fondamentalismo della modernità

"Potremo esultare alla morte di dio
solo quando avremo un'alternativa all'individualismo."

mercoledì 27 giugno 2012

Falli e orti


I romani erano soliti esporre nei loro orti, a propiziarne la fertilità, falli di legno. I greci invece, con la stessa finalità, organizzavano processioni con statue di enormi falli di legno chiamate phallophorie.






Ma i mitologi sono concordi nell'attribuire al fallo un significato di potenza virile. Come mai allora queste culture l'hanno preso a simbolo di fertilità invece di un più consueto simbolo femminile? E' l'utero che è fertile e fin dalla preistoria la fertilità è stata rappresentata da statuette femminili con culi pingui e tette in soprannumero.
Proponiamo una soluzione a questo enigma che non si basa sugli studi classici e che non ha bisogno di scomodare Priapo e Dioniso.
Nella nostra esperienza di orticoltori ci siamo trovati nella necessità di correggere un terreno particolarmente argilloso. Fukuoka suggerisce il metodo di sotterrare legno, e noi l'abbiamo sperimentato prelevando dai boschi limitrofi legno marcescente raccolto a terra e sotterrandolo nelle prode. Il metodo ha dato ottimi risultati ed ha prodotto un effetto collaterale sorprendente: funghi ovunque e tra questi una quantità industriale di uno in particolare del genere Phallus (nel nostro caso la varietà Mutinus canino).



Forse sia i romani che i greci hanno adottato questo simbolo non tanto per stupida superstizione quanto per trasmettere un metodo di coltivazione. Un metodo che, con l'aumento di un consumo di carne e relativo allevamento, si è poi perso soppiantato dall'uso esclusivo del letame.
Attualmente anche noi, per la presenza in azienda di tre cavalli, abbiamo abbondanza di letame, ma continuiamo a sotterrare col letame qualunque tipo di  legname (escludendo ovviamente i materiali con colle e vernici) e di scarti della produzione di legna da ardere (ramaglia, cortecce e segatura).
Agli amici orticoltori, unica categoria che in quest'epoca ci sembra possa avere un portato rivoluzionario, suggeriamo di sperimentare questo metodo che arricchisce il terrano nei tempi lunghi, ma fornisce anche ottimi risultati sin dal primo raccolto.
Appendere un grande fallo di legno alla recinzione del nostro orto, in fondo, potrebbe essere un modo per segnalare un orto coltivato con un metodo ecologico che mette in sincronia l'orto con la pulizia del bosco, quindi l'alimentarsi col riscaldarsi... due fra le prime necessità fondamentali da soddisfare e forse anche tre, a pensarci bene...
Nelle esperienze pratiche, alimentazione o agricoltura, ci si può trovare nelle stesse condizioni di altre epoche storiche e contesti culturali: gli alberi non sono cambiati così tanto dai romani ai nostri giorni, la terra è la stessa e non ci stupisce quindi di aver riprodotto, usando elementi che non sono mutati, lo stesso fenomeno a distanza di due millenni.
Forse, la mitologia non è che il degrado di una reale conoscenza...

domenica 24 giugno 2012

Carne e fisiologia, le ricerche del dott. Varkj


"Mangiare prodotti animali di specie mammifere provoca fenomeni infiammatori"

"Ridurre il consumo di carne di mammiferi riduce il rischio di artrite reumatoride, 
asma e sclerosi multipla".



Se razionalità e ragionevolezza fossero tenute in debita considerazione, queste scritte
dovrebbero campeggiare su tutti gli alimenti con ingredienti di origine di animali mammiferi
(carne, latte e formaggi). Se non ci permettiamo questa sensatezza è solo perché alla salute,
nostra e dei nostri figli, anteponiamo dei motivi banalmente economici (chi produce carne
non può non mangiarla!) ed un'immaturità sessuale che ci fa privilegiare ciò che è gustoso
(vedi il post "Gusto e alimentazione").
Perché sostengo questo? Perché é proprio l'assetto individualistico di questa società, col suo
infantilismo e la sua esasperazione del gusto, che ha rimosso il dato empirico di queste
ricerche, ormai risalenti ai lontani anni '80.




il medico indiano Ajit Varki

<< Nel corso dei suoi studi Varki si accorge che il nostro sistema immune reagisce contro un certo acido sialico, si chiama acido N-glicolil neuraminico (Neu5Gc). «Che strano - pensa - acido sialico ce n' è sulla superficie di tutte le cellule di tutti i mammiferi e ha tantissime funzioni». Ma presto si rende conto che l' uomo fra tutti gli animali è l' unico a non avere Neu5Gc e non solo l' uomo di oggi. Anche gli ominidi di 900 mila anni fa erano senza Neu5Gc. Per saperlo Varki s' è messo a lavorare col paleontologo Juan Luis Arsuaga: hanno studiato ossa fossili prese a Atapuerca. A un certo punto dell' evoluzione insomma si è perso Neu5Gc: al suo posto gli uomini hanno un altro tipo di acido sialico, Neu5Ac. La differenza è molto piccola, solo un gruppo OH appiccicato ad uno dei due rami della molecola. Le scimmie come tutti gli altri mammiferi hanno Neu5Gc, e Varki si era messo in testa di voler capire perché. Neu5Ac (quello dell' uomo) è il precursore di Neu5Gc e c' è una proteina - enzima - che trasforma Neu5Ac in Neu5Gc. Ma il gene che serve alla sintesi di questa proteina nell' uomo è mutato, la corrispondente proteina non funziona e così non si forma Neu5Gc. Varki si stava convincendo che forse è proprio questa proteina appena diversa a far sì che l' uomo sia uomo e lo scimpanzé scimpanzé(...)
Ma c' è di più, l' uomo è diverso dalle scimmie anche per la suscettibilità a certe malattie del sistema immune: artrite reumatoide, asma o sclerosi multipla colpiscono solo l' uomo, mai le scimmie. Cosa c' entra con l' acido sialico? C' entra. L' uomo non ha Neu5Gc ma da secoli mangia prodotti animali pieni di Neu5Gc, carne e latte per esempio. Così nel nostro sangue si formano anticorpi anti Neu5Gc che determinano poi reazioni infiammatorie, ma anche le malattie del cuore e il cancro potrebbe avere quell' origine lì. Varki e Gagneux si sono precipitati in un supermercato, hanno preso agnello, maiale e manzo, pieni di Neu5Gc, e ne hanno mangiato quanto potevano. Nei giorni successivi si sono accorti che nel loro sangue cominciavano ad esserci anticorpi contro queste Neu5Gc che nel frattempo si incorporavano nelle membrane delle loro cellule. >>

http://archiviostorico.corriere.it/2008/settembre/06/Uomo_scimmia_proteina_sapiens__co_9_080906081.shtml



P.S.  Questo è un dato fisiologico, punto. Né più né meno della necessità che abbiamo della vitamina D:
se tratti bene un bambino ma lo privi del sole ti verrà rachitico... se lo tratti male ma gli dai ogni tanto una pastiglietta di vitamina D ti verrà magari imbecille ma non rachitico!
Siamo abituati a trattare il problema della carne e dei suoi derivati nella nostra alimentazione come una questione di etica ma questi dati non sono etici, sono banalmente fisiologici. Non è detto che nei prossimi anni potremo permetterci questi livelli di assistenza sanitaria, e forse la crisi avrà il merito di farci intensificare l'aspetto preventivo.


martedì 19 giugno 2012

Sull'affetto


Sovrappensiero consideravo le condizioni della cagna accucciata in cucina: patisce
il clima ed il suo precario stato di salute potrebbe risentirne, ma per il caldo di 
questa estate, purtroppo, non posso proprio farci niente. Che stupido che sono, 
pensavo, ad affezionarmi a qualcuno che sta per morire!
E in effetti è così. Mi hanno chiesto di tenere questa cagnetta venuta d'impaccio
in mezzo a un divorzio: a quindici anni è decisamente vecchia e cataratta e 
displasia dell'anca sono l'annuncio evidente di quel "parossismo" di malattie cui i 
cani sono soliti abbandonarsi dopo averci regalato anni di salute e vitalità.






