone per "appuntare" le sue esperienze di autonomia e di ricerca critica.


finora in questo blog:

- si è tentata un'analisi storico/politica che partisse da presupposti di COMPLICITA'
- si è iniziato un discorso sull'AUTONOMIA raccogliendo esperienze concrete in corso
- si è lavorato nel verso di svelare l'importana della questione di GENERE: di come   interpretiamo il    maschile ed il femminile, nel fondare un certo stile di vita
- si è ragionato su di un parametro di FORMA, intesa come riferimento sia su di un   piano di conoscenza  che di esperienza di sé


per contattarmi
giovannijalla@yahoo.it


Auguri di una vita serena a tutti
g.j.


domenica 10 marzo 2013

Una sera al bar


Ieri sera sono uscito, sono andato al bar della Società Operaia locale. C'era un
concerto, uno che cantava De André, non c'era un giovane per tutto il locale!
Sono morti gli ideali? Di più! Improvvisamente mi è sembrato che non fosse più di
moda... che non potesse essere più di moda per nessuno ormai, essere lì, essere di
sinistra.



Berlusconi ha affondato la destra, e forse Grillo ha fatto lo stesso con la sinistra...
Siamo ormai oltre la politica: il discrimine tra individualismo e socialismo è stato
definitivamente superato dall'autismo postmoderno!
Dal '45 in poi è stata una crescita economica continua e, finché il raccolto aumentava,
il dibattito non poteva che concernere la spartizione. Questa invece che vediamo oggi è
"crisi", ormai si è reso evidente, e non solo crisi economica ma crisi paradigmatica del
concetto di progresso.
Si ha da cambiare operazione nel fare i conti: al "diviso" della spartizione, dobbiamo
sostituire ed abituarci ad usare il tasto "meno" della sottrazione. Le istanze
corporative e sindacali incentrate sulle regole della spartizione hanno perso
improvvisamente il loro senso (come posso spiegare cos'è il meccanismo del sindacato ad
un amico rumeno che si ritiene fortunato quando viene assunto per una settimana
intera?)
Questa condizione, la dimensione mentale della crescita e del progresso, ha impedito
per sessant'anni agli italiani una consapevolezza ambientale e salutista. Buona parte
delle esperienze umane di questi anni non sono uscite da queste parentesi: se sono
ricco difendo le mie prerogative, se sono povero cercherò di accedere ai beni dei
ricchi (e in questo per molti si è risolto il senso della politica!)
Non c'è mai stata una valutazione sulla "bontà" di questi beni, sull'impatto ambientale
e sulla loro reale utilità. Di fatto, per tutti questi anni, siamo vissuti nella
perfetta coincidenza tra "bene" e mercato: se abbiamo le vigne il vino fa bene, se
abbiamo gli olivi fa bene l'olio e se abbiamo la stalla fa bene la carne; a dire che il
lavoro non si tocca, che sia l'Ilva di Taranto o Marghera o Seveso... lo spettacolo deve
continuare, tutti i nostri figli devono studiare e poi fare il master all'estero...
Non è la crisi contingente a farci vedere la reale miseria, la miseria sono tutti gli anni che
abbiamo buttato nell'overdose consumista, nell'abbandono del territorio e
dell'agricoltura, nei miti del turismo o dell'arte... in tutti i condimenti
dell'individualismo! Quella era la reale miseria, culturale ed umana, che abbiamo
chiamato "progresso".
Ma basta lamentarsi, questa sera arriva Alice, 30 anni, la prima wwoofer della
stagione. Non abbiamo la più pallida idea di com'è come persona, ci ha semplicemente
chiesto di poter venire a dare una mano in cambio di imparare a farsi l'orto. Possiamo
immaginare che, vista l'età, Alice i musei li abbia già visitati, che abbia visto i
film che si dovevano vedere e letto i libri che si dovevano leggere, e possiamo anche
immaginare che troverà più interessante seminare coste e piselli, imparare da che parte
si prendono i 4 qt.li della cavalla Penelope o come si fa finta di niente quando le
capre ti hanno fottuto per l'ennesima volta...
Se questa è la crisi, ben venga!


mercoledì 6 marzo 2013

Grillo


Passate le elezioni proviamo a fare due valutazioni.
La destra ribadisce per l'ennesima volta il suo atteggiamento rancoroso: Berlusconi è
ancora lì, contro ogni tipo di interesse, nazionale internazionale o privato, legale o
illegale, ad onta di una qualsiasi concezione giuridica dello stato, e nonostante una
gran parte dei suoi elettori sia già all'ospizio! Non possiamo che definirla così
quest'insoddisfazione: il rancore di chi si sente dalla parte del dovere e della
tradizione, di chi ritiene di aver lavorato mentre tanti se la godevano, e chissà,
forse ancora di chi non ha digerito il risultato del referendum monarchia-repubblica ed
avanza il dubbio che sia stato falsificato. Forse è proprio che la tradizione si
conserva e si trasmette come il rancore, di padre in figlio.
E la sinistra sta, sbigottita dalla prospettiva di un futuro senza giocattoli. La crisi
costringe alla realtà, e a che servono allora i grandi ideali per amministrare una
grigia modernità senza aspettative? E se si tratta solo di gestire soldi e potere,
allora non c'è più alcuna differenza sostanziale, nel malgoverno destra e sinistra si
equivalgono.
Un sistema esaurito, parrebbe, una fottitura che ha finito di spremere la spugna, tanto
da lasciar nascere, dal nulla, il fenomeno nuovo dei grillini. Il movimento 5 stelle
raccoglie il testimone, ora dovrà farci vedere cosa sa fare.


