fondamentalismo della modernità

"Potremo esultare alla morte di dio
solo quando avremo un'alternativa all'individualismo."

martedì 31 dicembre 2013

Dell'inizio e della fine


La civiltà dell'individualismo è iniziata
quando ci siamo rassegnati a vivere con degli sconosciuti.
Forse potrebbe concludersi quando si ricominciasse a cercare l'intimità,
a pretendere di raggiungere l’intimità come normale livello di relazione:
l’intimità, la fiducia, la reciproca disponibilità a ricondursi costantemente
al realismo di una vita onesta.
Ma questo patto di realismo è possibile
solo grazie alla condivisione di una cultura riferita alla forma della specie,
alla condivisione di uno stile di vita e di un’alimentazione tesi alla salute e all’autonomia,
e quindi la composizione di una stessa chimica, una comunanza di corpi e di odori…

forse di spiriti!

giovedì 26 dicembre 2013

Rivoluzione ecologista?


La civiltà ci alleva ad un ordine mentale romanzesco, al bisogno di sentirsi partecipi di una storia, e questo si riflette anche nella religione (la storia della salvezza) come nell'ideologia (il successo individualista o la lotta di classe, la liberazione).

Questo mi fa pensare che non sia lecito rappresentarci una qualche futura fine della civiltà. Abbiamo visto che la modernità va riassorbita e che si può uscire dalla storia, la civiltà allora può forse solo essere sopita, non debellata ma messa da parte,  senza mai dimenticarne il pericolo, sempre latente, insito nei nostri limiti.

Dobbiamo cambiare immaginario. In un proposito ecologico non c'è lotta politica, non c'è storia della liberazione e non c'è promessa di salvezza. Nel riferirsi alla sua forma, l'umano può solo trovare modo per scendere da quei treni in corsa... e tornare ad occuparsi della sua vita.

domenica 22 dicembre 2013

La resurrezione è fantascienza!





Se la modernità è una religione,
la fede nella scienza corrisponde
alla fede nella resurrezione.
Così l'esercizio letterario che la circonda,
la fantascienza,
corrisponde alla pluralità dei vangeli
e al sottobosco degli apocrifi.

Fuori dalla realtà... tutto si assomiglia!


mercoledì 18 dicembre 2013

La famiglia felice




Lui e lei si fanno casa. In apparenza la dimostrazione della validità dell’individualismo. Lei è contenta della virilità del marito che le ha regalato un bel nido.
In realtà lui si è fatto aiutare dal rumeno di turno, dall’uomo di fatica come dal progettista. Ma la sera lui non li invita nel letto di sua moglie… non possono avere quella pretesa, li ha già pagati, e magari i soldi non erano neppure i suoi, ma dei genitori!
Poi lei si è fatta ingravidare, ma non perché ha maturato un sano desiderio di maternità, che potrebbe gestire col suo gruppo femminile facendosi aiutare da madre sorelle e amiche, ma all’opposto, per emanciparsene, ecco perché viene fuori tutto ‘sto bisogno di case! Poi lei guarderà la sua bambina e le dirà sei una principessa, con questo intendendo sei una troia e farai carriera… ma fuori di qua!
Questo è la struttura attuale delle società di genere. Siamo una specie sociale e socialmente elaboriamo i nostri comportamenti. L’individualismo è solo un falso ideologico, un insincero fermarsi all’apparenza delle cose, perché fa comodo, per debolezza. Queste sono le dinamiche realmente in atto, il problema è solo esplicitarle e decidere cosa farne.
Ancestralmente la spontanea convivialità maschile fa il gruppo, ma questo costringe le donne del gruppo a stare assieme forzando la loro tendenza disaggregante in una gerarchia propriamente matriarcale, di potere femminile. Quando però la grande madre cede, allora vince la dispersione: ogni donna si accaparra un uomo e se lo porta gelosa un po’ più in là. Da qui in avanti, se gli uomini non sanno opporvisi perché può essere venuto meno anche il fattore maschile, aggregante, cioè l’esecrato desiderio omosessuale, ecco la frittata è fatta, voilà la Civiltà!

Ora questi, aggregazione-dispersione (vedi il post “Maschio e femmina” dove abbiamo smascherato lo stereotipo, anche scientifico, riguardo a spermatozoi e ovulo), sono due tasti a disposizione della specie, ciascuno pertinente ad un fattore ambientale diverso (c’è un mondo da popolare, oppure c’è da attuare un controllo demografico), la complessità in questo caso sarebbe il contemplarli entrambi nelle nostre valutazioni e gestirli, invece che farsene gestire.

venerdì 13 dicembre 2013

Pericolo populista

Con le ultime affermazioni di Grillo, la pretesa di un reddito di cittadinanza, il movimento cinque stelle sta mostrando il suo volto populista. Vediamo di capire perché.
Fino ad un certo punto le nazioni industrializzate si sviluppano sfruttando le proprie energie. E' vero che le materie prime continuiamo a rubarle al terzo mondo però, perlomeno nella trasformazione, un po' di lavoro lo mettiamo anche noi. Un po' di ricchezza che il capitalista si porta a casa col solito gioco: il proletariato non tesaurizza nulla e restituisce l'intero stipendio nel ciclo consumista.
Se fino a quel certo punto l'impresa investe sul suolo nazionale è perché lo trova ancora conveniente. Ma il conto si complica perché nel frattempo si moltiplicano altri lavori, e questi evidentemente non produttivi ma "di privilegio", redistributivi: terziario, burocrazia, certificazioni, tecnici di qualunque specialità e servizi di dubbia utilità ma indispensabili... per impiegare tutta 'sta gioventù che abbiamo fatto studiare!
Fatto sta che ormai, anche se è diventato impossibile distinguere, tra i lavori,  cosa renda e cosa no, l'impresa i suoi conti li ha fatti e ha deciso di delocalizzare.
Quel certo punto è stato superato. Mediamente, in Italia, il lavoro non è più produttivo, e questo ci pone senza ambiguità dalla parte del privilegio, dalla parte degli sfruttatori dell'ambiente e del lavoro altrui.
Decade ogni sorta di autogiustificazione, la sinistra non può più pretendere di rappresentare gli sfruttati e sarebbe, finalmente, la volta buona di smascherare la vera fonte delle nostre economie: non l'onesto frutto del lavoro ma... la fottitura!
E di questo Grillo mi sembra consapevole, il problema sono le conclusioni che trae: viviamo di rapina? Bene, spartiamo il bottino!
Questo soltanto può significare un reddito di cittadinanza: una consapevole associazione a delinquere che pretende di spartire il bottino!
Leggetela un po' come volete, ma questa è l'atmosfera che si respira in Italia. Berlusconi e Grillo si trovano nel dare per scontata la fottitura, imboniscono masse già consapevoli del fottere e, tutti assieme, potremmo a breve iniziare a pretendere esplicitamente la fottitura, a richiedere alla nazione uno sforzo imperialista...

giovedì 12 dicembre 2013

Masochismo d'impresa

C'è un'impresa liberista, quella della cazzoneria individualista, sempre tesa a corteggiare le idiozie del mercato, è quella del modello teorico: domanda e offerta, selezione naturale ed espansività illimitata.
Poi si potrebbe tentare di descrivere un'alternativa socialista: equilibrio retributivo e creatività su prodotti sensati...
Ma qui da noi, in Italia, a voler descrivere l'attività economica in termini sessuali, se ne potrebbe identificare un terzo tipo: l'impresa masochista!




Pagare una partita iva come reazione ad un'insicurezza sociale, chi sono? sono un imprenditore!
Bisogno di essere sempre sotto pressione per lavorare, e malvolentieri, aspetto di essere in ritardo, così poi corro!
L'inevitabile tendenza a chiedere aiuto e tirare nella merda i soccorritori, c'è lavoro... tutti assunti.
E infine impiccarsi di debiti e stupirsi sempre, quella volta l'anno, quando arriva la cartella esattoriale!

domenica 8 dicembre 2013

La natura della droga

La modernità è un peso che ci spartiamo tutti quanti, una tensione cui nessuno può dirsi esente.
La risposta a questo carico si chiama droga, chimica ovviamente  ma anche alimentare (il caffè, lo zucchero, l'alcool...) o persino comportamentale (ritualità religiosa, fruizione televisiva, sport, gioco d'azzardo...).
Ho sempre il sospetto quando sento qualcuno parlare moralmente di droga (quella che ho appena lasciato, quella da cui vorrei tanto staccarmi, quella degli altri...), il sospetto che, tappata una falla, se ne apra inevitabilmente un'altra, magari solo meno appariscente ma forse più deleteria ancora.
Il problema è ovviamente male impostato, se usiamo la stupidità di un criterio morale: i devoti continueranno a farsi senza ammetterlo, mentre per gli emancipati ormai è la droga  il Bene... e di largo consumo!