L'affetto è gratuito, questo lo sanno tutti, ma c'è di più: l'affetto non si
sceglie e sorge spontaneo con chi c'è! E' la presenza reale, è la convivenza di 
fatto quella che conta, non quella voluta o desiderata.
E così dovrebbe accadere anche nel branco umano. Che problema c'è a riempire case,
cascine ed ecovillaggi di sorta? E' sufficiente lavorare  un po' fianco a fianco, 
condividere il cibo, scaldarsi allo stesso focolare... e l'affetto dovrebbe 
crescere inosservato ma inesorabile, complice il tempo passato assieme.
E invece no, tutti si dà per scontato che ciascuno pensi al suo interesse e nessuno
rischia la comunione dei beni laddove manchi l'intimità d'un rapporto famigliare. 
Tutti abbiamo in testa che l'affetto sia una cosa speciale, da spendersi con una 
precisa persona in un rapporto d'elezione...
Ma per quella strada non si va da nessuna parte, è quella che conosciamo già e
porta all'individualismo e alle sue strutture tradizionali. Non c'è ecologia  e non 
c'è rinnovamento sociale per quella strada, e non pensiate che basti sforzarsi un 
po' per amare il prossimo... per favore, la strada dell'amor cristiano ha già dato 
bella mostra di sé.
No, il punto è che l'affetto è questione di salute e che la salute è dunque il solo
collante sociale di una possibile alternativa al vivere moderno. Ma questo, 
ovviamente, a patto di non voler chiudere sbrigativamente il discorso dichiarandosi 
sani e accoppiati: l'amare "solo" una persona non è sintomo di grande salute, e 
spesso si struttura in forme che di fatto ci escludono a priori dal resto del 
mondo.
Usiamo l'affetto come indicatore del nostro stato di salute. Quanto affetto sono in
grado di esprimere? Quante persone sono in grado di considerare affettivamente?
Queste sono le domande reali che possiamo farci. Non abbiamo bisogno di alcuna
morale quando già abbiamo un corpo che ha tutta la voglia di dirci come sta. 
Ascoltiamolo, forse la salute può ancora stupirci dimostrandosi un po' più in là 
dell'immagine che ci siamo fatti di noi stessi.

giovedì 14 giugno 2012

Olio Santo!


La generazione del dopoguerra divideva il cibo in leggero e pesante. Donne e
bambini mangiavano "leggero", mentre al maschio lavoratore era riservata la parte
ricca, gustosa e quindi "pesante" del desco. Il mangiar "leggero" era anche la
cura, la minestrina del malato. Erano criteri minimi e poco scientifici.
Ora invece, che abbiamo saldi principi scientifici, praticamente tutto ciò che
produciamo deve fare bene. E la scienza si impegna, volenterosa, fino a trovare in
qualunque cosa una qualche sostanza che "fa bene", ed essendo qualunque cosa
composita di innumerevoli sostanze... una che può avere un qualche effetto
positivo, di per sé, ci sarà sempre!
Ecco allora il bicchiere di vino che protegge il cuore, il cioccolato che ci aiuta
coi suoi alcaloidi (buoni questi, mentre cattivi sono sempre quelli della
marjuana!), il formaggio che dà il calcio per le ossa, l'acqua minerale ormai
obbligatoria come una tassa... e finalmente l'olio, santo olio, cardine
dell'alimentazione mediterranea!
Nella triste realtà la massa corporea dell'italiano continua a crescere e si
comincia ad avere problemi con la nuova generazione di bambini obesi. Se
analizziamo i comportamenti degli italiani vediamo un consumo di grassi in costante
ascesa.



In molti arrivano alla conclusione dell'urgenza di ridurre il tenore di grassi, e
la scarsità dei risultati di questi sforzi è spesso da attribuire all'incapacità di
ridurre l'olio come condimento. L'olio contiene all'incirca il 90% di grassi, ed il
consumo procapite di 22 Kg all'anno, di cui la metà d'oliva, sembra uno scoglio
insuperabile per il nostro girovita.
Certo, l'olio è meno peggio del burro, ed ormai tutti sanno che deve essere di
qualità, extravergine e spremuto a freddo senza solventi, e che bisogna evitare
olii di colza o di palma... Ma poi si casca sulla quantità: quell'attimo col polso
girato sull'insalata finisce per fare i litri e l'olio, per sua natura, ha molta
voglia di scendere in fretta...
Ma qual'è la quantità di grassi ragionevole?
Dipende: per un inuit al polo nord è sicuramente molto, per i nostri climi e per il
nostro comodo stile di vita molto poco!

In questo post voglio illustrarvi un metodo di cottura in padella che fa il
possibile per mantenere il gusto senza usare la quantità.
Si tratta di saltare o ripassare in padella qualsiasi cosa: fette di polenta, un
riso bollito da saltare con le sue verdure, i resti di ieri da scaldare... è
perfetto per tofu e thempé che sono preparazioni già cotte che vanno solo
insaporite al momento.
Usiamo una padella d'acciaio. Fredda, la bagnamo e la scoliamo, rimarrà un velo
d'acqua che correggeremo con una presa di sale o, meglio ancora, un goccio di salsa
di soia. Questo serve a cambiare la tensione superficiale dell'acqua ed a far sì
che le poche gocce d'olio che vi faremo cadere si allarghino facilmente per tutto
il fondo. A questo punto mettiamo ciò che dobbiamo cucinare e cominciamo a
scaldare. In pochi minuti, quando l'acqua avrà finito di evaporare, quella minima
quantità d'olio ben distribuita comincerà a scaldare e darà il gusto del fritto.
Spegniamo e serviamo.
Come sempre con l'olio, anche in questo caso attenti a non andare oltre nel calore
e bruciarlo producendo sostanze pericolose per la salute. Nell'esempio vedete il
thempé, un panetto di soia gialla fermentata che, saltato in questa maniera, con
aglio e rosmarino, rappresenta un secondo decisamente gustoso.





Altri accorgimenti nell'uso dell'olio.
Un soffritto si può fare prima rosolando le verdure e poi aggiungendo le nostre
poche gocce d'olio. La padella d'acciaio asciutta deve essere ben calda e le
verdure devono tostare asciugandosi evitando che si ammollino nel loro umido. In
questo caso l'acceleratore consiste nella fiamma ed il freno nel salare, rimestare
e chiudere col coperchio. Regolatevi, le verdure dimenticate sul fuoco passano dal
dorato al rosso al bruno e al nero. Il nero è ovviamente da evitare mentre penso
che tra il dorato e il rosso si incrocino ancora gusto e salute. Quando la
tostatura è sufficiente spegnete e lasciate scendere un poco la temperatura perché
le gocce d'olio che aggiungerete non brucino ma distribuiscano la componente
"frittura" al vostro piatto.
Altro suggerimento per quanto riguarda l'insalata. Razionalmente non si può
considerare l'olio per un uso lubrificante. L'abilità nel condire l'insalata sta
nel valutare la sua delicatezza e decidere quando condirla rispetto al momento di
sedersi a tavola. Per usare meno condimento basta lasciarlo agire un po' di più.
Una nota ancora sugli ingredienti. Relativizzando l'olio si può riscoprire il gusto
originario dell'oliva, in tutte le varietà di cui è ricca l'italia.