Dire che è cresciuto su di una propaganda populista è dir poco, ma attenti, non è un
giudizio di valore: magari è stata una strategia opportuna, magari lo stato della
popolazione è talmente malandato da richiedere necessariamente quel tipo di grammatica
(Berlusconi se l'è inventato quel populismo, l'ha cresciuto con le sue televisioni...
e fessa la sinistra che non l'ha voluto ammettere!).
La denuncia del marcio è dunque valsa una tornata elettorale. Ora però si tratta di
inventarsi una pratica di governo in positivo, e qui vedo il difficile. E difficile non
per le forze e gli interessi e i poteri già costituiti che i nuovi amministratori si
troveranno a fronteggiare, ma per il rischio di non aver nulla da opporre ad un
principio forte e diffusamente praticato come quello del "fottere".
Potremmo cercare degli antecedenti alla proposta di Grillo in fenomeni, per esempio,
come Pannella e i radicali, che hanno rappresentato l'opzione di una sorta di
"protestantizzazione" della vita politica italiana (libertà civili per l'individuo e
riduzione ed efficienza per le istituzioni). C'era poi stato Di Pietro ed una
tangentopoli giudiziaria a tentare di ripulire il sistema... ma allora non c'era questa
crisi economica in atto, e forse  questo è l'elemento sostanziale.
Se "crisi" vuol dire che non c'è più un bottino da spartire, allora le ragioni del
fottere vengono meno, il lustro del potere si spegne e la gestione del sistema torna ad
essere considerata un'impegno, oneroso e decisamente complesso. Questo momento critico
è un'opportunità. Si tratta di "cavalcare la crisi" e correre ad inventarci
un'alternativa di vita onesta, ecologica ed economica, prima che ci venga imposto dagli
eventi.
Si tratta di ripensare alla funzione dell'impegno politico. E se, in alternativa alla
pratica del fottere, non possiamo che condividere una visione del "potere come gestione
della debolezza", allora il nuovo amministratore non potrà limitarsi a ripulire il
sistema, ma dovrà anche sapere in che direzione manovrare la barca. Perché se
l'istituzione, pur liberata dalla corruzione, continua a lavorare a proprio vantaggio,
come è abituata da sempre, per autoconservarsi creando il bisogno invece che puntare a
ridurlo (la scuola che crea ignoranza, gli ospedali malattie, la polizia insicurezza
etc.), allora siamo daccapo alla vecchia concezione del potere dove il fottere è
scontato!
Proporre un'alternativa significa identificare il verso di un cambiamento culturale
complessivo che persegua coerentemente la decrescita economica, un'imprenditorialità
sostenibile, e l'autonomia di una popolazione dove ciascuno venga reinvestito delle sue
responsabilità: all'individuo il compito di coltivare la propria salute e le proprie
capacità, alle comunità locali il controllo e la tutela del territorio, ad una cultura
ambientale e realistica condivisa l'indirizzo delle scelte produttive fondamentali.
Si può decidere, ad esempio, di agevolare l'autoproduzione agricola e tassare
l'allevamento industriale (il gettito fiscale servirà semplicemente a pagare i costi
sanitari di un'alimentazione carnivora), ma gli allevatori non saranno contenti. Si può
decidere di incentivare il ritorno alla terra delle nuove generazioni "semplicemente"
azzerando i costi notarili dei passaggi di proprietà, solo i notai ne avranno a male!
Sono tutte riforme possibili e ragionevoli, ma ciascuna vale l'inimicarsi di qualche
categoria, casta o interesse costituito. Ma i grillini possono farlo, visto che sono
stati eletti proprio per quello, per smantellare ogni sorta di monopolio e consorteria.
E' caduto il Vaticano, potremo anche permetterci di tirar via "le cose morte" come gli
ordini professionali e le licenze commerciali, via i privilegi dei notai, dei tassisti
e degli statali, basta col parassitismo e l'assistenzialismo, via i sindacati e la
cassa integrazione...
Ma questo significa far scontenti proprio tutti, significa che anche i grillini ed i
loro elettori, prima o poi, verranno toccati nelle tasche dalle loro stesse riforme. Ne
sono consapevoli?
Spero proprio di sì perché, dopo una prima entusiastica risposta populista, l'appoggio
può continuare solo da parte di un elettorato davvero motivato dall'interesse generale
della collettività, solo dunque da parte di chi abbia già rinunciato alla prospettiva
del privilegio.
Ma chi c'è oggi in Italia che possa dirsi fuori da questi giochi? Se assumiamo il dato
"fisiologico" che ogni adulto debba essere in grado di procurarsi da mangiare, allora
quel 97% di italiani non occupati in agricoltura sta già a dimostrare un privilegio, il
privilegio di mettersi fuori dal settore della produzione primaria, il privilegio del
proprio pezzo di carta. Li abbiamo fatti studiare... ed ora dobbiamo dargli un impiego,
anche se non serve, anche se finisce per diventare una croce per la vita di tutti i
giorni (chiunque ultimamente abbia fatto qualche lavoro in casa si è accorto che è
diventato un delirio in quanto a certificazioni e professionisti coinvolti).
Il rischio di questo populismo è solo quello di una nuova dittatura, una "dittatura
soft" come potrebbe esserlo quella del ceto medio: tutti che certificano tutti, tutti
che devono far valere il proprio titolo di studio... Peccato, avevamo appena cominciato
a renderci conto che l'ecologia significa rompere la sacralità e l'indiscutibilità del
prodotto di consumo e del lavoro per produrlo, quando ora ci accorgiamo che dobbiamo
dire lo stesso per la concezione della scuola e della cultura, e per l'idea di
privilegio che ne deriva!
Se il movimento 5 stelle non sarà capace di inscrivere i propri sforzi nel quadro di un
cambiamento complessivo, alla ricerca di un altro modello di vita che possa rispondere
alle richieste di giustizia ed ecologia che oggi cominciano a porsi in maniera
inderogabile, allora non potrà che limitarsi ad un "riformismo nordico", perché quello
è di fatto il modello.
Certo, ci siamo arresi all'efficienza delle rotonde stradali solo quando ci siamo
accorti che in Francia, in Svizzera e in Germania già le usavano da un pezzo, e così si
sono prodotti senza clamore tanti altri piccoli cambiamenti nella vita quotidiana.
Grillo d'altronde ripete spesso che non c'è da essere originali e basta guardare come
fanno "dove le cose funzionano".
Ma un modello  di riferimento c'è, ed è l'efficienza e la pragmaticità dei paesi
dell'europa settentrionale e di una cultura che non è il cattolicesimo che conosciamo.
Gli italiani potrebbero cominciare ad accorgersi che "l'europa è protestante", e che il
fatto di non sbandierarlo è proprio un tratto protestante!
Dovremmo però ammettere anche che il buongoverno che questi paesi dimostrano al loro
interno non corrisponde ad una giustizia internazionale (fanno parte dell'occidente
sfruttatore del terzo mondo anche i paesi scandinavi!), e che l'individualismo "spinto"
di quelle latitudini corrisponde ad un tasso di alcolismo che ha delle cifre assurde...
In sostanza, penso che potrò credere alla rivoluzione dell'"antipolitica" solo quando
sarà una rivoluzione nei numeri, solo quando vedrò che gli occupati in agricoltura
torneranno ad essere una quota ragionevole ed onorevole della popolazione italiana.

martedì 5 marzo 2013

L'arte fa bene?

Non mi capita spesso, non più di due o tre volte l'anno, di uscire dai boschi e andare 
in città per qualcosa di culturale, ma ieri sera l'invito a partecipare alla claque del 
concerto di un amico (unito al fatto che mi passavano a prendere) ha fatto sì che 
raggiungessi il castello di Rivoli con la prospettiva, oltre al concerto, del 
vernissage e di una visita gratuita alla galleria d'arte moderna.



Col vernissage chiudiamo in fretta, non so bene con quale criterio popolar-slowfood un 
intero maiale era stato macellato e spalmato nelle più svariate forme sul bancone del 
bar: nulla di commestibile! Stendiamo un velo pietoso anche sul concerto. Il rock 
nostalgico, riflesso dalla parete da 30cm di cemento armato della novella ed acclamata 
ristrutturazione del castello (già discretamente brutto in origine), era tante cose... 
ma nulla a che vedere con la musica.
Restava la galleria: tre piani di scale, enormi stanzoni riscaldati, ed una sequenza di 
installazioni.