No, farsi di qualcosa è semplicemente uno strumento che ci è possibile: trasformarsi, compensare, sopportare... uno sforzo in ogni caso, una risposta alle incongruenze della vita che facciamo.
Avrei paura di una generazione "che non si droga", dove mai potrebbe mettere quella tensione? In realtà continuiamo tutti a farci e di qualunque cosa, ma è la percezione dell'intera questione che può venir meno: drogarsi non è più un fenomeno importante, non è più un fenomeno, un'oggetto di attenzione...
I sintomi invece sono segnali che vanno rispettati e ascoltati. Proibire è semplice, ma non fa altro che ributtarci direttamente nel mondo del fottere e della delinquenza. Il difficile è ammettere: ammettere a noi stessi quello che stiamo facendo,  in primo luogo, e poi ammettere ed indagare la natura della "falla" di umanità che l'origina.
Già Freud parlava del disagio della civiltà: noi, semplicemente,  non si ritiene inevitabile quel disagio ne' quella civiltà!

lunedì 2 dicembre 2013

Circolarità

<< La modernità laicista e tecno-scientista, quella che ha dato il colpo di grazia al Dio cristiano – quanto meno a livello sociologico, fatta salva l’individualità della scelta di fede – pure ne ha conservato in vita l’eredità più coercitiva, ovvero la nozione di tempo lineare. Non è più la Provvidenza a guidare i nostri passi, bensì il Progresso. Che non va verso Dio, oramai defunto, anzi non sa proprio in che direzione andare. Va e basta. Il suo è un andamento – apparentemente – rettilineo. Procedere innanzi, sempre innanzi è la parola d’ordine della téchne, della legge dell’utile e del profitto che scandisce le opere e i giorni della nostra quotidianità sociale. Produci, consuma, crepa: ma non chiederti perché. È superfluo.
È opinione comune che la dimensione del “mistico” si collochi in un al di là inarrivabile alla maggior parte di noi, in una sorta di regno fatato in cui si trastullano santi monaci e matti da legare. Eppure, a ben guardare, è qui, è sempre stato davanti ai nostri occhi. È nel presente. E se provassimo a mettere a tacere per un po’ la nostra filodiffusione mentale, finiremmo col prestargli ascolto. Ma parliamo troppo – io per primo – e abbiamo dimenticato come si ascolta. Chi non sa ascoltare non sa dialogare. Non si connette, non si “volge in giro”, va per la tangente. E la sfericità del Tutto non ammette scorciatoie.
L’ipotesi di un tempo esistenziale ad anello, ad esempio, ci costringerebbe a ripensare – in sede di analisi autobiografica – la comune nozione di “senso di colpa” relativa al nostro passato, o di “ansia di prestazione” volta al futuro.
Se il tempo è circolare, come canta Zarathustra, tutto quello che stiamo vivendo ora, lo abbiamo già vissuto e tornerà in eterno sempre identico a se stesso. Non abbiamo alcun peccato originale da espiare, nessuna meta da raggiungere, salvo l’essere presenti a noi stessi. Torniamo ad essere innocenti come bambini, creativi coi colori che abbiamo dentro, puri con tutto il nostro bagaglio di ricordi, quieti con il nostro travaglio. >>





Caro Francesco,
è con piacere che ospito il tuo intervento perché mi aiuta a presentare un tema che mi sta molto a cuore: la circolarità, che è la grande assente nel panorama mentale della modernità, lanciata com’è nella sua folle corsa, appunto lineare ed autodistruttiva.
Mi fa piacere condividere un’impostazione realistica, perché è l’impostazione che conta: immagina quanti inutili sforzi mentali sono stati invece spesi nel cercare un senso dove il senso non c’è per definizione, laddove nella direzione materiale di una freccia si riassume anche ogni suo significato esistenziale…
Apprezzo il pragmatismo della tua offerta professionale, una consulenza filosofica servirebbe a moltissimi nostri contemporanei, forse anche un TSO filosofico non guasterebbe (Trattamento Sanitario Obbligatorio… la camicia di forza!). Tu ci avrai messo, immagino, interesse e vocazione, io mi sono messo a studiare un po’ di filosofia solo perché mi serviva per parlare di ecologia e di stili di vita, ma fa lo stesso. Tutti decidiamo i nostri comportamenti in base a qualche criterio, si tratta solo di renderli espliciti per poterci ragionare su onestamente. Nel desiderio di questo confronto, a mio parere, sta la natura sociale della nostra specie.

Spero vorrai aiutarci anche tu nello sforzo di una continua revisione, di un controllo tecnico e specialistico, dei percorsi mentali che stiamo qui cercando di solcare. In cambio troverai sicuramente molto materiale attorno alla pratica della cura di sé che spero potrà esserti utile.

sabato 30 novembre 2013

Narcisismo della vita contemporanea

La critica femminista ha accusato l'umanesimo di aver costruito una cultura falsamente neutra
rispetto al genere sessuale, quando invece e generalizzatamente ci si sarebbe in realtà sempre
riferiti ad un idea di uomo maschio.
"La vita civilizzata pone l'uomo a riferimento di se stesso", questo sembra dirci quindi la critica
femminista. L'uomo, adulto, maschio, etero, lavoratore... L'immagine di quest'uomo e la sua
dimensione diventa unità di misura dell'ambiente, dell'infanzia e della vecchiaia, delle donne e
dei non eterosessuali, dei non occupati... di tutto ciò che, a lui rapportato, perde il senso
proprio e ne acquisisce uno arbitrario e variamente coniugato in sfruttamento, umano e
ambientale, in sperequazione economica, sopruso, crudeltà o semplice ignoranza.
Attenti però a non attribuire questa immagine alla maschilità di per sé. Non è "colpa dell'uomo"
ma della dimensione individualista cui tutti, uomini e donne, ci conformiamo per scarsa
vitalità e salute.
L'uomo patisce la condizione individualista esattamente come tutte le sue "vittime".
"L'unità di misura" è metro di se stesso, in primo luogo, e ciò gli conferisce come una
sorta di opacità. Si inganna, chiama edonismo i passatempi per la sua noia. Chiama
relazioni ciò che resta di fianco e attraverso il suo fondamentale narcisismo. Ma quei
passatempi sono solo le perniciose sfaccettature del suo stile di vita, che si riduce,
quindi, ad un monocorde e complessivo "autolesionismo normalizzato".
Perché è proprio la normalizzazione di questi tratti comportamentali a tracciare i
limiti della dimensione individualista e a renderla incomprensibile a se stessa. Farsi
un po' di male per sopportare un male più grande, è un'esperienza "fisiologica" che può
essere capitata a molti: l'individualismo consiste semplicemente nel dimenticarsi del
male grande cui quello piccolo rispondeva in origine.
Così il narcisismo, che può essere fisiologicamente inteso come la necessaria componente
di autocompiacimento e cura di sé, qui invece, nella dimensione di un certo infantilismo
cui la vita civile costringe, diventa misura estetica del mondo e dell'altro: l'ambiente
diviene oggetto da sfruttare e l'apprezzamento sessuale per il partner spesso si riduce
alla figura che fa al suo fianco in società.
Il rimosso, l'indiscusso dell'individualismo non sono tanto i termini di autolesionismo
o narcisismo, di cui pure un certo postmoderno si fregia (eterni adolescenti), quanto l'assoluta
incomprensione dei motivi reali dei propri comportamenti. Ma il male e la solitudine,
cui quei comportamenti inizialmente si riferivano, non sono altro che il prezzo del
tradimento di sé, di quella rinuncia che tra l'infanzia e l'adolescenza ci "addomestica"
alla vita civile sostituendo la prospettiva di un privilegio alla coerenza e al realismo
del nostro corpo e del nostro desiderio.

lunedì 25 novembre 2013

Storia minima dell'umanità


Prima non facevamo danni, poi abbiamo cominciato a farli!

Questo l’essenziale della storia naturalistica dell’umana specie. A scuola ci hanno insegnato che l’oggi è frutto di una sudata evoluzione. “Progresso” però potrebbe essere solo il nome pietoso che diamo alle nostre stampelle: oggi abbiamo l’ospedale perché prima non eravamo capaci a farlo… oppure: l’ospedale ce lo siamo costruito solo oggi perché fino a ieri eravamo capaci di tenerci in salute da soli!
Fate un po’ voi, è solo (?) una questione di interpretazioni. Qui stiamo provando a verificare la seconda ipotesi, ce la suggerisce la razionalità e quel poco di esperienza della vitalità che si scopre tornando ad una sana alimentazione e ad uno stile di vita rispettoso della nostra forma animale. Ma ricominciamo…

C'è un prima, molto lungo, naturalisticamente complesso e sostenibile, e poi c'è un dopo, tecnologicamente potente ma destinato inevitabilmente a concludersi con l'esaurirsi delle risorse che sta sfruttando.

Di quel prima non sappiamo molto, è tutto da ricostruire con l'immaginazione ma, questo, è un esercizio comunque utile alla ricerca di altri stili di vita. Il dopo, cioè l'oggi, è solo da rileggere, crudamente, come sommatoria di semplificazioni. Di ogni cosa che ci sembra un frutto del progresso dovremmo chiederci cosa viene a sostituire, di quale complessità è l'involuzione. Facciamo degli esempi.
La soddisfazione esistenziale del nostro antenato non lascia molte tracce archeologiche, è invece l'inizio di elaborate sepolture e ritualità ad indicare un sopraggiunto problema di identità di fronte alla morte.
Oppure l'elaborata gestione delle risorse stagionali di un raccoglitore, che è intestimoniabile a differenza dei primi granai e villaggi stanziali neolitici, delle fortificazioni per proteggerli e delle inevitabili strutture di potere per amministrarli.
Ma, soprattutto, diversa doveva essere la definizione ed il gioco sociale delle identità di genere. Se la famiglia è la semplificazione generatrice dell'ipertrofia consumista (riassumendo: lui procura ciò che lei chiede, senza possibilità di critica), per l'ancestrale dobbiamo immaginare la dimensione collettiva di un branco dove uomini e donne sono socializzati dal loro gruppo di genere prima di ogni possibile gioco di coppia, una dimensione dove ancora si eserciti la responsabilità ecologica di chiedersi il senso degli obiettivi e commisurare i mezzi impiegati.
Fin qui il tentativo di qualificare l'esperienza attuale in relazione ai dati storici conosciuti. Poi si apre tutto il campo delle interpretazioni. Cosa sta facendo l'umano, perché sta giocando a mettere in pericolo la sua stessa esistenza? E' una specie che sta sperimentando la saturazione ambientale e poi forse troverà un suo equilibrio? E' un individuo in crisi? Una crisi adolescenziale che prepara ad una futura adultità?