P.S. Ricordate che una cucina senz'olio è anche una cucina senza detersivo, e che
lavare i piatti è dunque molto più comodo...

domenica 10 giugno 2012

Considerazioni sulle ferite


In quanto a forma, il mio compagno ci ha dato. Scivola su di una lamiera e cadendo
se la infila alla base del mignolo. Ci starebbero due punti e un'antitetanica, ma
non riesco a convincerlo all'ipotesi di un pronto soccorso. Non pago, il giorno
dopo mi dice "vado a far girare Opera..." (giovane cavalla dal pessimo carattere),
dopo cinque minuti me lo trovo in cucina con una gamba sul tavolo e sul polpaccio
il segno del calcio: qui ce ne starebbero quattro o cinque di punti, oltre alla
solita antitetanica, ma me lo tengo per me e vado a prendere i cerotti.
Dopo una pulizia della ferita lo vedo offrirla all'attenzione della piccola Titti,
cagnetta ereditata da un amico defunto che da un'anno vive da noi: la cagnetta
annusa ma non lecca.
Prima considerazione: i cani sono coscienti della necessità della coagulazione.
Nei giorni seguenti la stessa cagnetta si applicherà con impegno a leccare le
croste del mio compagno, con un trattamento quotidiano che dura diversi minuti. E
di tutto rispetto dal punto di vista infermieristico, dato che dopo pochi giorni,
una settimana al massimo, le ferite sono completamente rimarginate e non hanno
comportato alcun fenomeno di infiammazione.
Che storia ha la cura di una ferita?
Attualmente non è più un problema, non si muore per un taglietto ma è difficile
tenere a mente che gli antibiotici sono arrivati solo alla fine della seconda
guerra mondiale. Senza quelli era il protocollo medico inglese, lavare le ferite
con una soluzione di acqua e sale, che aveva dato i migliori risultati anche se
relativi: nella prima e seconda guerra mondiale l'uso di bombe che producono
un'infinità di schegge faceva strage per i tanti che morivano di setticemia in
conseguenza di ferite anche lievi.
Se un salto qualitativo sono dunque stati gli antibiotici nel 1945, per trovare il
precedente dobbiamo arrivare indietro fino al dott. Cesare Magati (1579-1647)
che per primo ha avuto il coraggio di contrastare la tradizione di Galeno. Tradizione
che ha origine quindi nel II sec.dc e che prescriveva un accurato protocollo teso a
"far suppurare la ferita"!
Sì, suppurare: infiammare, infettare e provocare versamento di pus, nel senso non
di far uscire quello che c'è ma di generarne di nuovo e abbondante.
Per cui per quattordici secoli ligia ai sacri insegnamenti galenici, la medicina
ufficiale si era prodigata nel cercare le migliori ricette per la suppurazione:
apertura e lavaggi quotidiani, pezzi di stoffa imbevuti di questo e quello da
infilare nella ferita...
Evidentemente per quattordici secoli era la medicina ufficiale da considerarsi la
prima causa di morte, perlomeno tra i ceti abbienti cui era riservata... Il
tentativo reiterato di procurarti una setticemia, unita alla consuetudine di
pesanti salassi, doveva rendere molto pericoloso l'incontro con un medico!
Tornando quindi al nostro dott. Magati sembra che una volta, curata
eccezionalmente una popolana ed avendola poi trovata dopo alcuni giorni
perfettamente guarita, si stupì. Non del suo intervento, perché la popolana non
aveva certo seguito le sue indicazioni ed aveva fatto di testa sua, ma della
pronta guarigione! Si era reso conto che la ferita si era risolta così bene solo e
proprio perché la paziente si era sottratta alle sue cure.
Così Magati elabora un protocollo di pulizia e rispetto dei tempi fisiologici
della cicatrizzazione, che pubblica nel libro "De rara medicatione vulnerum", e
che è ancora valido oggigiorno: "pulire la ferita, avvicinare il lembi e coprire
con un panno di lino ripiegato, stringere poco le bende e lasciare il bendaggio 5
giorni prima di sostituirlo, consentire quindi la naturale rimarginazione della
ferita..."
Sorprendente è come questo benefattore dell'umanità non abbia nessuna notorietà.
Mentre in ogni città c'è una via dedicata a Cadorna (noto psicopatico che con le
sue famose "undici spallate" ha mandato a morte centinaia di migliaia di giovani
italiani nella prima guerra mondiale), io sono riuscito a trovare solo un ospedale
intitolato al dottore e frate cappuccino Cesare Magati: a Scandiano, il suo paese
natale in provincia di Modena.
Quattordici secoli di ossequio ad una tradizione criminale! Come sembra difficile
per l'umano capire qualcosa di se stesso, eppure... sarebbe bastata l'osservazione
della cura che ha un cane per le sue ferite!

giovedì 7 giugno 2012

Case di paglia


Cara Natalie,

approfitto del blog di mio marito per alcune considerazioni sulle case di paglia
che, come tu sai, sono un argomento che mi provoca l'orticaria!
Ti ho promesso una consulenza sul tuo progetto di insediamento ma, vista
l'importanza che il farsi casa può avere per l'autonomia delle persone, mi sembra
interessante rendere pubbliche queste considerazioni. In ogni caso, felicitazioni
per aver ricevuto la licenza edilizia di una casa in paglia e terra cruda.
Premetto che non ho nulla contro la paglia, materiale che mi sembra, di per sé, un
ottimo coibente. Qui vorrei evidenziare alcuni limiti di una certa tipologia di
muratura in paglia.
In realtà le "case di paglia" sono costruite in paglia, legno e terra: la balla di
paglia come coibente, una struttura portante in legno e la finitura in terra cruda
all'esterno e all'interno. Essendo lo spessore del ballotto di paglia almeno 40 cm
e la finitura in terra cruda almeno 15 cm per parte, alla fine si ottengono muri da
circa 70 cm... ed uno dice: che bello! con un muro così coibentato mi scalderò con
niente.
E' vero, ma parziale, e la progettazione deve invece cercare di considerare la
totalità dei fattori. Te ne presento due di fattori che mi sembrano problematici -
lo spazio e la luce - comparando un muro da 70 con uno da 35 cm di spessore.



Come vedi dallo schema, dunque, lo spessore del muro comporta la perdita di un
terzo della superficie interna (e ricordo a tutti che la cubatura edilizia, per il
comune, è quella lorda delle misure esterne), e la necessità di raddoppiare la
superficie finestrata (il sole ti arriva, certo, ma dal fondo di una nicchia
profonda 70 cm). Esiste una norma che prescrive finestre per almeno 1/8 della
superficie dei locali e, se non si specifica nulla riguardo allo spessore dei muri,
è solo perché si dà inteso che tutti tendenzialmente cercano di snellire le pareti
appunto per non trovarsi i vani angusti e bui di certe vecchie costruzioni in
muratura "pesante".
In sostanza, mi sembra che la tipologia del "muro di paglia" sia frutto più di
certo sentimentalismo che di una reale pratica. E' una componente romantico-
fiabesca che non mi sembra ti si addica...

Quel che ti propongo è invece un tipo di muro che unisce i vantaggi
della terra colata con la capacità coibente della paglia.
Prendiamo la balla di paglia e tagliamo i cordini. Essendo pressata in senso
longitudinale, la balla si aprirà in falde che infileremo in un graticciato
costruito a salire inchiodando listelli orizzontali ai pilastrini in legno che
reggono il tetto, e che dovremo quindi concordare con gli ingenieri in quanto a
larghezza e frequenza. Poi si cassera fuori e dentro e si cola l'impasto di argilla
e segatura che andrà ad aderire al graticciato. Una volta scasserato il muro, da
fuori puoi fare un intonaco sottile, una glassa da mezzo centimetro di argilla
calce e sabbia in parti uguali, mentre da dentro sarà sufficiente spatolare il
materiale stesso prima che sia completamente asciutto per avere una finitura di
lusso, gradevole e salutare per gli effetti climatici della terra viva, e
decisamente comodo perché non ha bisogno di imbiancatura (per cancellare un segno
sul muro è sufficiente la spugnetta dei piatti, si bagna localmente e si riliscia).