Malcontati siamo in mille e io devo ammettere di non essere il visitatore giusto. Ma
non per il tipo di opere, non mi faceva una grossa differenza fosse stata una mostra
fotografica o un'esposizione di quadri di Dégas, è che non riesco proprio a capire
cos'è che devo prendere, e mi resta sempre il dubbio che sia un limite mio e che gli
altri 999 stiano invece godendo come dei mandrilli.
Al che li guardo, più interessato a loro che ai reconditi significati delle opere.
Sorprendentemente, in questo luogo d'arte e creatività, ci trovo una stupenda
omologazione: cinquantenni con barba e pizzo, signorine trentenni vestite di nero!
Tutti con quell'odore di chiesa e di contrito rispetto, non una battuta un lazzo o una
risata: la presenza del Sacro!
Non so voi ma a me questo "sacro" stimola un compenso di materialità tanto che, di
fronte ad una vasca per terra con dentro un po' d'acqua, dopo un primo pensiero che due
tartarughine verdi ci sguazzerebbero bene, la mano scivola attratta da un materiale,
sarà piombo? Sì, e di fatti quello si deforma, mellifluo... Oh cazzo, con la mia
impronta l'opera d'arte non è più quella di prima!
Capisco che l'urgenza di una comunicazione possa prodursi in forma d'arte... non
capisco cosa dovrebbe darmi la "fruizione" artistica: 'che mi fa bene se passo un'ora
al giorno a guardare questo circolo di scarpe!?
Io non nego che dietro un'opera d'arte ci sia un impegno (fosse anche solo per mettere
assieme un mucchio di stracci). Qualcuno avrà dovuto esasperare qualche circuito
neuronale per arrivare a quest'opera: ricerche specialistiche, ma fruibili
semplicemente sul web, indicano che una cosa innocente come la visita ad un museo è già
di per sé una piccola fonte di eccitazione. E forse la ridondanza dell'opera d'arte
religiosa ha proprio questa spiegazione: in un'epoca dove non esisteva la televisione,
e pure le immagini erano rare (non c'erano riviste, foto e cartoline illustrate), la
noia mortale di una messa veniva mitigata dal fulgore vitalista dell'immagine (e noi
calvinisti ne eravamo perfettamente coscienti: in una chiesa valdese il massimo della
distrazione è il tubo della stufa!).
Questo è l'effetto dell'opera di un artista, che lo è diventato esasperando il suo
individualismo, su degli spettatori che cercano nell'arte la vitalità che gli manca.
Ma questa fisiologia non quadra con la facile spiegazione dell'arte contro la guerra
(Guernica in testa). Vi ricordo che Napoleone, che pacifico non era, non riusciva a
trattenersi dal rapinare tutta l'arte che incontrava, e che ad Hitler arrivavano ancora
treni pieni di quadri quando ormai era chiuso nel suo bunker...
Il settore interessato è quello dell'individualismo, dell'esasperazione degli organi.
Forse l'insegnante di educazione artistica non ve ne ha parlato ma se leggete la
biografia di qualche impressionista (provate ad esempio con la vita di Renoir) vi
renderete conto da quanto alcool era innaffiata l'opera dell'impressionismo. Qualche
esperienza l'ho fatta anch'io (tranquilli, non da pittore, ma da semplice alcolista) e
vi posso assicurare che certe gradazioni alcoliche sono parecchio "impressioniste"!
Un amico, dalla buona cultura, un giorno mi ha fatto vedere un catalogo di
espressionisti. Al fondo c'erano i ritratti degli autori, e lui mi ha chiesto "cosa
trovi di comune in tutte queste facce?" Era evidente, avevano tutti dei menti molto
pronunciati. E allora? gli chiedo, che attinenza ci può essere con la produzione
artistica? Alcuna finché non accostiamo dei dati scientifici curiosi del tipo che "il
mento cresce" ai salmoni quando vanno in calore, così come ai ciclisti quando
esagerano con gli steroidi. Conclusione? Possiamo dedurre che questo gruppo di pittori
si fosse radunato sulla condivisione di una "esasperata cazzoneria". Mi diceva, "guarda
i loro colori, sempre violenti e con la predominanza del rosso, guarda la loro
ricercata mancanza di armonia, è la dialettica marte-venere: tutto ciò che è dinamico
penetrante veloce violento, dialettico a ciò che è morbido e armonioso".
Quindi basta con le fiabe, l'arte una funzione ce l'ha... ma è quella di una
stimolazione nervosa, sia in chi la produce che in chi ne fruisce.
In tempi ancestrali possiamo immaginare che dei bravi padri di famiglia, in logica
apprensione per i loro figli di fronte alla pericolosa esperienza di una prima caccia
grossa, e ben consapevoli del meccanismo fisiologico dell'empatia, preferissero
avvicinare per gradi la prole all'impatto psichico del confronto con bestie pesanti
qualche quintale!


In questo periodo sto vivendo qualcosa di simile con una cavallina, pur simpatica e
dolce, ma tutta da domare! Vorrei averla io una caverna come Léscaux, che mi abituasse
ad averci a che fare con quei tre o quattro quintali che, vi assicuro, possono
diventare all'improvviso molto "disordinati".
In tempi ancestrali questo poteva essere il senso neurologico della manifestazione
artistica: addestramento all'empatia con l'altro (la bestia grossa) e col proprio corpo
(la reazione viscerale che comporta); e non la guerra, perché allora la guerra la
facevi per mangiare, col bisonte e non contro l'altro.
E' oggi che l'arte è guerra. Nel tempo della civiltà l'arte si configura come esercizio
ed esasperazione guerresca, ed è così perché qui stiamo all'interno di una dimensione
individualistica: uno che alza il tiro... e molti che vogliono farselo alzare!

Quindi l'arte non fa bene, di per sé. "Fà", questo sì, come qualsiasi droga. Dobbiamo
solo scegliere se ci interessa coltivare l'estetica ed in quale verso, che posto
riconoscerle in un nuovo stile di vita.
Una proposta: facciamoci belli... stando in salute!

mercoledì 27 febbraio 2013

Educazione siberiana


Per quanto riguarda la letteratura io sono fortunato. Convivo con un accanito lettore
che mi filtra i libri da leggere in base a suoi criteri di valore letterario o, più
semplicemente, in base alla semplicità del libro. Ammetto di perdermi in trame troppo
complicate, troppi personaggi mi confondono...
Comunque, qualche anno fa, evidentemente alterato, mi sporge un libro - Educazione
Siberiana, di Lilin - col seguente commento: "Non ce l'ho col ragazzino russo che lo
scrive, per sopravvivere ha diritto di fare questo ed altro, ce l'ho con la casa
editrice Einaudi che pubblica questa merda: non è un libro! nessuna apologia può fare
letteratura!"
Non contento, quando io ho finito di leggerlo lo regala al figlio di una sua amica che
studia storia all'università. Si dimentica però di discuterne con lui e, dopo qualche
tempo, la sua amica si lamenta "hai creato un mostro, mio figlio è diventato un fan di
Lilin!" E' vero, ci sono pure i fans organizzati!!!
Il secondo romanzo - Caduta libera - lo vedo girare per casa ma mi viene interdetto:
"E' peggio del primo, è un videogame, ragazzi russi che fucilano ragazzi islamici...
per 200 pagine! non sprecare una serata, visto che l'ho già fatto io!"
Ieri, accompagnando al cinema i ragazzi della comunità dove lavoro, mi passano sullo
schermo il trailer di "Educazione Siberiana" di Salvatores. Arrivo a casa e me lo
ritrovo in versione radiofonica sparato per tutto il giorno da Radio Capital... Allora
cerco Lilin su google ed eccola lì, immancabile, la recensione di Saviano su
Repubblica:





<< Lilin è un discendente degli Urka siberiani e racconta proprio di gente come lui, gli
ultimi discendenti di questa stirpe guerriera, uomini che usano definirsi "criminali
onesti" atavici nemici dei "criminali disonesti". "Volevo raccontare storie che
rischiavano di perdersi, che conoscono in pochi, e renderle storie di molti. Le storie
della mia gente, distrutta dal capitalismo di oggi, gente che aveva regole sacre, che
viveva con dei valori". Per leggere questo libro bisogna prepararsi a dimenticare le
categorie di bene e di male così come le percepiamo, lasciar perdere i sentimenti come
li abbiamo costruiti dentro la nostra anima. Bisogna star lì: leggere e basta.