Queste sono domande che diventano interessanti nella prospettiva di immaginare alternative alla vita moderna, alla civiltà storica, al suo paradigma della virtualità e alla sua etica del fottere. Ma, per tutti, resta l'essenziale, cioè un criterio di comprensione di ciò che stiamo facendo: corriamo pure in ospedale, quando serve, ma ricordiamoci che per tanto tempo siamo stati in grado di farne a meno!


giovedì 21 novembre 2013

Troie & Ricchioni

Con le ultime riflessioni attorno all’ipotesi di una genesi sessuale del disequilibrio ecologico, siamo arrivati ad identificare il nocciolo del problema nell’individualismo: l’individualismo come desocializzazione, come forma tradita dell’umano che così svincola ogni suo comportamento dalla consapevolezza e dalla misura che potrebbe invece trarre dal confronto sociale e dalla natura maggiormente intima delle sue relazioni personali.

Cominciamo dal maschile. E chi mai dovrebbe socializzarli questi uomini, in un mondo ragionevole? I finocchi, i ricchioni, e chi sennò? E subito, al primo sbocciare della pubertà, che poi sarebbe troppo tardi!
Stai descrivendo un ricchione che insidia i ragazzini, mi direte, proprio il peggio dell’immaginario! Sì certo è solo uno stereotipo ma, come tale, indicativo delle rigidezze della nostra cultura. E forse proprio perché quella, la socializzazione maschile, è davvero una questione centrale, è anche diventato difficile immaginarla come cosa ragionevole.
Con le donne un ragazzo può solo fare l’esperienza di perdere la verginità, nel senso di perdere l’aspetto socializzante della sua virilità, cioè diventare irrimediabilmente individualista. La sua virilità, invece, andrebbe coltivata dagli altri uomini ed in specifico da qualcuno che quella virilità potesse davvero desiderarla.
Non voglio qui provare ad esporre una coniugazione ragionevole di termini quali ammirazione, emulazione, fascino… che potrebbero disegnare le geometrie seduttive e seducenti di un tessuto sociale sano. Mi basta notare come già negli anni settanta, agli inizi del movimento gay, qualcuno cercava l’effetto provocatorio e dirompente di una nuova consapevolezza omosessuale. Non solo io esisto ma, esistendo, cambio le carte in tavola! Banalizzando, toccare il culo ai maschi li avrebbe aiutati a scoprire il rimosso e tornare al bambino perverso e polimorfo che aveva teorizzato Freud.
Ora, io non penso che Freud avesse visto giusto (tutti potenzialmente bisessuali), sono ricchione da quando posso ricordare e non mi sembra di patirlo come limite ne’ di nascondere chissà quali rimossi. Soltanto non mi sembra che la questione sia quella dei nostri gusti sessuali e di come ce li formiamo, ritengo semplicemente che la sessualità non si limiti a quello. Lo stesso discorso che si può fare per l’alimentazione, a volerne vedere la complessità: non ci sono solo i nostri gusti, c’è anche e soprattutto l’effetto che fa il cibo che decidiamo di mangiare.
Qual è allora la complessità della sessualità? Non lo so di certo io, ma penso che dovremmo cominciare a guardarla in modo più rilassato, cominciando a considerare un aspetto di banale comunicazione. Perché di solito, se pensiamo in termini di comunicazione, non ci si chiede con chi mi piace parlare, ma sono capace a parlare, mi capita mai di parlare con qualcuno? Oppure ancora un aspetto di composizione sociale: la sessualità non come qualcosa che solo ogni tanto si accende e si consuma, ma come qualcosa di sempre attivo nel determinare il tono e il senso delle nostre relazioni.

Ma torniamo alla rassegna di ciò che questa società ritiene esecrabile.
Se ai ricchioni va riconosciuto il ruolo di animatori del gruppo maschile (il principio aggregante della società degli uomini), secondo me al femminile, attorno alla figura della troia, si gioca la tendenza disgregante: la troia rappresenta il principio dispersivo quando sfugge all’autorità e al controllo demografico esercitato dalla società delle donne.
Nell’alveo della civiltà, purtroppo, la prostituzione diventa funzionale al mantenimento dell’istituzione famigliare, estrema compensazione di un insano esclusivismo sessuale. Per l’ancestrale dobbiamo invece immaginarne una versione ragionevole, fisiologica com’è d’uso chiamarla qui, e questa immagine può essere quella di una temporanea dispensa dall’autorità femminile che una donna può prendersi, in certi momenti della sua vita, per tirare il fiato dalla tensione costante che si genera fra donne organizzate in una struttura matriarcale: cambia dieta, si maschilizza (ai limiti dell’infertilità) e si butta nell’attivismo potendo partecipare, e temporaneamente godersi, la convivialità maschile (analogamente mi sembrerebbe un fattore di complessità che anche gli uomini facessero, prima o poi nella vita, un’esperienza nel gruppo delle donne, anche solo per capirne qualcosa di più, al di là della figa!).
Alla fine dei conti l’ecologia non è tanto un problema tecnico, ma un problema sociale, il problema di una società costruita su certi tabù mentali e sclerotizzata da una scarsa immaginazione. Secondo me l’ecologia è ancora un’opzione possibile all’umano, ma ad un prezzo che può sembrarci carissimo: al prezzo intero della “cultura”, cioè dell’intero orizzonte di ciò che sembra normale… a chi vive dentro il pregiudizio della civiltà.

Il problema non è scopare (con chi e come),
ma essere sani abbastanza... da averne voglia!

L’omosessualità è esecrata, le troie sono sfruttate!
C’è un’asimmetria tra i due sessi:

il problema della socializzazione maschile è solo quello di riconoscerne il desiderio,

il problema della socializzazione femminile, invece, è riconoscerne il patimento!

sabato 16 novembre 2013

La responsabilità sociale delle persone omosessuali

Se l'omosesualità ha un ruolo fisiologico nell'economie della specie,
il più importante mi sembra essere quello di socializzare il maschile,
crescerlo e comporlo in forme sensuali ed ecologiche,
completamente diverse dall'aggressiva competitività
che conosciamo oggi.




Questa affermazione, però, può suonare strana
a chiunque abbia conosciuto un minimo il mondo dell'associazionismo gay:
spazi sempre al pelo dall'estinzione, dove lo sport preferito dagli associati...
è la caccia individualistica!
A me sembra invece indicativo, e perfino simbolico,
questo particolare individualismo che affligge le comunità gay contemporanee:

l'individualismo degli omosessuali preclude a tutti gli uomini
ogni possibilità di un associarsi alternativo alla famiglia.


sabato 9 novembre 2013

La rapa

La rapa è la vacanza del contadino. Alle nostre latitudini si semina ad inizio agosto, non ha bisogno di preparargli un terreno apposito bastando il residuo di qualunque coltura precedente. Non necessita diserbo perché nasce e vegeta velocemente ed ha la buona abitudine di una produzione scalare che si protrae fin oltre le prime gelate.
Non ha controindicazioni essendo una di quelle verdure che puoi mangiare quanto vuoi, veloce da raccogliere e da cucinare. Ha subito l'ostracismo per l'idea di ricchezza della vita moderna, cibo per poveri per eccellenza, merita sicuramente una rivalutazione in tempo di crisi.




domenica 3 novembre 2013

Cambiare il mondo

Chi sostiene una critica radicale alla civiltà si trova in una posizione di solitudine culturale pressoché assoluta. Le reazioni personali allo scandaloso punto di vista della forma umana (l’autoaffermazione della salute sulle mille malattie possibili) possono essere due: democristiana o moderna.
Chi ti accusa di essere impietoso rispetto ai limiti inevitabili dell’esperienza umana (o peggio ancora, chi subito corre a cercare di rinfacciarti i tuoi), questi è il democristiano. Con lui non si discute: “non generalizzare” dice, “ciascuno ha i suoi tempi per maturare…”; non cerca di vincere lui, cerca piuttosto di ammosciare l’avversario!
Oppure c’è l’autodifesa della modernità, che già ha nome e si chiama postmoderno: abituarsi non tanto alla pluralità dei punti di vista quanto all’irresponsabilità di starci in mezzo senza mai prendere posizione, perché scegliere qualcosa significherebbe rinunciare al resto, all’infinito orizzonte dell’edonismo possibile!
Dal canto loro le ideologie ufficiali della modernità non sanno che ribattere. In tutti questi anni (per quel che mi riguarda dal 2007, da quando è uscita la provocazione culturale di “Stato di Grazia”) nessun marxista ha voluto respingere l’accusa di rappresentare soltanto la versione popolare dell’imperialismo. Alla stessa maniera nessun liberista ha reagito all’affermazione della natura sociale della specie (l’individualismo è fisiologico sì, quando hai il mal di pancia!).
Ma neppure nessun anarchico è corso entusiasta nella prospettiva di indagare la genesi di quel potere che ha tanto in astio (ciascuno di noi, anarchici compresi, genera potere nella misura della sua debolezza e della sua dipendenza dal moderno stile di vita).
Uscendo poi dall’ambito più strettamente politico la delusione arriva anche dal fronte femminista e omosessuale. Alcuna donna s’è difesa dall’accusa d’essere il mandante del crimine edipico (nell’esclusivismo sessuale “lui fa quel che lei chiede”, la famiglia come associazione a delinquere, di stampo mafioso o consumista che sia), ne’ alcun omosessuale s’è incuriosito per l’unica domanda fondamentale frutto della sua stessa emancipazione: qual è il ruolo sociale della fisiologica componente omosessuale di una popolazione?
Lascio un attimo aperta l’ultima questione per notare come, anche se personalmente ferisce, tutta questa latitanza intellettuale non fa che sottolineare la necessità e l’urgenza di un altro punto di vista, deideologizzato e finalmente realistico della forma dell’umana specie, per riaggregare un tessuto sociale capace di invertire la rotta e riparare i danni.
Sarà questo il fantomatico ecovillaggio del futuro (di un ritrovato futuro, perché per ora il problema è che siamo tutti senza futuro), sarà questa l’organizzazione dell’autonomia e della salute, la coltivazione dell’umana complessità?