Ancora una cosa. Tu sai cosa intendo per argilla e segatura "colati", cioè lo
sfruttare la capacità colloidale dell'argilla resa liquida che, unita alla segatura
(preferibile quella lunga di abete, e attenta alla produzione della falegnameria
dove la cerchi, per non riempirti la casa di formaldeide colle e laminati!),
costituisce il muro "leggero" ma tenace che a casa mia non ha mostrato cedimenti in
questi suoi primi 10 anni di vita.
In fin dei conti è vero che costruire un cassero sembra più costoso che
l'appiccicare argilla con le mani su balle di paglia, ma la struttura di legno che
deve reggere le balle di fatto è più complicata del tralicciato che qui ti ho
proposto. Altrettanto vale per la finitura che risulta pratica tecnicamente ed
esteticamente valida.

Ciao, Piero


P.S. Ho il massimo rispetto per gli sforzi fatti per realizzare questa casa di
paglia in autocostruzione, ciononostante casa tua cerchiamo di farla diversa!


domenica 3 giugno 2012

Miglio e autonomia


In molti si rendono conto che l'umano ha una forma e che è un vantaggio
assecondarla.
Dalla mia esperienza personale posso testimoniare che un cambio di alimentazione
avvenuto sedici anni fa, sostanzialmente la rinuncia al cibo animale e
l'introduzione di cereali integrali (attualmente a casa mia il cereale è sempre
centrale nella progettazione di un pasto), ha nettamente migliorato la mia
condizione di salute, di efficienza e di umore.
In questo post vorrei illustrare il metodo che abbiamo elaborato per il
trattamento del miglio, cereale che può essere centrale nell'alimentazione, come
lo è tuttora per vaste zone dell'africa e dell'india.
Anche in italia il miglio era il cereale più importante e garantiva l'autonomia di
interi villaggi che per esso non avevano bisogno del mulino e del forno, posti
evidenti dove una fila di sacchi di farina può essere contata e quindi tassata.
Questo avvenne invece quando il miglio fu soppiantato dal grano (farina... pane e
tasse) usato come strumento per la conversione dei pagani dall'instancabile
cristianità medievale che doveva riconquistarsi tutta l'europa, orfana dell'impero
romano. E poi di nuovo si ribadì con l'introduzione del mais quando, dalla
scoperta dell'america, questo giunse assieme  a quell'altra "semplificazione" che
è stata la patata. Il mais è molto più produttivo, anche del grano, ma le sue
caratteristiche organolettiche sono decisamente inferiori: a questo fatto si
aggiunga la sfarinatura, la cottura violenta e l'abitudine a mangiar solo
quello... ed ecco spiegata la diffusa pellagra tra i poveri.
Il miglio contiene lisina, l'unica sostanza in dotazione agli psichiatri della
prima metà del novecento che la usavano per calmare gli stati psicotici. La lisina
ha un effetto rasserenante ed il buon umore dei napoletani non viene certo
dall'acido pomodoro, ma è un residuo dei secoli precedenti quando l'intera zona
era una forte produttrice di questo cereale.
Il miglio rigenera e l'abbiamo usato con risultati eccezionali sui tre cagnetti
che abbiamo raccolto in questi anni, arrivati a casa nostra in condizioni fisiche
pietose: una settimana di polenta di miglio e vedi il pelo lucido! E' adatto
all'alimentazione dei bambini anche appena svezzati, ed è sorprendente vedere
quanto lo gradiscano. Ovviamente indicato per le persone ammalate, per gli anziani
e per quanti hanno problemi di masticazione.
La polenta che qui vi presento lo vede accoppiato con le lenticchie rosse
(decorticate hanno lo stesso tempo di cottura e sono più digeribili), come in uso
attualmente ad esempio tra i tanti egiziani poveri. E' da notare che l'accoppiata
tra cereale e legume, che fa il "piatto unico" di molte tradizioni (riso e azuki
alla giapponese, riso e fagioli neri per l'america centrale, orzo e piselli, farro
e ceci...), assomma e fornisce tutti gli aminoacidi essenziali, cioè pareggia la
pretesa "nobiltà" della carne.
Sulla storia dell'abbandono di questo cereale sarebbe interessante una ricerca, ma
in questo post sarei già lieto di fornire uno strumento utile per gente
interessata all'autonomia e alla salute.

Ricetta:

Il limite del miglio è che se cucinato da solo risulta facilmente stopposo, anche
per questo è utile cominciare a conoscerlo con le lenticchie rosse. Come
indicazione generale il cereale può anche risultare al dente mentre è essenziale
che il legume sia ben cotto, disfatto, per renderlo più digeribile. Il miglio lo
trovate nei negozi bio, le lenticchie rosse decorticate anche in qualche discount
alla metà del prezzo. Risultato: circa 30 centesimi a porzione!











Mettete in pentola miglio e lenticchie in parti eguali, sciacquate e coprite con
altrettanta acqua (2,1 lt per 1 kg di granaglia), salate e mettete a fuoco rapido
(tanto finchè c'è acqua non rischia di attaccare).
Dopo una decina di minuti abbassate la fiamma e cominciate a girare, farà
probabilmente la crosta in fondo come ogni polenta che si rispetti: tranquilli,
viene solo più soda e gustosa, e la pentola lasciatela poi a mollo che la crosta
si staccherà da sola.
Verificate la cottura (dopo una mezz'ora le lenticchie disfatte non dovrebbero più
vedersi) e girate la polenta su di un tagliere di legno.
La prima volta si mangia calda accompagnata da qualcosa di un po' gustoso, quel
che resta ripassatelo poi in padella con aromi tipo aglio e rosmarino.