Tra gli Urka non si stupra, non si fanno estorsioni, non si fa usura. Si può rapinare e
uccidere, ma solo in presenza di un valido motivo. Si può truffare, ma solo lo stato e
i ricchi. E ci sono anche regole pratiche da osservare: le armi per la caccia, per
esempio, non devono essere messe accanto alle armi che servono per uccidere esseri
umani. E quando un'arma tocca l'altra per purificarla bisogna avvolgerla in un panno
con liquido amniotico, il liquido della vita. Seppellire il tutto e dopo un po' arriva
la purificazione. È assolutamente vietato agli uomini parlare con le forze dell'ordine.
In Educazione Siberiana ci sono pagine di arresti e retate in cui la polizia non riesce
a rivolgere la parola a nessun siberiano. Ogni Urka ha sempre al proprio fianco una
donna che faccia da tramite. Nelle comunità criminali degli Urka, diversamente da
quanto accade in Italia, esistono regole talmente forti da fermare il business,
vincolare il potere.

Sono regole che seppur calate in un contesto discutibile hanno profonde radici morali.
E gli anziani nel romanzo hanno un ruolo centrale. Non sono solo i depositari delle
tradizioni, ma tramandano di generazione in generazione le storie più avvincenti di
rapine e di sfide.

Nessun urka siberiano vorrebbe essere chiamato mafioso. La mafia russa è una categoria
generica, enorme, quasi inesistente. Ci sono le famiglie di Mosca, quelle di San
Pietroburgo, la mala cecena e quella georgiana potentissima in Usa, poi ci sono le
famiglie dell'Azerbaigian. I siberiani non si riconoscono in nessuna di queste
organizzazioni, non sentono neanche di essere gang, clan o organizzazioni. Il loro
codice di vita è la loro casa. "Una volta mio nonno mi ha raccontato che fu arrestato
un pedofilo, uno di quelli a cui piacevano molto le bambine piccole e anche i bambini.
Gli Urka quando fu arrestato lo trattarono con rispetto. Andarono da lui, gli diedero
una corda fatta con le lenzuola e gli dissero: 'Hai cinque ore per impiccarti, se non
lo fai ognuno di noi prenderà un pezzo di te e lo strapperà".

L'educazione siberiana è un'educazione antica quasi sciamanica, disciplinata. Chiedo a
Nicolai della morte, che per tutto il libro è sempre vista come una compagna di vita,
come qualcosa che sta lì pronta ad aspettarti né terribile né amica. C'è e basta. "Io
ho ucciso Roberto, ho ucciso un bel po' di persone. Ma non sento dolore, o meglio sento
che ero costretto a farlo, ero un militare in Cecenia, e dovevo sparare. Ho ucciso e ho
sentito la morte tante volte vicina a me. Ma anche su questo la mia gente mi ha
insegnato a capire la morte, a conoscerla e a non sentirla come qualcosa di strano. >>

Il ragazzo guerriero della mafia siberiana
3/aprile/2009 Roberto Saviano sul sito
http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/saviano-siberia/saviano-siberia/saviano-siberia.html


Intendiamoci, non sto dicendo che l'esperienza umana del sig. Lilin non sia degna di
interesse. Qualunque esperienza umana è interessante per un altro umano. Sto dicendo
che questo libro non è letteratura, intendendo letteratura la capacità di svelarla, la
fottitura, e non di indorarla come qui si fa espressamente!
Lilin riesce a scrivere due libri senza lasciar trapelare assolutamente nulla dei suoi
bisogni sessuali, ci presenta un femminile fatto di mamme e di zie con soli tratti
positivi, e ci presenta un maschile di criminali... sì ma onesti!
Lilin come Saviano sono semplicemente ridicoli nel presentarci un'enclave di criminali
che "non parla con la polizia" e quindi, secondo loro, non corrotti dal potere...
Certo, avranno pure il vezzo di parlare con la polizia solo col tramite delle loro
donne, ma il mafioso è tale proprio perché col potere ci traffica sempre.
Anche Riina aveva la Bibbia sul comodino, ma col potere, come sappiamo bene, era bravo
a parlarci.
Chiediamoci piuttosto quali lavori sporchi hanno fatto, questi baldi "criminali onesti", per i
vari poteri che si sono susseguiti in Russia... altrimenti la loro storia non risulta
per nulla credibile.

E ora Salvatores. Di lui avevo visto il film "Mediterraneo": oscar e tripudio di lodi
per il suo gruppo di soldati italiani, sperso in un isola greca, alle prese non con la
guerra... ma con l'esistenzialismo! Mi aveva colpito la totale astrazione dalla storia,
e dunque il contributo a quello stereotipo fetente dell'italiano buono che mantiene la
sua umanità ovunque, anche in guerra. E questa è la sinistra... Chi a suo tempo ha
apprezzato quel film, ora ha il dovere di correre in libreria e leggersi "Italiani
brava gente" dello storico Angelo Del Boca, ed. Neri Pozza 2008. Si rovinerà la serata,
ma si chiama giustizia!
E in questa "Educazione Siberiana" non c'è l'esistenzialismo di "Mediterraneo", ma c'è
la violenza... e presentata come valore! Certo la sopraffazione, elemento
imprescindibile di qualsiasi enclave armata, verrà presentata con una serie di
"tradizioni" a cui il regista avrà creato un certo fascino, c'è l'usanza dei tatuaggi
presentata come sorta di sciamanesimo, e il tutto condito dalla "saggezza" degli
anziani e dall'"amore" delle donne.

In sostanza, si poteva fare un altro libro e un altro film. Si poteva raccontare la
violenza subita da un bambino che nasce in una società che non lo rispetta, perché la
fottitura finisce sempre per scaricarsi sull'ultimo della fila, perché gli consente un
solo destino, una strada obbligata in cui tutto verrà prima di lui: una tecnologia di
violenza tramandata nei secoli, la "famiglia", il ruolo di un maschile aggressivo
perché menomato del suo aspetto sociale, un femminile esacerbato che ha perso il freno
della società delle donne... Tutto passa prima di lui!
Ma in questo senso non stupisce che l'Educazione Siberiana dimentichi qualsiasi accenno
al desiderio... sostituito, semplicemente, in questa infanzia ed in questa adolescenza
deprivata, dal sadismo.
Ed il sadismo non è un fatto privato del sig. Lilin, ma pubblico, dato il successo del
libro e quello prevedibile del film, per un voyerismo che molti italiani potranno
permettersi grazie alla "raffinata" operazione culturale dei nostri intellettuali.

E se davvero, come molta gente dice su internet, l'intera operazione è una "bufala editoriale",
nulla toglie alle valutazioni di cui sopra. Il sadismo è tale anche nelle intenzioni.
Lilin, la Einaudi, Saviano e Salvatores e chissà quanti altri... associati o meno, ci dimostrano
una precisa conoscenza del fottere (i lettori), resta solo da capire se per dolo o per semplice stupidità!


lunedì 25 febbraio 2013

Saldatura ad elettrodo



In una logica di autonomia, o almeno in un periodo di crisi, viene da chiedersi che cosa posso farmi da solo?
In questi dieci anni ho avuto la fortuna di imparare a fare molte cose. Una in particolare mi ha stupito: l'uso del ferro. Non avevo mai avuto a che fare con il metallo ma gli undici serramenti della scuderia avrebbero avuto un costo insostenibile, ed allora il mio compagno ha recuperato una troncatrice che era stata di suo padre e, dopo aver comprato per 90 euro una saldatrice, mi ha fatto provare a saldare.