Non lo so, so solo che chiunque voglia provarci si troverà di fronte, ineludibile, proprio la questione che prima abbiamo lasciato in sospeso: il ruolo del desiderio omosessuale nel mondo che ci immaginiamo.

sabato 26 ottobre 2013

Dal galateo galante all'inabilità lavorativa




Una volta solo le signorine dei ceti abbienti
ostentavano braccine rachitiche,
rese tali dal privilegio di far niente...

Oggi ce l'hanno tutte!


lunedì 21 ottobre 2013

Zucche

Più di mezza tonnellata! Ottenuta da centodieci piante di zucca: novanta di varietà Iron (un ibrido ottenuto dalla Okkaido verde, del filone genetico sudamericano) e venti Violine (Butternut, del filone genetico europeo).
Che dire delle zucche? Un capitolo essenziale dell'orto, anche dal punto di vista economico, e hai tempo mesi per vendere il raccolto.







La zucca permette di sfruttare pienamente dei terreni nuovi, e noi la usiamo per allargare l'orto nel senso che accumuliamo materiale (legno, letame, sfalcio, ramaglia) a grossi mucchi distanziati che arricchiamo di anno in anno. Su questi mucchi, coperti del minimo di terra sufficiente a trattenere l'umidità, piantiamo zucche molto dense che avranno però tutto il circondario da invadere. Alle zucche piace molto buttare le radici su di una montagnola di terra, drenata dai ristagni e arieggiata nelle radici. Saranno da bagnare con costanza solo nel primo periodo di sviluppo ma in seguito, se avrete la fortuna come quest'anno di un temporale ogni tanto, non saranno più da seguire, fino all'autunno inoltrato quando la pianta cede, ingiallisce, e allora conviene identificare i frutti tra l'erba, smuoverli, girarli e fargli prendere il sole e i primi freddi notturni. A quel punto le raccogliete e le mettete in un luogo fresco dove si conserveranno per dei mesi.
E' una verdura senza controindicazioni di cui se ne può mangiare in quantità. A zucca e miglio fatti in crema ci si possono svezzare i bambini, mentre per gli adulti vi consiglio al forno o in padella con aglio e rosmarino.

sabato 12 ottobre 2013

Vita segreta di Maria Capasso


Lui le spara, poi si tira un colpo alla testa... sento alla radio l'ennesima tragica cronaca di famiglia. Un esempio di quello che oggi abbiamo preso a chiamare "femminicidio" che, tradotto, potrebbe essere: ho investito tutta la vita in questa relazione, ora mi lasci e io ti uccido, e mi uccido anch'io. Tutte scelte senza confronto, completamente solitarie.
Una sceneggiatura puramente individualistica, come il libro che ho appena letto, "Vita segreta di Maria Capasso" di Salvatore Piscicelli, edizioni e/o 2012.



Di questo libro il soggetto non è il marito uxoricida, ma la donna, una donna napoletana, moglie di un operaio e brava casalinga nella prima parte della storia, poi compagna di un camorrista e brava "camorrista" a sua volta, nel senso della sua personale lotta per emergere dalla miseria e dare un futuro ai figli. Sì, c'è pure il lieto fine in questo libro, l'effetto straniante e grottesco di una famiglia per bene e di una normale vita borghese... costruite sulle mosse decisamente criminali di una donna senza tanti scrupoli.
"Gomorra", di Saviano, ci introduceva in un girone dantesco, Piscicelli è più incisivo ancora perché racconta una storia credibile nella quotidianità, perché ci svela un possibile orrore dietro la normalità. Il libro, con abilità narrativa, ci costringe a parteggiare per questo personaggio femminile, tanto che, alla fine, anche i suoi omicidi ci sembreranno quasi "onesti".
Nei fatti, oggi si sta facendo in letteratura l'analisi di un fenomeno - la complicità femminile nella delinquenza - che mai emerge nel dibattito pubblico sulla mafia.
Questa non è una storia di clan, cosche e violenza gratuita, qui siamo prima della strutturazione sociale mafiosa, siamo al substrato che la genera. Penso che l'autore, con la sua capacità di analisi, non avrebbe difficoltà a descriverci l'analoga vicenda di una insospettabile signora brianzola che magari, per amore dei suoi figli, si occupa di "smaltire" i rifiuti tossici della fabbrichetta del marito...
"La mafiosa" di Alberto Denti di Piraino, "L'amica geniale" e "L'amore molesto" di Elena Ferrante, "Pericle il nero" di Giuseppe Ferrandino, sono solo alcune delle voci di questo dibattito. Voci tutte che ci parlano di un'impostazione di genere (la coppia, senza limiti e contro al mondo) che diventa l'intero di una strutturazione sociale: uno stile di vita, un modo di mangiare e di stare assieme, di lavorare e di allevare i figli... le scelte indiscutibili di una famiglia!
Evidentemente, se uno non concepisce un riferimento di genere oltre al suo legame di coppia, la fine o l'insicurezza di questo legame porta in sé il suo potenziale di violenza, a tutti i livelli: nel femminicidio più classico come nelle vicende di questo romanzo, nella delinquenza in genere come nei pericolosi movimenti delle grandi masse, ma anche banalmente al supermercato, dove lei compra ciò che piace a lui, dove si compra ciò che piace e non ciò che fa bene... la prima delle violenze che infliggiamo ai nostri figli!

lunedì 7 ottobre 2013

Pentola a pressione

Me l'ha regalata mia madre 12 anni fa, quando siamo venuti a stare nei boschi.
E' stato un regalo utile nel vero senso della parola: almeno tre volte la settimana sul fuoco, in questi anni è stata usata milleottocento volte; una pentola di marca e relativamente costosa (120mila lire 12 anni fa) ma che si è ripagata ampiamente con il gas risparmiato; una pentola che in un ora ti cuoce gli azuki (1/2 kg che sono 10 porzioni!) e in due ore i fagioli neri (e senza bisogno di metterli in ammollo la sera prima).
Uno strumento essenziale per chi decide di sostituire la carne con i fagioli che, a differenza dalla carne, in frigo ti durano dei giorni e a riscaldarli non peggiorano di certo.

La pentola a pressione è lo strumento indicato per gestire praticamente un'alimentazione a cereali e legumi, è un risparmio di tempo ed energia, ed infine ha una storia millenaria a partire dai cinesi dove l'effetto a pressione veniva ottenuto con coperchi di ghisa molto pesanti.
Se può sembrare difficile seguire la cottura un trucco è alzare la pentola dal fuoco e ondeggiarla: se l'interno non ha più reazione liquida è il caso di indagare, se invece poggiando la pentola nel lavandino bagnato sfrigola è perché comincia proprio a bruciare.
Come avvertenza bisogna solo avere la minima precauzione di non riempirla troppo onde evitare che il contenuto in ebollizione possa intasare la valvola (ricordate che le pentole a pressione possono anche scoppiare, come le caffettiere).

mercoledì 2 ottobre 2013

Fotti tu che fotto anch'io!

La sinistra si è sbagliata.
Non è vero che per vent'anni gli italiani hanno votato Berlusconi
nonostante le sue pendenze giudiziarie,
l'hanno invece votato proprio come simbolo di un preciso orientamento culturale:
la fottitura!

sabato 28 settembre 2013

Fukuoka e Caprilli





Federico Caprilli 1869-1908                          Masanobu Fukuoka 1913-2008

Che cos'hanno in comune un agronomo giapponese e un militare italiano? Il coraggio di buttare via le certezze della tradizione e l'intelligenza per ritrovare un rapporto più diretto con la realtà.
Caprilli, non è certo un intellettuale: nella vita si distingue solo per le doti equestri e la capacità amatoria. La sua irriverenza gli preclude ogni carriera militare e i casi della vita gli negano perfino un funerale ufficiale oltre alla riconoscenza storica. Gli italiani non lo sanno, ma si può dire che tutto il mondo monta "all'italiana", e quando vedete per esempio una gara ad ostacoli, ebbene quelli saranno tutti salti nello "stile caprilliano".
Sì, per quanto possa sembrare sconcertante, fino al tribolato avvento del “metodo naturale” inaugurato da Caprilli, i cavalieri di tutti gli eserciti erano convinti che il cavallo non potesse fare il salto se non “aiutato” dal cavaliere: buttare indietro le spalle e tirare in bocca il cavallo per alzargli la testa, ovviamente causandogli forti sofferenze ed oltretutto impedendogli di guardare dove mettere i piedi.
Così è stato addestrato Caprilli, il quale però i cavalli li guarda e si accorge che quando saltano da soli fanno tutt’altro: incurvano la schiena e guardano per terra dove atterrare. Decide quindi di provare ad assecondare quel gesto ed il suo “metodo” è un risultato indiscutibile che finisce per imporsi a livello mondiale in ogni competizione: mentre gli altri faticavano a saltare un metro e mezzo, lui ne salta due con disinvoltura… All’inizio del novecento ben trentatre stati manderanno i loro ufficiali di cavalleria in Piemonte, alla scuola di cavalleria di Pinerolo, per apprendere il nuovo metodo.