giovedì 31 maggio 2012

Prostituzione pubblica


Una generazione si sta vendendo. Nulla di nuovo, l'Italia contadina s'è estinta nella fabbrica, poi nell'ufficio. Oggi, in certi ambienti, se uno fa l'educatore è probabile che lo facciano anche tutti i suoi amici: in cooperativa, una paga da fame ed il rischio costante non di restare a casa ma, probabilmente, di lavorare per mesi aspettando la promessa di uno stipendio!
Quanti sono, oggi nel nostro paese, gli occupati nell'assistenza? Quelli che non stanno più vendendo le proprie capacità nè la propria forza fisica ma, genericamente, la propria relazionalità.
Il problema del vendersi è solo che, dopo, non sei più padrone di te stesso! Se vendi le tue ore, poi non hai più tempo per fare le cose tue. Se vendi la tua forza, poi sei stanco, se vendi la tua intelligenza poi sei stupido... Questa, banalmente, la degenerazione antropologica dell'Italia contemporanea: la classe operaia ha venduto la sua forza-lavoro ed i suoi figli fanno quello che possono con quanto gli resta. Ogni generazione, mentre il PIL cresce, cala nelle sue capacità ed aspettative.
Nella pedagogia, e in quella più illuminata, si pretende di "esserci" per meglio interagire con l'utenza. Ma esserci davvero, la spontaneità, cozza evidentemente con il soldo: "pagati per mettersi in relazione", solo un nuovo tecnicismo per definire il mestiere più vecchio del mondo!
Daltronde di che ci stupiamo, in un paese che ostinatamente dà il suo voto a qualcuno a cui venderebbe volentieri anche sua figlia... l'italia ha "sdoganato" il darla via, evviva la franchezza!
Purtroppo però, lungi dall'essere un'esperienza emancipatoria, del fenomeno dobbiamo leggerne il portato involutivo. La generazione che ha venduto la propria spontaneità ed empatia poi si ritrova nel galateo virtuale del web! E, nel frattempo, fra tanta formazione professionale utile solo per ristabilire, a tavolino, quanto perso nella pratica, l'utenza è sola, abbandonata più di prima quando, in un "istituto" dove nessuno si aspettava che l'operatore "ci credesse" davvero nel suo lavoro, poteva ancora capitare che un operatore ed un utente si scambiassero un cenno umano trovandosi, casualmente, compagni nella sfiga!
Oggi no, è escluso crudelmente  dall'ideologia professionale di qualcuno che pretende di comandare la propria spontaneità o, peggio, che non sa più distinguerla dalla retorica.
La retorica è inevitabile dove la relazione è sbilanciata: l'utente può solo chiedere, l'operatore può solo dare, ma è fisiologico nelle situazioni di dipendenza, come tra un cucciolo e sua madre. E' fisiologico e va rispettato, ma questo vuol dire che bisogna assumersi la responsabilità di fare delle scelte per altre persone, e delle scelte che siano alternative a quelle che hanno condotto alla loro situazione di disagio.
L'utenza è fatta di persone che più di tutte avrebbero bisogno di vivere in un altra cultura, in un altro alimentarsi, in un'altra condivisione sociale... Un mondo nuovo che purtroppo non c'è perché chi dovrebbe costruirlo è invece lì intorno, prezzolato, a limare la propria retorica e spronare verso quella stessa informità consumista che ha prodotto l'handicap di entrambi.

lunedì 28 maggio 2012

Gusto e alimentazione


Non contiamoci palle, il gusto piace a tutti!
Chiunque, tra un alimento poco gustoso ed uno saporito è propenso al secondo. E neppure la ritengo una deformazione prettamente umana: ho personalmente inseguito un cagnetto talmente drogato di crocchette che come prima azione, quando l'ho depositato in cortile appena rilevato dal canile, è stato dirigersi deciso, annusando l'aria, verso la prima ciotola di crocchette per gatti... a mezzo chilometro di distanza!
Bisogna riconoscere al gusto tutta la sua valenza sessuale, e bisogna riconoscere che in molti casi l'opposizione a certe scelte, razionalmente valutate come ragionevoli, è proprio espressione di queste tensioni. Il dire a qualcuno "cambia dieta" spesso vien preso come indelicata intromissione, un po' come dirgli "cambia gusti sessuali".
E' appunto da questa ammissione che possiamo ripensare al nostro atteggiamento verso il cibo: certo che se ho scarse occasioni sessuali al momento buono cercherò il piacere immediato dell'orgasmo, così come se fossi veramente affamato non starei a guardare gli ingredienti sull'etichetta; ma come chiunque è in grado di distinguere il piacere momentaneo dell'orgasmo dai benefici vantaggi che un rapporto sessuale può avere sull'intera nostra giornata, così per il cibo la ricerca del gusto va affiancata alla valutazione dell'effetto che fa: il gusto degli alimenti è abbinato alla qualità dei materiali. Non si nasce "imparati", da cuccioli si tratta solo di ricevere il cibo (si spera) ragionevolmente dispensato dagli altri, mentre è l'esperienza che ci rende adulti nella consapevolezza dei distinguo e nella valutazione degli effetti.
In questo, al massimo, possiamo trovare una differenza con gli animali, che si dimostrano spesso più ragionevoli di noi. Permettetemi un altro esempio: ho conosciuto una cagna, che aveva rubato tanto prosciutto da farne un'indigestione, rimanere così stupita dal malessere fisico da rifiutare poi quell'alimento per tutta la vita.
Non si può impedire di aver fame così come non si può impedire di desiderare. Il gusto, in entrambi i campi, è l'espressione individuale dei bisogni di un certo soggetto in un certo momento, è un indicatore importante della nostra condizione: non si tratta di reprimerlo ma anzi di coltivarlo affinandolo nel riferimento al portato sociale dei suoi effetti, al di là dell'immediato.
Per noi umani l'esplorazione del supermercato, alla ricerca compulsiva del gusto che più ci gratifica, è il "normale" esercizio dell'individualismo. Mentre il "tener conto degli effetti", nell'alimentazione così come nel sesso, sarebbe la ricerca del benessere e dell'efficenza, e quindi della socialità: il "tener conto degli effetti" è un elemento fondamentale per l'allevamento della specie e stabilisce le condizioni di un'intera popolazione, le sue scelte culturali ed i suoi comportamenti.
Qui servirebbe un termine per descrivere il "benessere diffuso" che l'attività sessuale o un pasto salubre regala e protrae per l'intera giornata. E' un aspetto che tutti conosciamo, questo degli "effetti che fa", anche se una società individualista come la nostra è portata a rimuoverlo.
Non si tratta di rinunciare al gusto ma di provare a trovarlo affiancato alla salute, che lo amplifica e lo rende complesso.
Sii più sessuale! dovrebbe essere lo slogan della dieta. Niente tristi rinunce: cerca il legittimo godimento ma valuta anche l'effetto che fa!


Il gusto è di natura sessuale


Proporre un cambiamento di abitudini alimentari è indebito, sarebbe come chiedere di cambiare il proprio desiderio


Si può solo proporre una miglior adesione tra gusto e sessualità


Tieni i tuoi gusti, coltivali, e nel valutare l'utilizzo di un alimento non prendere solo in considerazione la scelta di gusto/orgasmo, ma anche la condizione in cui viene a trovarsi il tuo corpo dopo la sua assimilazione.

venerdì 25 maggio 2012

Tengo una minchia tanta


Ho sentito giusto? Avanzate delle accuse di pedo pornografia per il fidanzato di Ruby? Le avrebbe scattato delle foto ch'era ancora minorenne...
Basta! Non serve la logica, basta l'indignazione a segnalarci quanto stride, quando la legge si oppone alla fisiologia... come quella evidentemente sviluppata di Ruby!
Si è maggiorenni a diciott'anni, una volta era a ventuno, forse sarebbe meglio a trenta suonati? Come possiamo pretendere che i tempi biologici della crescita si adattino a quelli ferrei della legge? Alla pubertà i genitori dovrebbero aver reso un adolescente abbastanza responsabile da "esprimere consenso", sessuale e forse anche politico. L'evidenza di un cambiamento anatomico dovrebbe accompagnarsi alla responsabilità del proprio corpo come delle proprie azioni... Altrimenti sono gli adulti ad essere in difetto: i genitori perché non sono stati in grado di fare i genitori, ed i servizi preposti alla vigilanza ed alla tutela dei minori perché non sono stati in grado di accorgersi prima del problema.
La corporeità è il limite della nostra concezione di individuo, una concezione ancora troppo astratta che si riflette poi al momento di stabilire quali siano i suoi diritti.
Come nel caso della fecondazione, in vitro, assistita, eterologa o qualunque altro stratagemma si riesca ad inventare: che diritto ha l'individuo non fertile, non sufficientemente in forma da essere fertile, di ribaltare sulla prossima generazione i suoi problemi? Generare è da intendersi tra i diritti umani fondamentali della persona? Non basta il proprio corpo a stabilire se sono in grado di riprodurmi? Deve sancirlo la legge, anche e proprio in disaccordo col mio stato fisico?
Se c'è un diritto è quello del bambino di nascere sano da genitori sani.
C'è un limite alle ragioni dell'individuo, e questo limite è quello dettato dall'interesse generale della specie, il limite della nostra forma.

domenica 20 maggio 2012

La modernità dei gatti morti



Un'altra testimonianza degli anni '30 (vedi il post "Autonomia e salute" del 28/3/2012)
che dimostra come non sia obbligatorio star dentro all'ideologia che cerca di salvare
capre e cavoli (la malattia è fatalità, noi intanto ce la godiamo!).
Pensate quanto è stupido continuare ad investire nella ricerca quando
non vogliamo vedere i dati che già abbiamo...