difetti di saldatura e una saldatura corretta



Con mia sorpresa, dopo un tot di tentativi e bestemmie, sono riuscito a "prendere la mano".
Certo ho dei limiti, sono in grado di fare un serramento o una ringhiera, ma non un portone da 4 mt perché sopra certe dimensioni bisogna avere un certo "mestiere", oppure non ci fidiamo a fare saldature sottoposte a pesanti sollecitazioni; ma i serramenti della scuderia funzionano bene e ci sono costati 50 euro l'uno e non 500!
Un catalogo di profili, che ti puoi procurare dai rivenditori di ferro, è essenziale per progettare e valutare pesi e costi. L'attrezzatura si limita al saldatore (ed il mio sottomarca da 90 euro sarà stato un azzardo ma finora ha prodotto una trentina di serramenti ed altrettanti metri di ringhiere senza mai dare problemi) e ad un flessibile/smerigliatrice (di marca, perché quello invece si logora, e può costare altrettanto). Il flessibile serve sia per tagliare che per molare e rifinire. Questo è l'essenziale, ma se uno ha da fare anche solo due o tre serramenti assieme può cominciare a convenire l'acquisto di una troncatrice (4-500 euro) che permette tagli più precisi, soprattutto quelli a 45°, e quindi poi facilita e sveltisce il lavoro di saldatura. Altro strumento utile è un trapano a colonna (è possibile fare buchi anche con quello a mano ma è difficile tenerlo sufficientemente fisso da non rovinare una punta dopo un solo buco). Sono comunque cifre che possono essere assorbite dal primo lavoro.
Non ci sono grosse controindicazioni a parte, ovviamente, l'uso della maschera. Provate a guardare una saldatura senza maschera e non vedrete la lesione che vi provocherà sulla retina, ma la sentirete con una nottata insonne a piangere: sufficiente a non farvi ripetere la stupidaggine!
Abbiamo offerto ai wwoofer di passaggio la possibilità di imparare a saldare ed abbiamo verificato come "la mano" sia un dato del tutto personale. Una signora romana, insegnante di latino al liceo, appena messa al saldatore ha prodotto di talento suo delle saldature praticamente professionali.

Qualche indicazione di massima:
- c'è un metodo abbastanza sicuro per verificare una saldatura: si piglia una mazzetta da 1/2 Kg e gli si dà sopra un paio di colpi violenti, se tiene è buona!
- non è difficile saldare pezzi un po' spessi, mentre sotto i 3mm si rischia di fare il buco invece di saldarlo, in tal caso è meglio fermarsi, pulire il pezzo dalle scorie e riprendere i bordi aggiungendo materiale con piccole saldature fino a chiudere i buco
- pulendo la saldatura con il flessibile si rischia di indebolirla. Se non ci sono problemi estetici vi conviene lasciarla intera, altrimenti ripassatela con una seconda saldatura
- di solito scaldo l'elettrodo su di un pezzo di scarto prima di iniziare una saldatura. Se nonostante questo l'elettrodo continua ad appiccicarsi o tende a fare il buco dovete regolare la corrente
- conservate gli elettrodi all'asciutto e fuori dalla portata delle capre, che amano giocarci a shangai spargendoli per tutto il cortile!

venerdì 22 febbraio 2013

La responsabilità politica di dio


Riporto i commenti al post "Non date l'8xmille ai valdesi"

"Mi sembrava che i loro progetti assistenziali, sociali e culturali fossero validi, e
piuttosto di dare soldi alla chiesa cattolica li dò a loro. La chiusura dell'Ospedale
Valdese di Torino, un punto di eccellenza pazzesco che ho potuto verificare di persona,
è una vera tragedia..."
Isabeau

"Scusa Giovanni ma trovo poco comprensibile la tua posizione: che cosa c'entra l'8x1000
ai valdesi con quel che dici?
Non mi è poi chiaro quale sarebbe il "ruolo di potere" giocato dai valdesi, perché le
tue affermazioni sono piuttosto vaghe e generaliste. Puoi essere più specifico?"
grazie e un saluto
Daniele Gardiol




Caro Daniele,

il commento di isabeau è perfetto: Vedi chi dà l'8xmille ai valdesi? Brava gente di
sinistra e progressista... che quindi è sicuramente per la giustizia e l'ecologia, ma
dall'altra "vota" i valdesi che (io dico) rappresentano un'avanguardia di quella
modernità che fa danno al pianeta e alla socialità dell'umano.
Deve chiarirsi i pensieri: o vuole veramente il bene del pianeta e allora si è
sbagliata sui valdesi, o vuole in realtà la modernità e i suoi giocattoli, e allora fa
benissimo a dare il suo appoggio ai valdesi, che però a questo punto dovremmo chiamare
complicità...
I valdesi hanno diritto di costruire Agape (un centro di ricerca religioso in prov. di
Torino, nota per i profani), sì ma solo per chiedersi come ha fatto il protestantesimo
a partorire il nazismo. Questa è l'unica domanda che ci compete come valdesi, quando un
umano realistico e deideologico fosse mai in grado di porre la domanda.
La religione è DIO... punto e basta. Nulla può mitigarla, e in questo c'è già tutto il
potere che non riesci a vedere: il potere di imporre l'irrealtà!
Ho scritto tutto un libro per dire questo, ma in questo blog ci basti sapere le
conclusioni. In questo blog si pensa che la religione tanto quanto la modernità siano
perniciose di per se stesse.
Niente di morale, per carità, basta intenderle debolezza, organica fisica, malattia,
crisi... Li conoscevo anch'io i vestiti epici dei condottieri valdesi, ne coprivo le
debolezze di un bambino allevato all'individualismo ma non mi ci sono mai
appassionato...
E' un modello di pensiero che non regge se non per autoconvinzione:
spiegatemi come gli strumenti della modernità dovrebbero riparare i danni prodotti
dalla stessa modernità;
spiegatemi come gli strumenti della religione dovrebbero riparare i danni prodotti
dalla stessa religione.

lunedì 18 febbraio 2013

Riconciliazione


Per parecchi anni non ho votato, con parecchi sensi di colpa nei confronti di una
politica che, dai tristissimi anni ottanta in poi, sembrava separarsi definitivamente
da ogni possibile partecipazione. Le esperienze dei movimenti (pacifista, ecologista,
femminista, omosessuale...) e poi quella del volontariato - che non sono la discussione
politica! - assorbivano il riflusso di quanti dalla politica si ritraevano. Certo, così
il campo era libero per i craxi e i berlusconi, quasi a dar conferma che quel
territorio era proprio infrequentabile...
Oggi penso che quella passività, o impotenza, esprimesse solo un desiderio distruttivo
ed autolesionista: lasciamo che le cose vadano in merda... così poi ricominciamo da
zero. Mi sembrava non ci fossero alternative: tra la bieca difesa dei propri interessi
e la stupida rivendicazione idealista, non c'era voto che mi rappresentasse.
Quell'insoddisfazione, o quel disagio sociale, è ciononostante motore della politica
che conosciamo: è alimento di istanze popolari, del localismo leghista come
dell'internazionalismo comunista, è l'istanza del gruppo di contro all'espressione
liberale dell'individuo.
Ma è obbligatorio che sia così? E' l'insoddisfazione l'origine della politica? Sì, ma
di questa che conosciamo, che dunque è propriamente definibile come "gestione della
debolezza".
Chi riscopre invece una dimensione costruttiva di sé, trova anche i motivi perché le
cose non precipitino, per conservare quel poco che c'è rimasto di umanità e di
territorio. Non si tratta di essere soddisfatti dello status quo (l'ingiustizia e il
disagio sociale sono dati oggettivi) ma di verificare, ogni tanto, di essere ancora
capaci di provare soddisfazione.
Ecco dunque un tentativo di leggere il piano della politica contemporanea con un
riferimento di forma dell'umano.