Quello che Caprilli fa con i cavalli, Fukuoka lo fa con la terra. Anche lui è addestrato al vecchio metodo: studia ed inizia a lavorare da agronomo in un epoca di trattori e chimica. Ma è capace anche di guardare la natura ed accorgersi di un paradossale accanimento: enormi sforzi di petrolio e tecnologia… per riprodurre, male, quello che la natura fa spontaneamente, cioè accrescersi, autofertilizzarsi.
Fukuoka applica di fatto il principio della micorrizzazione: seminando trifoglio e altre leguminose, evitando di arare ma sotterrando legno e pacciamando la superficie si occupa di preservare e incentivare la complessità dell’humus. Della salubrità e delle qualità organolettiche delle produzioni dell’agricoltura naturale abbiamo già parlato in questo blog.
In tutti e due i casi la novità è rappresentata da un criterio di “non azione”, un criterio che permette di usare la complessità dell’animale come della terra.
Ma questo concetto di “non azione” è anche stato l’oggetto di un fraintendimento che ha preso un’intera generazione di aspiranti contadini naturali. Sono più quelli che hanno buttato palline di argilla su terreni sterili producendo il nulla… di quanti si sono resi conto che ci va almeno una decina d’anni di lavoro per ottenere quel substrato ottimale di terra che poi non tocchi e non muovi più.
Lo stesso dicasi per Caprilli. Col suo metodo generazioni intere di figli di buona famiglia hanno potuto credere di saper cavalcare solo perché il loro cavallo gli faceva saltare facilmente un metro e mezzo, senza rendersi conto che quel metodo implicava anche la presa in considerazione della serenità complessiva dell’animale, cosa che puoi ottenere solo perdendo personalmente un mucchio di tempo dietro di lui.
Se qualcuno è incuriosito dal personaggio Caprilli, può leggere “Quando l’automobile uccise la cavalleria” di Giorgio Caponetto, ed. Marcos y Marcos. Oltre alla simpatica e breve vita del tenente toscano vi troverete anche le origini della Fiat, una bella fetta di casa Savoia e la vicenda ancora tutta da chiarire della morte violenta di due giovani: il Conte Emanuele di Bricherasio ed il suo amico del cuore Federico Caprilli. Non è un capolavoro della letteratura ma è ben documentato storicamente, ed allora potrete anche intuire perché questo Caprilli, sotto sotto, non lo vuole proprio rivendicare nessuno!

domenica 22 settembre 2013

domenica 15 settembre 2013

Modernità islamica

Non si riesce a criticare la religione quando si è religiosi a propria volta. Così il mondo occidentale, appena emancipatosi dalle proprie cristianità, non sembra capace di riconoscere all'islam la  responsabilità delle violenze in corso.
Il perché mi sembra chiaro: abbandonata la parrocchia, la modernità si è solo spostata al supermercato! Il consumo rappresenta la religione della modernità globalizzata, e religiosi continuano a dimostrarsi i suoi comportamenti.
Qui si dice che è la religiosità, di per se stessa, l'insana "tecnologia" sociale che sta distruggendo il pianeta.
Ecco, stralciato da Stato di Grazia, un tentativo di inquadrare la modernità islamica.



Anche a riguardo della sua fondazione il discorso va approfondito perché, a fianco della virtualità monoteista, “la crudeltà del fondamentalismo islamico è che permette solo a un popolo – gli arabi, il popolo originario del Profeta – di avere un passato e luoghi sacri, pellegrinaggi e onoranze della terra. Questi luoghi sacri arabi diventano i luoghi sacri di tutti i popoli convertiti. I convertiti devono sbarazzarsi del proprio passato; a loro non si chiede altro che una fede purissima (se mai è possibile una cosa simile): islam, sottomissione. La forma più intransigente di imperialismo.” (Naipaul V.S., op. cit.)
Virtualità e sradicamento – i due “salti di livello” che abbiamo identificato come elementi essenziali d’una modernità conclamata – dall’islam sono promossi assieme e fin da subito. In sostanza la fondazione di un’ideologia per l’elite, nell’islam viene a coincidere con il pieno coinvolgimento dell’intera popolazione. Nella sottomissione si tradiscono assieme corpo e parola. E questo allora può forse spiegare un particolare atteggiamento nei confronti della realtà, in primo luogo di quella delle reali fonti di sostentamento della comunità. “Al punto più basso delle opzioni possibili stanno le campagne, che sono anche la realtà meno nota nonostante, ieri come oggi, la maggioranza della popolazione sia contadina.” Misconosciuti i contadini, così come la loro aggregazione territoriale di base: “il villaggio non ha visibilità storica. Se lo si definisce, lo si fa in negativo, quell’agglomerato che non possiede le caratteristiche della città, i simboli del potere, le grandi strutture pubbliche, il tribunale.” (Scarcia Amoretti B., Un altro medioevo, il quotidiano nell’islam, Laterza, Bari 2001)


Il fraintendimento è che il problema non sta nel capire quando e in che misura il mondo islamico potrà mai pervenire ad un’idea “edulcorata” di modernità… quanto la cruda constatazione che “la modernità è islamica”, di per se stessa, nei suoi elementi fondanti!
Avendo optato per la teo-tecnologia monoteista nella sua versione pura, gli islamici sono stati moderni fin da principio. La sottomissione al dio virtuale contempla il radicale tradimento della realtà, del corpo e della parola, conversione istantanea e complessiva: un solo atto di fede riassume le due tappe che il cristianesimo ha messo a principio e compimento, intervallate da una storia millenaria ma di fatto “inessenziale”.


L’economia del mondo islamico è caratterizzata dalla centralità del commercio e dalla superiorità di questo nei confronti non solo del lavoro agricolo, ma anche dell’artigianato, del lavoro manuale ed in generale di qualsiasi attività produttiva. “Dove non esiste mercato in senso proprio, significa che non si è ancora entrati nella civiltà vera (…) Il mercato per sussistere, ha bisogno di intraprendenza, di iniziativa: al suo trionfo deve necessariamente contribuire uno spirito capitalistico che punti al profitto.” (Scarcia Amoretti B., op. cit.)


E con questo veniamo quindi a toccare il punto di maggior attrito con la società occidentale, il fatto cioè che il corano non è per nulla ambiguo nel presentarci una visione del mondo tripartita: il “noi islamico” si contrappone al “resto infedele”, a sua volta distinto tra i “fratelli del libro” e “gli altri”. Il destino degli altri è genericamente e tragicamente l’oggetto del semplice dominio biblico. “Altro” è il mondo da sfruttare, il saccheggio della risorsa naturale, il selvaggio da ridurre in schiavitù… in piena corrispondenza con il generale comportamento della modernità.
Ed anche il rapporto con quanti si è costretti a riconoscere come complici è della stessa natura di quanto agito in pratica dal mondo occidentale. I “kafiruna”, gli infedeli ebrei e cristiani, i “fratelli del libro”, sono l’ossessione costante del corano, tanto che una gran parte del testo sacro è spesa nel predirne ogni male e dannazione… ciononostante sono quelli con cui si può trafficare e vanno “rispettati”, un rispetto che ne regolamenta la caccia.
Ma la tensione di quella “caccia” è quanto accomuna tutti i monoteismi. E forse proprio la necessità, per entrambe le parti, di tener alta quella “tensione tecnologica” è all’origine, emblematicamente, dell’eterno e irrisolvibile conflitto israelo-palestinese.
In realtà ogni espressione identitaria moderna, negando un’effettiva comprensione dell’altro e di se stessi, comporta un “sentirsi più belli degli altri”: dal nazionalismo al farsi portatori di pace, d’umanesimo o di “guerra preventiva”. L’altro da sfruttare è uno dei due elementi essenziali alla tecnologia del fottere, ma fin qui nulla di nuovo.
Il problema sta nel dichiararlo. L’occidente ha speso l’ultimo secolo almeno, nel tentativo esegetico di “ripulire” il suo testo sacro, e nel montare il suo apparato ideologico per negare l’evidenza della fottitura, a se stesso prima che agli altri. Ed ora che quello sforzo aveva forse prodotto il giusto “lucchetto teologico”, in una moderna società dove laicità, rispetto e democrazia sono “indiscutibili”, appunto perché ideali… ora l’islam presenta il conto!
Il monoteismo presenta il conto, il monoteismo della virtualità, che rappresenta il cuore della modernità stessa. Il problema è dell’occidente, sua la scelta di “credere alla propaganda”… l’islam, correttamente, s’è limitato a sfruttarla.

sabato 7 settembre 2013

Della situazione attuale

L'unica strada per riassorbire il danno ecologico della modernità mi sembra passi
obbligatoriamente per quello cui stiamo assistendo oggi in Italia: la perdita di senso
degli schieramenti politici. Diventa indifferente discutere di come spartire il
bottino... quando si è arrivati alle briciole!




E allora può aver senso un movimento politico con un mandato solamente passivo: evitare
gli sprechi e minimizzare le istituzioni. Ma la parte attiva è invece necessario che sia
espressa dalla popolazione con seri, vasti fenomeni di autonomia (salute pubblica,
autoproduzione alimentare, etc.).
Ma così non è, oggi, in Italia.
Primo perché la credibilità dei partiti politici tradizionali è crollata a causa della
crisi economica e non per consapevolezza: non ci sono più soldi da promettere!
Secondo perché non è assolutamente vero che la popolazione sta correndo verso
l'autonomia. Se cambia stile di vita è solo per costrizione, mentre ciò che oggi si
considera "bene" sono oggetti sempre più effimeri: turismo aereo low cost e internet
sono l'apice di una società industriale, i primi quindi a spegnersi quando mancasse
energia alla fonte.
In Italia, in sostanza, dovremo ancora aspettare, sia per l'ecologia, sia per
un'alternativa politica.

domenica 1 settembre 2013

Laika

Sto guidando, davanti a me un camper. Laika, l'hanno chiamato...
che intelligenti: Laika, la cagnetta nello spazio, eroe dell'esplorazione!
Martire piuttosto, destinata a morire e pure in solitudine:
l'immagine della disperazione.