<< In un esperimento senza eguali nella storia della ricerca
scientifica, con un follow up di 10 anni ( che corrispondono, in termini
umani, a circa 60 anni e 4 generazioni ), sono stati studiati gli
effetti di una dieta a base di alimenti denaturati ( cotti ) su 900
gatti, inducendo disfunzioni metaboliche e malformazioni strutturali
caratteristiche, che si aggravavano di generazione in generazione. Una
famiglia di gatti degenerati si estingue con la terza generazione, a
causa delle alterazioni funzionali troppo gravi, comprendenti
l’incapacità riproduttiva. Si è anche osservata la possibilità di
rigenerare metabolicamente tali gatti degenerati, ma sono necessarie non
meno di 4 generazioni nutrite con cibo crudo.
Il Dr. Pottenger non ha mai avuto la pretesa che quanto osservato sui
gatti possa essere valido al 100 % per gli esseri umani; sosteneva però
che le disfunzioni osservate sui gatti sono così simili a quelle
osservabili su esseri umani che seguono una dieta a base di alimenti
artificiali e denaturati, che sarebbe almeno ingenuo e imprudente non
riflettere su tale similitudine, visto l’alto grado di degenerazione
fisica nella società occidentale moderna.

“Con l’impiego di diete sperimentali controllate siamo riusciti ad
indurre alterazioni nello sviluppo strutturale e funzionale dei gatti.
Abbiamo verificato che manifestazioni allergiche e alterazioni dentali
paragonabili a quelle che presentano gli esseri umani si producono
mediante la manipolazione della preparazione dei cibi.
I gatti randagi normali vivono di topi, uccelli, rettili, insetti, pesci
e alcuni vegetali, mantenendo intatte la loro struttura e le loro
capacità funzionali generazione dopo generazione. Anche i gatti
domestici, che vivono comunque all’aperto e sono allo stato
semiselvaggio, mantengono le loro caratteristiche peculiari di
generazione in generazione.
Al contrario gatti cui viene impedito di cacciare liberamente,
assoggettati una vita facile con cibi precotti a disposizione, tendono a
sviluppare alterazioni corporee e funzionali.
In uno studio confrontiamo due gruppi di gatti, nutriti a base di latte
crudo e olio di fegato di merluzzo; unica differenza, in un gruppo
mangiano carne cruda, nell’altro cotta. La carne è per tutti costituita
da interiora, muscoli e ossa.
I gatti che mangiano carne cruda presentano un’ottimo sviluppo
maxillofacciale e una dentizione normale ( e ciononostante non risultano
perfetti come quelli randagi che da soli si cercano il cibo); il
ricambio dei denti da latte avviene senza problemi e senza ritardi;
mantengono costanti tali caratteristiche di generazione in generazione;
il tono dei tessuti molli è eccellente, così come la qualità del pelo;
il contenuto di calcio e fosforo nelle ossa è normale; per tutta la vita
si mantengono resistenti alle infezioni e ai parassiti; non mostrano
segni di allergie; in generale si dimostrano giocherelloni, curiosi,
predicibili nel loro comportamento; se lanciati da un’altezza di 6 piedi
per testarne la coordinazione, atterrano sempre sulle zampe e tornano
per giocare ancora; si riproducono regolarmente, senza difficoltà
durante il parto; la mamma partorisce in genere 5 gattini di circa 119
grammi di peso medio, che allatta regolarmente.
I gatti che mangiano carne cotta, invece, sviluppano ogni tipo di
malformazioni della faccia, delle mascelle e dei denti.
Anzitutto producono gattini tutti diversi tra loro per taglia e pattern
scheletrico( le caratteristiche fisiche non si mantengono costanti di
generazione in generazione; esistono tante differenze morfologiche
quanti sono i gatti, e nessun gatto risulta simile all’altro ); perdono
tutti i denti incisivi e la maggior parte dei molari nel giro dei 3 – 5
anni di vita, per rammollimento delle ossa alveolari; mostrano crani
allungati e ristretti, che vanno riducendosi dalla seconda alla terza
generazione; per questo, anche la mandibola e la mascella si
restringono, cosicché molti denti si ritrovano affollati o non riescono
ad erompere; molto frequenti malocclusioni da retrusione o protrusione
mandibolare; i seni frontali e gli archi zigomatici sono iposviluppati;
spesso vi sono ritardi nel ricambio dei denti; l’eruzione dei denti
permanenti è spesso accompagnata da gengive sanguinanti, rinorrea,
febbri e stato di prostrazione generale; i denti permanenti si
presentano più piccoli e di forma più irregolare; per riduzione della
crescita dall’indietro all’avanti delle ossa mascellari, i molari
possono rimanere inclusi nel ramo mandibolare; la corona di questi denti
risulta disposta perpendicolarmente alla superficie masticatoria invece
che parallelamente ( come i denti del giudizio inclusi degli esseri
umani ); l’agenesia ( assenza ) soprattutto dei denti incisivi è molto
comune; le alterazioni morfologiche sono così evidenti che basta poco
anche al non addetto per riconoscere un gatto di questi da uno nutrito
con cibi crudi; le ossa lunghe tendono ad allungarsi, a ridursi di
diametro e possono curvarsi, con gli arti posteriori più lunghi di
quelli anteriori; alla terza generazione si osserva una palese
condizione di osteogenesis imperfecta; sono facilmente affetti dalle
seguenti patologie: problemi di cuore; miopia e presbiopia;
distiroidismi; infezioni a reni, fegato, testicoli, ovarie, e vescica;
artriti; infiammazioni del sistema nervoso con paralisi e meningiti;
si osserva una riduzione del volume viscerale; uno studio microscopico
dei loro polmoni dimostra tessuti respiratori anormali; in molti casi si
ha ipotiroidismo, diagnosticato clinicamente nei gattini dalla presenza
di bozze frontali prominenti, denti sottodimensionati, mandibola retrusa
e insufficiente sviluppo dall’indietro all’avanti della faccia; la
diagnosi anatomopatologica viene effettuata nel postmortem, con
l’autopsia; le gatte sono molto irritabili e inclini alla litigiosità,
dando morsi e graffi con facilità e non fanno le fusa; i gatti maschi,
invece, sono troppo docili e presentano disinteresse all’accoppiamento
quando non un interesse invertito; è evidente un pervertimento
comportamentale, con le femmine che aggrediscono maschi piuttosto
passivi: tali deviazioni non si osservano tra i gatti che si cibano di
alimenti crudi; sono diffusissimi parassitosi e vermi intestinali;
molto frequenti allergie e disturbi dermatologici, e peggiorano da una
generazione all’altra, con un’incidenza del 100 % alla terza
generazione; le allergie più comuni sono nei confronti del latte; in
questi gatti allergici, l’autopsia rivela una lunghezza del tubo
digerente _ che si presenta atonico e ipoelastico _ in media da 72 a 80
pollici, contro i 48 dei gatti normali; gli aborti sono comuni, andando
dal 25 % delle gravidanze alla prima generazione degenerata fino al 70 %
alla seconda; i parti risultano difficili, e molte femmine ne muoiono
subito o dopo 3 mesi, per esaurimento; le gatte gravide mostrano
infiammazioni e infezioni gengivali; le femmine mostrano ingravescenti
difficoltà di concepimento, quando non sterilità ( all’autopsia si
osservano frequentemente atrofia ovarica, congestione uterina, e nei
maschi insufficiente sviluppo spermatogenetico ); la mortalità tra i
gattini neonati è alta, perché a volte nascono morti, altre sono
troppo deboli per cercare il seno materno; il peso medio alla nascita
è di 100 grammi; ma soprattutto, arrivati alla terza generazione, i
gatti degenerati sono così metabolicamente instabili che nessuno
sopravvive oltre il sesto mese di vita, ponendo così fine alla linea
riproduttiva. >>

l'articolo completo su: http://www.aipro.info/drive/File/10.pdf

Di notevole interesse anche il sito - www.aipro.info - esempio di una medicina di base,
preventiva ed economica, quelle informazioni indispensabili per gestire consapevolmente
il proprio stile di vita e la propria alimentazione nel senso della salute e dell'autonomia.




lunedì 14 maggio 2012

Impresa sessuale


Gli operai della Fiat di Termini Imerese occupano una banca che rifiuta il
credito alla loro impresa. La lotta di classe ha completato il giro. Un
personaggio con cilindro e cravatta andrà aggiunto a fianco della donna con
bambino nel quadro del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.
Ma cos'è questa cosa qui?