RICONCILIAZIONE





L’insostenibilità di questo stile di vita
è il prezzo dell’individualismo,
solo una filosofia centrata sulla forma della specie
può liberarci dal peso del nostro privilegio.



Non è un gran segno di salute stupirsi costantemente delle proprie azioni, ma è un esercizio che l’italiano non manca mai di fare: ci stupiamo della mafia e della marea montante di spazzatura, delle tangenti e di quell’inconsulto confessarsi al telefonino che contagia tutti, dal manager al delinquente comune, ci stupiamo del doping nell’atleta e del mercurio nel tonno, ci stupiamo di come Berlusconi continui a ricevere i suoi voti.
Chi comincia ad essere stufo di stupirsi può riconoscere nel multiforme malcostume italico solo gli esempi più eclatanti di uno stesso gioco del fottere. Un fottere che in realtà percorre tutto il filo della storia della civiltà ma che, per limitarci all’Italia Unita, possiamo ritrovare nello stile di casa Savoia, nell’impero coloniale e poi ancora nel ventennio fascista. Ora infine l’internazionalismo del fottere si edulcora nell’economia di mercato, regime al quale ci sentiamo costretti sapendo che in alternativa al commercio sembra esserci solo la guerra.
Oggi, ma a ben vedere è così da sessant’anni, la situazione pare cristallizzata tra due schieramenti: mezza Italia si fa vincere dal pessimismo e sceglie la fottitura espressa - e quasi rivendicata – di politici plurinquisiti, anacronismi identitari, e chiusure corporativistiche; l’altra mezza se ne lamenta come d’una zavorra perché sta invece investendo – con tutto l’incosciente ottimismo progressista – nell’internazionalizzare quella stessa fottitura.
La frattura è solo apparente, ed in quel reiterato e retorico esercizio di stupore si gioca la reale tecnologia nazionale – quella del fotto ma lo nego – dove la destra e la sinistra non possono fare a meno l’una dell’altra, pena l’insuccesso storico, già cocentemente sperimentato dai nazifascismi e dai regimi comunisti. La seconda guerra mondiale non l’hanno vinta i partigiani, in realtà, ma il Sogno che essi avevano in testa: quello stesso modello americano che tuttora continua ad aprirci la via per la modernizzazione.
In sostanza la destra ha mantenuto l’estetica di Salò -  conservata gelosamente, di padre in figlio - nei mestieri d’armi in genere, nelle tifoserie e nelle varie consorterie che ciclicamente tornano a cercare conferma dei loro piccoli privilegi. Un esistenzialismo castrato nelle aspirazioni ma ben radicato nelle piccole o grandi paure quotidiane; la rassicurante adulazione di un capo che dimostri la sua forza, o perlomeno la sua ricchezza. Il limite, evidentemente, è quella perdita di pudore nello stile di governo che –  nonostante la rapida involuzione tra un Andreotti, un Craxi e infine un Berlusconi – tutti sappiamo non poterci permettere fino in fondo, per la mancanza di quell’autocontrollo di cui dubito saremmo capaci e di cui possiamo solo ringraziare l’Europa.
Limite della sinistra, all’opposto, è una cieca fede nel Progresso. Ben attenta a mai farsi toccare dalla denuncia storica della fondamentale compartecipazione popolare all’imperialismo, non può liberarsi dalla miopia di un’ottica morale per riconoscere semplicemente la complicità intrinseca alla coppia vittima-oppressore. Così facendo, il vittimismo – lo stare dalla parte degli ultimi -  ha finito per autorizzare ogni sorta di richiesta, possibile impossibile o sconsiderata: una richiesta di modernità in cui è facile perdere la misura del reale ed ancor più facile non accorgersi di quanto si fa in fretta a passare dalla parte della vittima a quella del violentatore. Per quel che riguarda poi la sinistra antagonista - quella che si libera con internet - basti notare come si riduca, appunto, a fare il rappresentante non pagato di Bill Gates.
Che opinione possiamo avere di fronte a tale panorama? Possiamo solo constatare che, nell’orizzonte del fottere, per qualcuno che riesce a farsi male col privilegio tanti altri staranno a farsi fottere proprio per l’invidia di quello stesso privilegio; staranno al gioco, nella speranza di fottere qualcosa nel mucchio.
Demistificare la Storia significa dunque rompere con l’idea di un’evoluzione che dall’autoritarismo porta alla democrazia. E’ facile criticare l’autoritarismo, ma la democrazia rappresenta soltanto l’altra faccia del potere: quando tutti sono d’accordo a fare i ricchi… è perché hanno già trovato qualcun altro da sfruttare!
Il vicolo cieco della modernità – l’insostenibilità di uno stile di vita senza misura – richiede uno sforzo di riconciliazione forse al di là della nostra portata, ma che nondimeno rappresenta l’unica possibilità per provare seriamente a ridimensionare l’impatto ambientale della nostra specie. Tra chi rivendica il fottere e chi lo nega - nella colpevole stupidità di schierarsi sui propri viscerali turbamenti - più nessuno sembra in grado di vedere la realtà e questo, tragicamente, è  l’indiscusso nel dibattito politico: “produzione” e “redistribuzione” sono solo eufemismi che nascondono lo sfruttamento, umano ed ambientale, e la reale natura del bottino. Dare per scontato il potere è quanto rende complici destra e sinistra nella pratica dell’imperialismo.
E’ allora indispensabile indagare la natura del potere, e per farlo dobbiamo uscire dai ristretti orizzonti della rigidezza morale o dell’estetica esistenzialista, dobbiamo trovare un’alternativa ai paradigmi del moderno e del postmoderno. Solo chi è in grado di leggere la civiltà come processo di semplificazione - e riconoscere dunque la responsabilità del danno - può ammettere che il potere, banalmente, origina da una perdita di autonomia: la progressiva perdita di forma e salute libera nell’ambiente sociale una delega che qualcuno dovrà pur raccogliere, sia esso lo sciamano, il capo, il prete o l’istituzione.
Nella storia delle nazioni nasce il concetto di popolo proprio quando il popolo stesso perde la sua autonomia, quando lascia il territorio e abbandona la provincia per la città e la fabbrica, l’individualismo di massa, le istituzioni di tutela, i bisogni e gli sfizi di un soggetto ipertrofico e insoddisfabile... Un popolo, insomma, che non riesce più ad immaginare alcuna ipotesi di giustizia sociale senza crescita economica. Ritrovare una forma significa dunque non solo tornare a coltivare la nostra complessità ed in essa le capacità di autonomia, ma anche la possibilità di ritirare la nostra personale delega di potere ed immaginare l’avvio di un realistico processo di decrescita che possa riassorbire la modernità e i suoi danni.
Un paradigma di forma può essere d’indirizzo alla politica, rappresentando una sfida più che onorevole per entrambi gli schieramenti: che la sinistra si occupi di contenere le istituzioni ai minimi termini; e che la destra si rivolga concretamente, una volta tanto, a riscoprire le reali condizioni di quella potenza che tanto rimpiange e che massima può esprimersi solo nella complessità e nella salute dell’individuo. Tutti sicuramente dobbiamo rivedere l’immagine che ci siamo fatti della nostra stessa specie: non individualista, non gregaria ma soltanto, banalmente, sociale. Solo così saremo forse capaci di svestire la politica dell’indebito onòre - che da sempre la rende preda ambita d’ogni arrivismo - per riconoscerne invece tutto il  pragmatico ònere, nell’inderogabile responsabilità che abbiamo da assumere nei confronti della specie.


sabato 16 febbraio 2013

Non date l'8xmille ai valdesi!