Mi si bagnano gli occhi di lacrime e mi si stringe la pancia, per un attimo provo
disgusto per l'umanità. Bel simbolo davvero, e brava la ditta dei camper.
L'archetipo dell'affetto e dell'empatia sacrificato da un animale umano che
quell'empatia ha perso e, in disperata solitudine, guarda alle stelle.

lunedì 26 agosto 2013

Giardini d'infanzia

1° scena
Serata progettuale: una famiglia per bene vuole restaurarsi uno spazio adiacente alla
casa e trasformarlo in un giardino, adatto alla crescita della loro bambina. Sono le tre
di notte quando l'amico del mio compagno se ne va, sul tavolo una bella tavola a colori
illustra il progetto: quel mucchio di sterpaglie diventerà un prato verde con una
staccionata in legno, un gazebo, una vasca da tre metri con carpe koi... un piccolo
paradiso insomma, per qualunque bambino.
La sera dopo il mio compagno va a presentare il progetto alla mamma. La cliente gliel'ha
presentata una sua amica, maestra elementare, c'è anche lei alla riunione.
Al ritorno chiedo al mio compagno come è andata, e lui mi dice: bene dal punto di vista
tecnico bene, senza saperlo abbiamo indicato in progetto un gazebo che hanno già, coma
hanno la staccionata in legno e le pietre per il sentiero. Penso che non avremo problemi
a prendere il lavoro. Lo strano è la serata che ho passato... a presentare il progetto
negli spazi che la bambina di tre anni ci ha concesso, sai quella scenetta: adulti al
tavolo e bambina che arriva con la sua bambolina e si sente in diritto di interrompere
il discorso, al che la mamma parla come si parla ai bambini oggi, cioè le spiega in
termini razionali che noi siamo lì per lavorare, al che la bambina sparisce... per
ripresentarsi dopo trentasette secondi con un  altro giocattolo a cui segue una altro
discorsino razionale... Quando siamo andati via ho detto alla mia amica maestra che per
fortuna non avevo figli ma che se li avessi avuti e se si fossero comportati così... gli
avrei gentilmente staccato le orecchie! E lei mi dice: "i miei figli infatti così non
l'hanno mai fatto. Ma ti dirò di più, in questo momento all'Università di Torino, quando
hanno da fare dei test sui bambini, mi chiamano e vengono a farlo con i miei. Dicono che
con i miei ci riescono e con gli altri no, e sai perché? Perché semplicemente nelle mie
classi io non ho mai tollerato che i bambini parlassero uno sull'altro e ho sempre
proibito il dire volutamente delle stupidaggini."

2° scena
Penelope ha le unghie troppo lunghe, non vogliamo ancora ferrarla ma bisogna comunque
dargli una limata. Chiamiamo un maniscalco, donna, che arriva con marito uruguaiano e
figlio di venti mesi, tanto biondo da essere quasi bianco.
Questo, appena sceso dalla macchina, va a fare conoscenza coi cani: ha solo venti mesi
ma vediamo benissimo che sa come ci si presenta ad un cane. Subito dopo è attirato dalle
capre. Queste invece non accettano le presentazioni, al che si mette ad inseguirle per
il cortile: le caprette saranno anche solo nane ma, di fatto, risultano alte come lui! I
genitori guardano attenti ma non intervengono.
Quando tiriamo fuori la cavalla, la madre piglia il bambino, preventivamente, e lo
piazza tre metri più in là dicendogli semplicemente "stai lì". Penelope è una brava
cavallina, ma questa è comunque la prima volta che qualcuno traffica coi suoi piedi e
quindi c'è un po' di tensione nell'aria: il marito recita un mantra tranquillizzante per
cavalli in uruguaiano, il mio compagno la trattiene cercando di far valere la sua
autorità e lei, la cavallina, scopre subito lo scherzo tipico per il maniscalco, tu mi
alzi un piede e io mi appoggio, cioè ti scarico sopra tutto il mio gentil peso! La
maniscalca, indifferente, regge il gioco e continua l'operazione...
Alla fine mi giro ed il pargolo è ancora lì, perfettamente immobile, nel posto esatto
dove è stato posizionato.
Dico alla madre "ma non si è mosso di un millimetro!", e lei mi dice "ma certo, lui lo
sa che deve stare lì!"

venerdì 23 agosto 2013

Valdesi: il sinodo dell'autismo

Fin da bambino sentivo che se avessi dovuto prendere seriamente in considerazione la
questione della "fede" avrei corso il rischio di farlo appunto seriamente e, nella
versione protestante, a tu per tu con l'assoluto senza mediazioni di sorta, non avrei
certo avuto quei falsi pudori che annusavo nei correligionari: io, dio, lo sarei stato
davvero!
Perché questo è, nei fatti, il protestantesimo: vedere il mondo dal punto di vista di
dio e agire come tale. Non fare la pecorella, come ogni buon cattolico, ma fare il
pastore, prendere il posto del creatore o, perlomeno, sentirsi increati... Delirio di
onnipotenza? L'incomunicabile punto di vista di un autistico?
Questo a livello fondamentale poi, certo, il protestante in carne ed ossa deve darsi un
vestito un poco più rassicurante, una misura opportunista per stare in mezzo agli altri,
e magari profumarsi con due gocce di genialità... giusto per ripagare la società della
propria assenza umana.
A questo punto i miei correligionari direbbero che non ho fatto bene il catechismo
perché, se è vero che la rivoluzione protestante si scrolla di dosso le mediazioni del
prete e della chiesa, non necessariamente diventa nazismo o patologia psichiatrica. E
questo proprio perché resta la mediazione fondamentale: dio che si fa uomo, il figlio di
dio, il cristo e la storia di Gesù... A questo ribatto solo che l'essere ricchione mi ha
vaccinato precocemente: ho sempre avuto degli ideali maschili più dignitosi di quel
poveraccio che si fa fottere sulla croce!
Ma torniamo al protestantesimo e al suo ruolo nella genesi di questa modernità
globalizzata e del suo specifico soggetto, l'individualista. L'individualista è
semplicemente un individuo che per debolezza, se spogliato di quel senso di opportunismo
sociale e non premiato da particolari colpi di genio... arriva a corrispondere al
prodotto patologico  della chimica consumista e della famiglia anaffettiva: un bambino
autistico!
Quindi, se pur è vero che non è indispensabile esser stati protestanti per divenire
moderni, è certo che il protestantesimo non poteva produrre altro che modernità.

giovedì 22 agosto 2013

Protestantesimo sconosciuto

Se l'individualismo può essere inteso come la capacità di sopportare una situazione di
stress, il problema del protestantesimo è che l'ha invece preso come condizione normale
cui allevarci i bambini!
La vita moderna di una società industriale è il contesto materiale originato
dall'individualismo e, ovviamente, riproduttore dello stesso.
Il protestantesimo invece è una pura agenzia culturale che si occupa di generarlo,
quell'individualismo, di per se stesso e prima di ogni sua possibile concreta applicazione.
Pensate a tutti i paesi dell'europa settentrionale: lì si nasce e si muore
individualisti, anche senza bisogno d'essere capitani d'industria!


E' strano, per la mia biografia di protestante in un paese cattolico e per il mio
distacco critico dalla cultura famigliare, riconoscere ogni tanto un poco di nostalgia
per tutto ciò che odora di calvinismo, nostalgia per l'anaffettività... Eppure ai carcerati anche
questo succede, affezionarsi alla propria cella!
Ma il problema non è tanto la mia nostalgia, quanto invece il disinteresse e l'ignoranza per
il fenomeno protestante in cui tanti continuano ad ostinarsi, oggi, in Italia.
Mi sembra una voluta ignoranza, il rifiuto di scegliere tra modernità ed ecologia,
l'ambiguità di chi è ancora perso dietro a sogni di sviluppo sostenibile.

sabato 17 agosto 2013

Aggiornamenti dall'orto

Quest'anno l'orto sta dando buoni risultati, da un lato per la terra sempre più ricca,
dall'altro per essere rimasto senza concorrenza, qui in zona, per un periodo molto
piovoso che ha disturbato il momento degli impianti primaverili.
Al riguardo ricordo che qui stiamo usando due sistemi colturali per correggere i limiti
di un terreno argilloso: interro di legno (segatura, sfalcio, cortecce ramaglia
sottobosco...) ogni volta che si fa una nuova proda e, di conseguenza, sopraelevazione
delle radici delle piante dal piano dove in caso di pioggia annegherebbero.
La combinazione tra altezza dell'orto e processi di micorrizzazione, indotti dal legno
sotterrato, sta producendo ottimi risultati. I pomodori che vedete in foto sono riusciti
quest'anno a superare le virosi e ci hanno ancora una volta dimostrato che sui tempi
lunghi è più importante impegnarsi nel miglioramento della qualità del terreno piuttosto
che inseguire le singole malattie. Piante cresciute in condizioni ottimali non hanno
nulla da invidiare per qualità e quantità alle produzioni industriali. (Siamo stati
rallegrati da pomodori "cuore di bue" da 1 kg!)







Per chi è direttamente interessato a questi argomenti, per l'autoproduzione o per farne
una piccola attività, possiamo dare dei parametri anche economici.
Noi in questo momento forniamo settimanalmente un pacco di verdura assortita ad una
decina di nuclei famigliari, mentre gli esuberi vanno ad una ragazza che sta avviando
un'attività di rivendita nei mercati locali (anche lei ha l'orto ma tenete conto che per
"pagarsi una giornata" di mercato bisogna smerciare la verdura di almeno due o tre, se
non quattro orti come i nostri.
La dimensione dei mille metri quadri, vendendo la verdura ad una media di 1,30 euro, ci
rende annualmente intorno ai 3mila euro. Ma siamo certi che ulteriori miglioramenti del
terreno, l'integrazione di sabbia, l'uso costante di pacciamatura a paglia e a trifoglio
(il metodo Fukuoka), possano nei prossimi anni portarci fino a 5mila euro: un reddito
minimo ma sufficiente allo stile di vita a cui la campagna induce!

venerdì 9 agosto 2013

L'eterosessualità non esiste

L'eterosessualità della coppia biblica fonda il monoteismo occidentale sul tradimento
della dimensione sociale della specie umana.
Adamo ed Eva stanno di fronte al dio che li ha "creati", cioè li ha strappati al
riferimento collettivo del proprio genere sessuale. Sono soli, proprio come se fossero
davvero il primo uomo e la prima donna della Storia!