La banca col suo credito garantisce le condizioni per il funzionamento del
sistema: le condizioni equilibrate di un utero.
Poi c'è un dato di virilità: il duro lavoro maschile che si cede, con la
tutela del sindacato, alla capacità  manageriale di un individuo creativo:
l'imprenditore con i coglioni.
Il tutto per produrre oggetti di consumo, e di un certo consumo: la comodità
femminile.

Ecco tutto l'apparato nel suo dispiegamento che ormai ci sembra ovvio.
Solo i più ingenui pensano ancora che un'impresa potrebbe essere fatta con
soldi propri, che la virilità potrebbe essere collaborazione e che potrebbe
strutturarsi nel verso dell'autonomia più che nelle forme del posto fisso.
Ma forse questa "ingenuità" è indispensabile per permetterci di riflettere
sulla reale necessità e sulle conseguenze di quanto produciamo oggi.


venerdì 11 maggio 2012

Protocollo alimentare


Forse le istituzioni saranno le prime costrette ad un sano realismo sulle condizioni della forma delle persone loro affidate. Vi propongo qui un documento che la Comunità residenziale per disabili dove lavoro si è trovata costretta ad adottare quando, in qualche riunione con altri servizi, dei colleghi hanno cominciato a segnalarci che dei nostri utenti sei su sette potevano definirsi obesi....


PROTOCOLLO ALIMENTARE


Tenendo conto delle condizioni dell’utenza, per la maggioranza in sovrappeso e gravata dalla non indipendenza alimentare, dall’istituzionalizzazione e dall’uso di parecchi farmaci molti dei quali di natura psicoattiva, questo protocollo si occupa di come organizzare in pratica una cucina centrata sui cereali, di preferenza integrali, che privilegi la proteina vegetale, che sia ricca in fibra e a basso contenuto di grassi e zuccheri.

Alcune questioni non riguardano la scelta quotidiana del menù risolvendosi preventivamente al momento degli acquisti periodici settimanali. Si esclude quindi l’approvvigionamento di:

  • zucchero e dolcificanti. Come alternativa si suggerisce l’uso di malto di cereali per le bevande, di uva passa prugne o altra frutta secca per i dolci.
  • caffè normale o decaffeinato. In alternativa caffè d’orzo.
  • tisane di erbe, tè normale o deteinato. Alternativa il tè giapponese kukicha, normalmente privo di teina.
  • pane bianco, biscotti e dolci preconfezionati. Alternativa di “crostini” neutri di varia natura come gallette di riso, pane tedesco in chicchi, crakers di segale, fiocchi di avena, corn flakes di mais senza zucchero.
  • latte, burro, formaggi, yogurt, uova, salumi ed affettati in genere
  • maionese, creme e sughi preconfezionati, dadi per brodo ed insapori tori addittivati.
  • bevande alcoliche, zuccherine, gassate, succhi di frutta.
Per contenere la quota lipidica ed evitare conservanti ed additivi in genere, si consiglia di consultare sempre la lista degli ingredienti ed il prospetto di composizione percentuale in carboidrati-proteine-grassi fornito in etichetta per la maggior parte dei prodotti. Sempre in merito agli approvvigionamenti, per un semplice criterio di ecologia e di utilità, si esclude l’uso di acqua minerale e di stoviglie di plastica usa e getta.

Colazione e spuntini

Fornire in thermos caffè d’orzo leggermente dolcificato con malto e tè kukicha non dolcificato (eventuale latte di riso per correzioni è da contingentare).
Fornire tutto il repertorio di “crostini” neutri (eventuale frutta secca e semi oleaginosi sono da contingentare).
Incentivare una colazione sufficientemente ricca da evitare cali di zuccheri e relativi spuntini in mattinata.
Questa offerta di bevande calde e di “qualcosa da sgranocchiare” va garantita per tutto il giorno (un caffè d’orzo dopo pranzo può essere l’occasione di riempire nuovamente i thermos). L’eventuale abuso di spuntini va ragionato direttamente con l’utenza permettendole comunque di fare in quest’ambito scelte in autonomia.


Pasti principali

Un pasto si compone di un primo piatto (l’apporto principale di carboidrati), di un secondo (proteico) e di un eventuale contorno di verdura.

Una condizione equilibrata comporta, in base all’appetito, una scelta di quegli elementi in quell’ordine di priorità. Eventuali preferenze alternative (richiesta di solo secondo piatto o di solo contorno) vanno indagate per escludere sintomi di malessere (se l’utente ha fatto una ricca merenda è comprensibile che possa volere solo un po’ di verdura). Rispetto alla quantità è importante e possibile lasciare all’utenza un certo grado di autonomia, ma solo nel caso di preparazioni alimentari a basso contenuto di grassi. Sempre allo scopo di incentivare scelte autonome da parte dell’utenza, è possibile affiancare al cereale un primo di pasta.

Il cereale integrale è da considerare centrale nell’alimentazione e deve essere proposto almeno una volta al giorno. Pane e pizza, per il lento transito intestinale, non possono essere considerati una valida alternativa al primo piatto. Mentre riguardo alla pasta si ricorda la ricca tradizione mediterranea di paste alle verdure (broccoli, cime di rapa, cavolfiori…) che può rendere saltuario l’uso di condimenti al pomodoro. Riguardo al classico “risotto” si raccomanda l’avvertenza di usare il prodotto integrale.

Come secondo piatto l’apporto proteico vegetale può consistere in un qualunque tipo di legume (fagioli, piselli, ceci, lenticchie) o di preparazione derivata (tofu, temphè, seitan). Si ricorda che, mentre il cereale può anche essere cotto poco, “al dente” come la pasta, il legume va reso ben digeribile con una cottura prolungata. La carne può essere somministrata al massimo due volte alla settimana - ad esempio venerdì pesce e domenica carne - giorni fissi possono aiutare gli operatori a contenere eventuali altre richieste. Si preferisce l’uso di carni bianche (pollo e tacchino) e di pesce azzurro di piccola taglia.

La verdura può essere usata come contorno o come condimento. Per il forte sbilanciamento nel rapporto Na-K, si sconsiglia l’uso di solanacee (patate, pomodori, peperoni e melanzane), da considerarsi al massimo come condimento occasionale. Si preferiscono metodi di cottura senza grassi e si limita l’uso di olio, anche crudo. Nel condire un piatto si ricorda che l’olio, nelle minime quantità ammissibili, non può mai essere considerato per la sua funzione lubrificante.