Il "17 febbraio", lo Statuto Albertino e la festa dei Valdesi, la memoria di una lotta 
per la libertà religiosa, una tappa della faticosa costruzione di una laica 
modernità... Ecco forse le assonanze che portano molti italiani a considerare con 
fiducia e simpatia la piccola enclave protestante, e a destinare loro il contributo 
dell'8xmille. Ma se lo meritano?
Il senso di un'appartenenza religiosa si trova probabilmente più nei riti famigliari e 
nella dimensione domestico-affettiva di un bambino che nei precetti di una teologia.
Ed un grande falò che brucia nella notte con tanta gente riunita attorno che canta 
l'epica di una storia plurisecolare...  non può che toccare le corde sensibili di un 
bambino.




Quando poi, a diciassette anni, tua madre ti prende a parte per il classico "discorso
serio" che sancisce il momento dell'iniziazione alla vita adulta, si chiude il cerchio
di una formazione personale. Nel mondo valdese il battesimo non viene imposto al
neonato inconsapevole, preferendo che sia l'adulto ad esprimere la scelta di
un'adesione religiosa: "io personalmente non sono credente - mi dice allora mia madre -
e tuo padre non so, non ne abbiamo mai parlato, ci sembra però importante conservare la
memoria storica ed il portato culturale di un'esperienza di minoranza..."
Ringraziando la liberalità, all'epoca scelsi di non aderire alla mia comunità religiosa
salvo poi riconoscermi addosso, negli anni a venire, tutti i limiti del portato
sostanziale della cultura protestante: un assetto radicalmente individualista e
l'abitudine a leggersi, muoversi e spargere i propri danni in una dimensione non meno
che internazionalista!

I valdesi nascono nel 1200 dalla predicazione di Pietro Valdo, commerciante di Lione
che, anticipando Lutero di tre secoli, concepisce e diffonde il posizionamento  che
diventerà caratterizzante di tutto il protestantesimo: il rapporto diretto tra
l'individuo e dio.
La traduzione delle sacre scritture e la loro divulgazione occupano la prima parte
della storia del movimento. Il tentativo di mantenersi all'interno della chiesa
cattolica ed il ruolo di barriera alle concezioni dualistiche dei catari, saranno i
primi esercizi di quell'internazionalismo che caratterizzerà il movimento nei secoli a
venire...
Purtroppo manca completamente una storia realistica di questa funzione di potere della
chiesa valdese. La storiografia ufficiale registra una storia parziale, tutta centrata
sulla persecuzione e che rimuove totalmente il ruolo svolto dai valdesi nella gestione
del potere.
Le stragi di questa storia ci sono state tutte, non sono certo invenzioni: i valdesi in
otto secoli hanno accumulato più martiri di quanti sono oggi. Ma se sono sopravvissuti
non è tanto per una loro straordinaria capacità di resistenza, quanto per il ruolo
variamente giocato a livello internazionale.
Una storia che non analizza le complicità ha lo spessore di una favola, e la mia
opinione è che le favole non fanno bene ai bambini, e neppure agli adulti.
Una funzione di manovalanza militare, l'istituzione di un addestramento militare della
gioventù, le prove di tiro del "taulass"... non servono solo per l'autodifesa ma sono
fattori che, uniti alla scolarizzazione, alla conoscenza delle lingue e ad un
atteggiamento mentale improntato al rigore e alla razionalità, hanno permesso ai
valdesi di ricoprire il loro ruolo nei giochi bellici e politici dell'europa in
formazione. Ad esempio ci sono anche i valdesi a combattere la celebre battaglia
dell'Assietta, cioè la difesa del piemonte dall'invasione francese del 1747. Le
carriere militari, come poi quelle nelle università e nelle istituzioni, hanno
consentito al piccolo popolo valdese un saldo radicamento nei centri del potere.

Il rapporto diretto con dio e l'emancipazione dalla mediazione della chiesa, gli
elementi essenziali del protestantesimo, possono sembrarci una conquista di libertà e
progresso... in queste terre cattoliche e papiste.
E invece non si tratta di quella libera comprensione della realtà che potremmo
immaginare come caratteristica di un umano completo e complesso. Non c'è la realtà
nell'orizzonte protestante, c'è sempre dio, e la gestione personale di quel rapporto è
solo un modo "tecnologico" di togliere qualunque importanza al "branco", alla specie e
alla essenziale socialità dell'umano.
La chiesa valdese è solo la strana contraddizione di una comunità di individualisti!

martedì 12 febbraio 2013

Vivere di guerra


"Ciò che Blerime doveva fare, come ogni donna, era proteggere l'uomo. Lei era la 
custode della vita di Fatmir, lui era l'uomo per il fucile, l'erede, la speranza."

"Che fai adesso Valmir, amore? Sei contento di tutto questo? Ajkana l'ha amato da 
sempre, da prima ancora di conoscerlo. E' una donna dei Balcani, ama in maniera troppo 
integrale, quasi distruttiva."

Elvira Dones, "Piccola guerra perfetta", Einaudi 2011

- Siamo nel 1999, in Kosovo, da una parte i serbi di Milosevic che puntano alla pulizia etnica, dall'altra parte i kosovari di Rugova con le azioni non violente ma anche i terroristi dell'uck. L'intervento delle forze Nato non impedisce il massacro locale: 13000 vittime in tre mesi di conflitto. La pace raggiunta, oggi è di nuovo in discussione; la regione è un porto franco dominato dai clan, dai trafficanti di droga e di armi; un angolo di europa dove il turismo è interdetto.



L'inquinamento come la guerra sono responsabilità di un corpo sociale complessivo,
fatto di uomini e donne e dei loro rapporti.
Quando le etnie si incontrano è venuto meno, per ragioni geografiche evidenti, il
fattore ambientale che le ha conformate e l'unico legittimo a giustificarle.
Fuori dal contesto ambientale originario, un'etnia migrante ha un unico compito:
maturare in fretta in necessario lutto per le terre abbandonate e per i motivi di tale
decisione, e dissolversi tra le popolazioni che l'hanno accolta per acquisire la nuova
forma locale. L'ospite dal canto suo raccoglie una ricchezza: la possibilità di
rinsanguarsi con esperienze diverse dalla propria.
La percentuale dei matrimoni misti in un fenomeno migratorio è indicativo della
propensione di un certo gruppo ad integrarsi o a conservare la propria "tecnologia"
nel nuovo contesto. La poca propensione delle donne in particolare segnala una forte
etnicità. Questa è basata sulla forza del legame famigliare e quindi sul tipo di
relazione fra donne e uomini di quell'etnia.
Negli esempi citati vediamo la forma d'amore possibile nei Balcani, ma che forse è la
stessa "passionalità" che troviamo in posti come l'Afganistan o la Palestina.
Quando una crisi di qualsiasi natura leva altre ragion d'essere, resta in gioco solo
l'etnicità: le donne ribadiscono la loro centralità e "tirano acqua al loro mulino",
alla propria famiglia, al proprio clan... e i maschi fanno il macello! E si scopre che
si può vivere di guerra, di uno stato perennemente conflittuale, di aiuti
internazionali e di soldi sporchi, di armi e di droga. L'alternanza di governo diventa
una successione di reciproci genocidi. La moria di bambini è il tragico ma inevitabile
risultato di quel gioco tra il maschile e il femminile, quel gioco che i bambini
avrebbe dovuto farli. Quando il familismo vince, soffoca la prole. La struttura
sociale dovrebbe essere strumentale a produrre individui, non a soverchiarli!
Nella prefazione di questo piccolo libro, che è sicuramente un lavoro ben fatto e
riuscito, Roberto Saviano non ha saputo cogliere il pregio che pure aveva sotto gli
occhi: efficacemente descritta è quella "passionalità" esasperata, estrema e forse
infine retorica che ingenera la guerra e l'alimenta. Ma d'altronde era quanto era
riuscito a fare anche col suo Gomorra: descrivere l'orrore dei risultati, incapace di
vedere le forme del desiderio che li producono.
Nel fare un monumento all'urlo della vittima, la si uccide due volte: per quanto
doloroso sia affermarlo, lo strazio umano può trovare risposta solo nel
ricongiungimento dialettico col suo carnefice.