Potremmo dire che nella mentalità monoteista la Civiltà emerge in opposizione ad una
primitiva bestialità proprio in ragione di questo processo di individualizzazione.
E in questo senso il familismo e l'eterosessualità sono norma religiosa: nel
ricongiungimento con l'altra irriducibile parte della corporeità umana sta
l'allucinazione di ricomporre la divinità del proprio individualismo.
La Civiltà Eterosessuale è di per se stessa ingestibile ed inquinante. E l'eterosessualità
è "artificiosa" quando si incastra nella famiglia e si riproduce nell'individualismo:
uomini e donne persi in un perenne corteggiamento, che facilmente perdono
anche gli amici e, con essi, ogni misura di sé.
Non esiste l'eterosessualità... esistono solo uomini tristi, incapaci di stare con gli
altri uomini!

domenica 4 agosto 2013

Ragionando di ecovillaggi

Caro Antonio,

tu chiedi quali basi servano per una convivenza di gruppo, le economie certo devono
essere concrete e "sincere" (nel senso di basarsi sulle capacità personali e non su
privilegi acquisiti, di famiglia, titolo di studio etc.) e in quanto all'ideologia è
meglio fare bene attenzione che non se ne radichi alcuna per non rischiare di perdere il
realismo che mi sembra necessario per un'alternativa al vivere moderno.
Ma il problema vero è che quando arriviamo a constatare razionalmente che sarebbe più
ecologico vivere associati, spesso non siamo consapevoli delle nostre reali capacità
relazionali. Il problema vero è la nostra personale voglia di relazione che, in genere
nella modernità, è decisamente scarsa!
Allora, normalmente sono disponibili delle tipologie di relazione: il partner o gli
amici. Col partner si ha di solito un rapporto di intimità, con esso si prendono le
decisioni importanti della propria vita, si sceglie cosa mangiare e dove andare in
ferie, come educare i figli... Mentre l'amicizia conserva in genere una funzione di
sfogo, di gratuità, di "purezza": gli amici si frequentano per puro piacere ma, in
genere, non ci si va a vivere assieme, spesso si riservano degli ambiti autonomi e
circoscritti per i propri amici e per le attività ludiche attorno a cui ci si ritrova.
Ora, non penso assolutamente che la particolare intimità di una relazione di coppia sia
da buttare, né che nell'ecovillaggio del futuro siano da bandire le amicizie. Penso solo
che, oggi, la dimensione delle nostre personalità, e quindi la distanza che possiamo
permetterci fra gli uni e gli altri, sia più grande di quella che potrebbe legare un
gruppo di persone attorno ad un focolare.
In sostanza, una recondita forma sociale richiede il suo respiro ma noi, per le nostre
rigidezze, sappiamo rispondergli solo in modi spesso stereotipi, coppia o amicizia,
ciascuno dei quali mancante di qualcosa.
Attorno ad un focolare penso che si possa stare solo a condizione che ciascuno risponda
per sé. Questa è la differenza da una qualsiasi famiglia, gente che non si è scelta e
che ci costringe ad un grosso e inutile sforzo edipico per distaccarcene e poter
crescere. Rispondere per sé significa dunque un'adesione personale, ma a che cosa?
La scelta dello stile di vita mi sembra la cosa che può unire un gruppo, ma in una
logica in cui non si esprimano gusti personali (inevitabilmente divergenti) quanto
invece si ricerchi una comprensione della comune forma biologica, la forma della specie
umana, di ciò che gli serve fisiologicamente e del cibo più appropriato alla gestione
della sua salute e autonomia (e questo è invece un processo convergente!).
Non si tratta di formulare un codice di regole, ma di identificare un criterio che
permetta di ragionare su tutte le cose che compongono uno stile di vita,
un'elaborazione, questa, sempre viva e sempre potenzialmente ridiscutibile di fronte a
nuove esperienze personali.
Ma è qui il difficile, perché se uno mi dice, ad esempio, che lui latte e formaggi li
digerisce proprio bene e si sente in ottima forma... che posso dirgli io? Che si sbaglia
e che è ottenebrato dal suo stesso alimento, che si sta raccontando un sacco di palle e
che, cosa più grave, le sta contando a me ed io questo non lo posso accettare...?
E chi sono io per dirgli questo? Se non sono il suo partner che diritto ho io, "da
fuori", di dire che si sbaglia?
Per questo "non accettiamo coppie" nel senso che non vogliamo né possiamo fare "cose
serie" (come appunto parlare di convivenze ed ecovillaggi) con qualcuno che si riservi
per sé e all'interno di un'intimità di coppia la decisione capitale su cose tipo cosa
mangiare e come allevare i figli.
Allora mi sembra indispensabile individuare un fulcro centrale attorno al quale
inventarsi, o meglio, riscoprire un alternativo patto sociale "di branco" (un po' di
sana animalità a sostituire termini di progresso e civiltà...). E questo fulcro mi
sembra che non possa essere altro che la condivisione degli strumenti essenziali per
coltivare l'autonomia e la complessità della forma umana.
Attorno a questa "condivisione culturale" (e all'attivo e costante lavorìo per
ottenerla) possono allora starci tanto i singoli che vogliano cercare delle buone
ragioni per stare con gli altri, quanto delle coppie che riconoscano la loro
strutturazione come un limite e vogliano provare ad immaginare la loro relazionalità in
senso più duttile e complesso.
Buoni propositi per il futuro, questi. Ora come ora le persone che gravitano qua attorno
hanno un solo pregio: non si sono fatte prendere dall'ideologia e dal velleitarismo. Non
abbiamo fondato né una Comunità (che ruota attorno al rispetto di qualche
regola,idealistica o religiosa che sia) né una Comune (dove invece ci si trova nel senso
del "liberi tutti"... di andare dietro i propri gusti). Siamo semplicemente andati a
vivere vicino: tre insediamenti nel raggio di dieci km che si trovano nell'alimentazione
(sostanzialmente criteri macrobiotici) e collaborano lavorativamente (scambiandosi ore
di lavoro, competenze e attrezzature). Un gruppo di uomini che, per ragioni diverse,
sono arrivati a sperimentare una forma sociale del maschile, collaborativa e
spontaneamente conviviale.
Allora è proprio  abbandonando l'idea della centralità della coppia che è possibile
qualcosa di diverso. Sottraendosi alle aspettative delle proprie "mogli" gli uomini
possono guardarsi tra loro per provare a ricalibrare, in senso ecologico, il proprio
attivismo virile e sperimentare la propria capacità di prendersi cura di qualcosa di
vivo (un orto, un figlio, un compagno di lavoro, una tavolata da sfamare...).
Alternativo all'individualismo, il riferimento al proprio genere sessuale può già essere
un passo verso il recupero di complessità. In ogni caso l'elaborazione collettiva di una
maschilità ragionevole deve venire prima del gioco individuale delle relazioni (prima in
senso logico ma anche temporale se pensi al gruppo dei pari, quel gruppo di amici che
tradizionalmente si scioglie quando tutti si fanno la fidanzata e poi si sposano).
Purtroppo la nostra esperienza si limita a questo: scorgere che una "società degli
uomini" è possibile ed immaginarne il portato. Per le donne penso che sia analogo ma non
speculare, per la particolare conflittualità e per la voglia di gerarchia che le
caratterizza.
Per tutti, uomini e donne, è però analogo l'aiuto che può dare un riferimento
impersonale come quello della "condivisione culturale degli strumenti di autonomia": se
già stiamo assieme per una qualche ragione, allora poi siamo più rilassati per provare a
fare delle nostre relazioni qualcosa di più complesso del solito "noi contro al mondo".

martedì 30 luglio 2013

Cani e padroni moderni

Aneddoto:
Passate mezza giornata a casa di amici e il cane di un conoscente pensa che non sarebbe male cambiare padrone e farsi adottare da voi!
E' successo al mio compagno ieri. Stava lì a fare un lavoro e subito non gli ha dato importanza ma già si era accorto che il cane "gli montava la guardia". Accucciato lì vicino, un grosso pastore belga, giovane compagno solitario di un "ragazzo moderno", stava valutando un certo tipo di "consistenza" che forse non è prettamente umana ma più generalmente animale.
A pranzo la situazione si è fatta esplicita: attorno a tavola il cane va a sedersi dietro la sua schiena. Lui si accorge della scena ma, come prima, non gli presta grande attenzione.
Nel pomeriggio il ragazzo moderno saluta e sta per partire. Siede in macchina e chiama il cane, e questo arriva deciso ma non va da lui... va dal mio compagno che. a quel punto, si trova in imbarazzo per l'altro, per la figura che gli fa fare il suo cane!
Meno male che al secondo richiamo il cagnone, rincresciuto, finalmente si rassegna a tornare dal suo legittimo proprietario.



Meno male perché di cani a casa ne abbiamo già abbastanza, ma sorprendente come sintomo.
Certo, il cane  è proprio l'animale capace di un "affetto totale", se costretto ad una relazione téte a téte con una persona sola. Ma empatico non vuol dire incapace di riconoscere e valutare la "presenza" personale di qualcuno.
E oggi, anche se può sorprenderci, è addirittura possibile che un cane decida di "guardarsi attorno"...

mercoledì 24 luglio 2013

Opinioni

Una mezza Italia non si permette di avere un'opinione. E' una misera mezza Italia, una
provincia depressa, gente che non è abituata ad essere interpellata e che, se chiamata
alle urne, può anche votare un Berlusconi senza pensarci... e può rivotarlo, perché
dieci anni dopo non si chiede se quella "opinione" gli ha portato bene oppure no.
Ma siamo poi così sicuri che tutte queste opinioni siano un segno di salute? L'Italia è
anche il paese dove l'opinionista non manca mai: tanta, troppa gente sembra avere
opinioni su qualsiasi cosa, su cose di cui non ha alcuna esperienza e, più grave ancora,
sembra essere convinta che ciò corrisponda ad una responsabile partecipazione
democratica.