venerdì 8 febbraio 2013

Architettura ormonale


Potrebbe essere interessante chiedere a cento architetti neolaureati qual'è, a loro
avviso, lo spazio abitabile necessario all'italiano medio.
Posso immaginare che diversi si farebbero lo scrupolo di stabilire una soglia... anche
se, probabilmente, ben maggiore degli 8mq procapite stabiliti dalle organizzazioni
internazionali per la ricostruzione dell'afganistan; posso immaginare che altri invece
considerino ragionevole la formula "più soldi, più spazio"... tendente ad infinito! Ho
l'impressione però che tutti e cento considererebbero sempre lo spazio come "positivo":
spazio per l'espressione umana, dove è la distanza dall'altro che permette la crescita
personale.
Mi passa la serata nel cercare su google concezioni diverse di spazialità in altre
culture. Vi offro il raccolto.
Cominciamo con l'oriente e con la cultura Moso, una minoranza etnica dell'ovest della
Cina.
<< L'istituzione del matrimonio per loro non esiste, la famiglia è concepita in modo
totalmente diverso dal nostro, è costituita dai discendenti del ramo materno
appartenenti ai due sessi, solo questi sono considerati consanguinei, mentre il padre
naturale dei bambini appartenenti alla famiglia materna ne è escluso. Il contatto con
l'altro sesso non manca, anzi, ma è per questo più armonioso. A tredici anni le ragazze
hanno il rito di passaggio e in quell'occasione viene data loro la chiave di una
propria stanza chiamata 'la stanza dei fiori' dove potranno avere incontri amorosi, non
necessariamente sessuali, quando lo riterranno opportuno, in genere a partire dai
quindici anni in poi. Gli incontri avvengono di sera e di notte e al mattino ci si
saluta per vedersi la sera dopo. Se le cose vanno bene può andare avanti così tutta la
vita, se no ci si lascia senza tragedie. La gelosia è considerata una cosa di cui
vergognarsi, molto più dell'infedeltà. >> (da una presentazione dell'autrice di “Benvenuti nel paese delle donne”, Francesca Rosati Freeman - XLedizioni, 2010)
Ecco che si apre uno spiraglio a relativizzare la nostra abituale concezione dello
spazio, una concezione puramente quantitativa e limitata perché riferita ad un corpo
astratto dal desiderio, senza età e senza ormoni. Non è così ovunque: come abbiamo
visto, le donne Moso alla pubertà ricevono una stanza che permette loro di relazionare
con uomini che non alleveranno i loro figli, gestiti invece dalla madre e dai suoi
fratelli. Vi sembra una stanza come le altre?
E in Africa, vi sembra una casa come le altre quella costruita dagli anziani Masai, una
casa che ospiterà per sei mesi i ragazzi di ambo i sessi ed i loro esperimenti di
relazione durante il rito di passaggio all'età adulta?



Il concetto di nido, nel mondo animale, non coincide con quello di residenza. Il nido è
per la prole, è costruito per un certo momento dello sviluppo, e verrà rifatto ad ogni
stagione. Un nido tra i rami è a tutti gli effetti un esempio di "architettura
ormonale".
Le nostre case invece sono proprietà immobiliari, patrimoni di famiglia. Rispondono
principalmente ad una funzione di capitalizzazione, servono a darci un vestito
identitario e sicuramente non sono uno spazio relativo al nostro corpo nelle sue
diverse età.
I bambini hanno l'esigenza di far gruppo e vivere in una dimensione collettiva. Ma
nell'umano, purtroppo, non è la cucciolata che decide il suo spazio. Un bambino potrà
sperimentare la socialità all'asilo ma non nella quotidianità del suo branco, e come
riconoscimento non del suo bisogno ma di quello dell'adulto: socializzato per
consentire ai genitori di andare a lavorare...
E poi il bambino cresce. La "cameretta" dell'adolescente può perdurare in Italia fino a
che "l'adolescente" non ha quarant'anni e oltre... invalidando così il campo
relazionale di un soggetto che non vive, di fatto, ma soltanto falsifica un'autonomia.
E ancora, per la vecchiaia non è prevista alcuna fisiologica riduzione dello spazio. Si
verifica piuttosto un "colonialismo" a casa propria, dove il badante extracomunitario
abbandona il suo branco per garantire a noi la falsificazione di una famiglia!
Questa è l'esperienza dello spazio che può avere la modernità!
Possiamo immaginare uno spazio di altra natura? Certo, ma non possiamo partire
dalla famiglia, dobbiamo partire dal nostro corpo e seguirlo nel suo sviluppo.
Nel periodo dell'allattamento lo spazio non ha da esserci, latte e identità sono la
stessa cosa per un neonato: "essere e tetta" coincidono.
Nell'infanzia invece, trovarsi soli faccia a faccia con i genitori non può che essere
vissuto come deprivazione. Lo scrittore africano Sowinka, in "Infanzia", racconta della
vicina di casa come della vera mamma: si erano trovati e si erano piaciuti. Un bambino
non ha mai troppo affetto... non avete mai provato a giocare con una cucciolata di
cani?
E ancora la pubertà, che deve essere sancita da uno spazio personale strutturato per la
completa autonomia: letto, bagno, angolo cottura. Venti metri quadri autogestiti, per
un individuo nei suoi esperimenti di relazione. E se quella stanza è troppo onerosa per
i genitori...? Ci si dovrebbe chiedere allora perché nella nostra cultura non siamo in
grado far coincidere pubertà ed autonomia, ma questo è un altro discorso.
Possiamo dunque immaginare adulti non edipici che offrano spazi sociali per i bambini e
spazi di autonomia per gli adolescenti, il tutto bilanciato dalla riduzione
all'essenziale dello spazio per i vecchi. Cosa resta da computare?
Sorprendentemente, non resta nulla. L'uomo adulto va riconosciuto per quello che è: un
adolescente che va perdendo i pezzi... e che non ha ancora acquisito l'esperienza
dell'anziano! La costruzione sociale dell'importanza dell'uomo adulto è un tratto
antivitale della nostra cultura.
Se le fasi d'età vengono rispettate e viene loro riconosciuta l'esigenza di spazi
dedicati e specifici, allora lo spazio dell'adulto, la dimensione della coppia o della
famiglia, si rivela essere una questione puramente identitaria: spazio dimostrativo e
non creativo.
Pensate al disomogeneo, personalistico e ipertrofico panorama di villette italiche e
confrontatelo, per esempio, con la società giapponese ed i suoi canoni abitativi. Non è
un caso se in Giappone, dove l'adulto è scarsamente considerato rispetto al bambino o
all'anziano, la dimensione delle abitazioni è minima, almeno rispetto ai nostri
standard, tanto da immaginare con difficoltà di poterci vivere dentro...