Tra questi estremi nessuno si accorge più che se l'opinione è un dato minimo di umanità,
questa facoltà è solo uno strumento per una maggiore comprensione della realtà... e che
quest'ultima non è questione di opinioni!
Alla verifica pratica della storia, la cultura che coltiva e permette le opinioni non ha
dato gran prova di sé. Pensiamo al primo atto dell'olocausto: nel 1934 comincia una
campagna a tappeto per l'eliminazione di pazzi e handicappati e l'intera classe medica
non solo non si oppone, ma pure la promuove e la attua. Oppure in casa nostra quando,
all'imposizione fascista della tessera per gli universitari, nessun accademico reagì,
salvo l'unica eccezione, a quel che ne so, di un certo filosofo Martinetti.
Questi sono esempi di come non basta andare a scuola per avere un'opinione in merito a
quello che si sta facendo. Oggi, una certa situazione di "sospensione" democratica per
la crisi dell' economia e delle istituzioni, mi sembra dello stesso, pericoloso segno.
Che senso ha decidere tra socialismo e liberismo quando entrambi mirano al consumismo?
Che senso ha la discussione etica sulle tecniche di fecondazione quando tutte sono solo
delle risposte ad uno stato di malattia? Che senso ha parlare di ambiente ai milioni di
italiani che già hanno scelto di vivere urbanizzati?
Non ha senso parlare di ambiente se non ne possiedi neanche un pezzetto, reale, notarile
e sudato! Così come non ha senso l'esercizio del diritto di opinione in un contesto che
ha già scelto l'essenziale.
Non ce ne frega niente dell'opinione di chi vive la vita moderna, è un esercizio
virtuale e avvilente, è una democrazia vuota e colpevole, sempre a rischio di feroci
populismi.



mercoledì 17 luglio 2013

Ormone maschile

Finito il post. Pubblica: clik!
Una piccola sensazione di compiaciuta soddisfazione, dura solo poche ore, dà magari il
tono ad una serata.
E' una sensazione che conosco: cento post in un anno, cento volte che la ritrovo. Una
piccola scarica di neurotrasmettitori, un certo assetto ormonale. Ma è la stessa, mi
sono accorto, di qualsiasi tipo di compito da eseguire, un lavoretto di poche ore,
l'attività di una giornata o una missione fuori casa.
Vivere delle piccole economie di una cascina permette di ritrovare la stessa dinamica in
mille diverse attività: tagliare la legna o bagnare l'orto, cucinare o scrivere un post.
E' la dinamica fisiologica dell'azione, l'alternarsi di certi dosaggi ormonali in una
ben determinata sequenza: la tensione delle aspettative, una completa presenza
nell'azione stessa e quindi la compiaciuta soddisfazione di cui si diceva... che poi si
stempera nel grigiore annoiato dell'attesa di un nuovo oggetto d'interesse!
Una ciclicità di stati psichici che mi sembra abbracciare ogni evento della vita, dalle
piccole battaglie quotidiane alle grandi manovre stagionali, come le annate scolastiche,
gli esami di pianoforte o la patente.
La vita intera, quella adulta perlomeno, come una successione di "missioni", ed il
ripetersi, continuo, di quella ciclicità. Come non pensare al ciclo della fertilità
femminile? Nell'azione, nel compimento di una missione, gli uomini vivono il loro "ciclo
mestruale"!



E allora non c'è "L'Uomo" ma ci sono tanti uomini, ciascuno sempre in un determinato
momento del suo ciclo, della sua attività. Così dunque ci possono essere uomini
sincroni, coordinati in un'azione comune.
Le donne sono spinte ad un determinato stato esistenziale dalla loro ciclica
dinamica ormonale, così gli uomini, ma inversamente, "spingono" i loro ormoni
organizzandosi la vita e gli impegni.
Se poi consideriamo la dinamica collettiva dei gruppi di genere, al maschile ci è
abbastanza facile constatare che "la socialità dell'azione sincronizza gli uomini". Nel
fare qualcosa assieme gli uomini costruiscono la società degli uomini.
Riguardo al femminile, la corrispondente affermazione dovrebbe risultare: "la
sincronicità ormonale delle donne le socializza e permette loro l'azione al femminile*".
Ricordando allora il dato, fisiologico studiato e documentato, dello spontaneo
sincronizzarsi del ciclo mestruale in gruppi di donne conviventi (come ad esempio
collegi o carceri), viene da pensare che solo un qualche tipo di "costrizione" possa
permettere la società delle donne, e che questa sia di necessità, al suo interno,
gerarchica.
E' questa l'ombra della madre, l'autorità femminile? E' questo il matriarcato?

* L'azione al femminile si configura come non-azione, la quiete indispensabile alla
stratificazione, alla preparazione dell'utero, la non-azione per la pro-creazione...
argomento per un prossimo post.

sabato 13 luglio 2013

L'amore molesto

Elena Ferrante, chi è?
Nessuno lo sa, uno pseudonimo che protegge la privacy di una scrittrice o di uno scrittore. Ma questo non ci interessa, il fatto che l'autore non voglia presentare una sua immagine pubblica non muta il valore della sua opera.
L'amore molesto, Il giorno dell'abbandono, La figlia oscura, L'amica geniale, La Frantumaglia, Storia del nuovo cognome.
A parte La Frantumaglia, libro-intervista sullo scrivere che non ho trovato molto interessante, tutti gli altri lavori sono romanzi di "genere", nel senso che l'autore indaga il genere femminile.
Ne L'amore molesto (da cui l'omonimo film di Martone) il rapporto madre-figlia si esprime all'ombra di un riferimento virile: tutte e due finiranno per cedere al fascino  del vecchio boss malavitoso.
Ne La figlia oscura una spiaggia e l'estate fanno da palcoscenico ad una violenta lotta di gerarchia femminile.
Ne Il giorno dell'abbandono (qui la versione filmica è di Roberto Faenza) la separazione di una coppia serve all'analisi del femminile e di ciò che ne resta, quando le viene sottratto il maschile.
L'amica geniale indaga il femminile e il suo ruolo nel contesto di mafiosità napoletana.
Devo ancora leggere l'ultimo, Storia del nuovo cognome, in cui ovviamente mi aspetto di trovare altri elementi ancora di questa sincera fotografia del femminile contemporaneo.
Di fronte a questo panorama il lettore non potrà che fare i complimenti all'autore per le sue capacità di svelare una condizione che sfugge, per lo più, alle donne stesse. Potrà anche spingersi oltre e identificare i tratti di questo femminile come i sintomi di una condizione nevrotica, come il prezzo della destrutturazione sociale del femminile. Gli uomini cioè, sciolti dal sociale, si disperdono in nulla, in effimere cazzonerie, mentre il femminile invece, fa quella roba lì: il quadro svelato dalla Ferrante, un panorama che non saprei definire altro che "disperato".
Ma questa è, fondamentalmente, la disperazione che già il postmoderno nasconde sotto il suo consumismo. Se vogliamo andare oltre dobbiamo affrontare il nodo di quella desocializzazione, e provare ad immaginare quindi una dimensione sociale della sessualità e della fertilità femminile. Ma per farlo è indispensabile, ovviamente, una percezione realistica del femminile e delle tensioni che lo muovono.
Per la fisiologia dei nostri corpi, se il maschile è da intendersi convergente, cooperativo e conviviale (al di là di ogni stereotipo, la scienza oggi è costretta a riconoscere questo nel comportamento degli spermatozoi), il femminile è allora da leggersi divergente e "parcellizzante" (nel senso che ad ogni utero interessa volgere a sé le risorse disponibili). E questa tendenza, che socialmente è una spinta ad una frammentazione familista, a livello individuale si presenta come un dato di pura e semplice violenza. La società delle donne può allora rappresentare il modo ragionevole di contenere quella violenza, di irregimentarla in una strutturazione gerarchica finalizzata a gestire la demografia.
Il maschile invece, alla violenza ci arriva quando si lascia desocializzare, sposandosi e quindi entrando nell'orizzonte della struttura gerarchica delle mogli e delle loro aspettative. Quell'uomo, ora aggressivo e competitivo, è disponibile alla violenza che gli deriva da quel tradimento. La gerarchia (sia quella interna ai ranghi di un esercito, sia quella tra gruppi sociali o etnici), proiettata sul maschile, diventa allora inevitabilmente un presupposto di massacri e genocidi.
La guerra è vecchia quanto... la monogamia!


martedì 2 luglio 2013

Esecutori e Mandanti - Gender Pollution

In un'ottica di genere, per ogni azione maschile dobbiamo cercare una corrispondente "motivazione" femminile.
Se il maschile costruisce dunque una società competitiva, lo fa solo perché ha "sposato" una motivazione femminile che gli chiedeva, evidentemente, di fare in tal senso.
La piramide gerarchica delle nostre società solo in apparenza è fatta di uomini, in realtà dovremmo immaginarvi, al loro posto, tutte le loro mogli e, soprattutto, tutte le richieste di quelle mogli!
La monogamia dissocia ogni uomo dalla dimensione collettiva e compositiva della fisiologia maschile, per ributtarvelo in senso competitivo ed individualistico.
Sposandosi, ogni donna permette ad un uomo di sentirsi un po' "capo", a qualunque gradino sociale si trovi, senza bisogno dunque di alcun reale confronto maschile, senza bisogno di "prendere le misure" della virilità di ciascun altro maschio. E se fa un po' la stupida... è solo per farglielo credere meglio!




Looking at gender, for each male action we must try to find correspondent female "motivation".
If masculinity builds a competitive society, it is because he "married" a female  motivation which is asking to do so.
Hierarchy pyramid of our society looks it is made by men, but in reality, we can imagine where men are there are always their wifes behind asking him to do things.
Monogamy disassociates every man from collective and compositive dimension of male physiology, moreover it reproposes them competitive and individualistic way.
Every married women authorizes men to feel himself a bit "leader", from whatever social class he came. Men doesn't need to "measure" themselves with other men. And if women looks like a bit stupid...it is only to make men to be sure of it!