Si disincentiva l’assunzione di frutta, soprattutto dopo i pasti, per il suo effetto fermentativo e perché, in un’alimentazione centrata più sui cereali che sulla carne, diventa eccessivo il suo effetto lassativo, contenendone l’uso al massimo per una merenda pomeridiana, ed indirizzandosi a frutta locale e di stagione. 
Agli operatori si richiede una formazione specifica sui metodi di cottura perché, in effetti, legumi e cereali integrali se non preparati correttamente possono risultare sgraditi.
Si ricorda che, per quanto rigorosamente possa venir seguito questo protocollo, la nostra possibilità di incidere sulle condizioni di salute dell’utenza è comunque parziale per il limitato numero di pasti consumati in Comunità Alloggio. Tutti gli alimenti qui esclusi saranno comunque incontrati altrove. Proporre una dieta al 2-3% di grassi in questo caso significa solo cercare di bilanciare quella al 20-30% che l’utenza realizza di fatto all’esterno del servizio. Ad un periodico controllo del peso corporeo e dei valori sanguigni si rimanda la valutazione delle condizioni di salute generali dell’utenza.
L’operatore che ha aiutato l’equipe nella stesura di questo protocollo ha una pratica più che decennale di cucina casalinga. Positiva è stata in generale la risposta dell’utenza a questa pratica alimentare nel corso degli ultimi due anni.

venerdì 4 maggio 2012

L'Utopia dell'Ecovillaggio



Sarebbe bello esistesse davvero, nascosta in qualche bosco, una
radura di convivialità serena, autosufficiente, consapevole. Un
posto, il posto giusto che rigenera e conforta l'individuo, sperso e
ancora frastornato dal chiasso, ferito d'abbandono. Sappiamo cosa
critichiamo, e allora perché non dovrebbe essere semplice fare
altrimenti? Qui s'usa il consumismo, e allora noi saremo frugali;
qui vige la proprietà, e noi metteremo in comune; qui s'impone la
maggioranza ma noi vorremmo essere tutti d'accordo...

Nell'immaginare un futuro mondo ecologico, "risolto" dal nostro male
di vivere come dalla violenza globalizzata, due sono le strade: una
vede l'ostacolo nella scarsa consapevolezza del singolo, e si
scoraggia nell'impossibilità di convincere tutti; l'altra confida
nel coinvolgimento collettivo di un nuovo modello sociale, e si
agita inquieta cercando la formula giusta.

Di questa natura è la proposta dell'ecovillaggio: una riforma
sociale capace di offrire il contesto adatto alla crescita della
persona, per una vita più sana, pulita e giusta.

E qui sta forse il limite intrinseco di un'esperienza che, seppure
minima o addirittura "sporadica" in italia, rischia di fare il suo
maggior danno nel bruciare l'intero campo della ricerca di nuovi
stili di vita e modi di stare assieme. Un limite non nei propositi
ma nei presupposti, in ciò che dà per scontato: la società.

Partire da una sostanziale accettazione dell'idea di società è
deleterio quanto l'accettazione dell'idea di coppia: la Società, 
come patto di sopportazione tra "non intimi", è conseguenza 
necessaria della Famiglia, invece troppo intima, che quel tipo di 
individui produce. Così è nella realtà dei fatti, questo è ciò che
siamo in grado di fare in certe condizioni, ma è di quelle
condizioni che siamo qui appunto a discutere.

La questione ecologica, il danno della modernità, è dunque un
problema di natura intima nel rapporto tra umano e ambiente? Ma di
che "intimità" parliamo? Qual'è la cosa di cui siamo più ritrosi a parlare?
La sessualità? Sì, se lì intendiamo il posto dei nostri maggiori impacci...

Se intendiamo "intimità" la disponibilità a riconoscerci, e
chiederci reciprocamente, onestà sui nostri "limiti" (che dovrei
citare unitamente ai pregi, da sottrarre al gioco dell'elogio, ma
questo è cosa sottile mentre è il riconoscere le proprie debolezze e
le proprie complicità che brucia!), allora non accetto che venga
circoscritta alla particolare profondità di un rapporto di coppia.
No, questa "intimità", quest'essere consapevoli dei propri limiti, è
il livello che pretendo da una qualunque convivenza. E' lo stile di
casa per chi mi viene a trovare. Qualcuno lo potrà trovare
indecente, ma a casa mia non ci sono regole, ne' assemblee:
ci sono io!

Questo potrebbe essere il criterio di un mondo non individualistico:
dovremmo fare delle nostre case un posto dove si riconosca la realtà
dall'ideologia, dove si coltivino individui consapevoli e dove la
sincerità valga come moneta di scambio in tutti i rapporti con gli
altri. La salute dell'individuo e la vitalità del suo "branco",
possono allora proiettarsi attorno a sé in una "società intima", una
società di adulti consapevoli di se stessi, e dunque "potenzialmente
intimi".

Non ci sono alternative: se non è l'individuo a produrre le forme
sociali, allora è la Società a formare gli individui, con le sue
regole e tutte le sue rigidezze. La salute, ovviamente, è il
discrimine.

Solo se siamo in grado di un confronto diretto con l'altro, possiamo
pensare di giungere a condividere una cultura della cura di sé (il
riferirsi ad un'idea di forma dell'umano come il solo criterio
legittimo per stare assieme, per nutrire un tessuto sociale, per
aggregare cultura e complessità umana), altrimenti, nonostante le
migliori intenzioni, potremo solo riformulare vecchie regole
producendo nuove contraddizioni.

Così è, nella pratica, che la maggioranza democratica non è affatto
turbata dal consenso assembleare di un ecovillaggio. Così il
comunitarismo si rivela solo un'altra forma di dipendenza. Così la
fantasia è scarsa da non sapersi inventare altro che un commercio di
carne, olio e vino buono del sud... (limiti invalicabili dello
slowfood mediterraneo).

Nel tempo in cui l'idealità democratica si dimostra ormai frusta,
corrosa di corruzione, l'ecovillaggio compare come una delle tante
forme di "insignorilimento" che spuntano come funghi nella provincia
dell'impero globalizzato, fianco a fianco con la corte cintata della
villetta a schiera e le sue telecamere.

L'umano va socializzato, è vero - altrimenti si produce proprio
l'esasperazione di quell'individualismo che critichiamo - ma non è la
retorica dell'utopia a poterlo fare. Lo può solo la cruda realtà ed
il confronto con l'adultità di chi ci sta intorno.




martedì 1 maggio 2012

Cosa c'è dietro un pannello solare...?


... l'ombra! L'ombra di una tecnologia che sembra regalarci una comoda ipotesi di sostenibilità, e invece...
E' una fottitura, una fottitura scientifica. Sull'etichetta non riportano il dato più banale: il confronto tra quanta energia può incamerare una pianta e quanta un pannello. Forse il calcolo è troppo complicato, perché in realtà la pianta si porta dietro tutto un ecosistema ed il pannello, dal canto suo, anche: tutto il sistema industriale! Non ci diciamo quanto inquina il produrlo perché quelli sono sacrosanti posti di lavoro. Non ci diciamo quanto costa smaltirlo perché quello sarà problema dei nostri figli. Non ci diciamo quanta parte di quell'impianto non ha proprio nulla di ecologico, quanto rame e quanta plastica servono per dominare e spostare quell'energia.
Il pannello solare ci evita la questione del cambiare tenore di consumi perché è questo il problema, perché ricordiamolo, indipendentemente da come se la produca, un "americano" continua a consumare come cinquanta "ugandesi". Con l'acqua calda solare si alimenta solo il circolo vizioso dell'igienismo: per debolezza proni al consumismo, una cucina troppo condita col gusto del privilegio, una montagna di piatti incrostati da affrontare col detersivo più potente e tossine puzzolenti da spurgare sotto le ascelle, quindi deodorante e doccia quotidiana obbligatoria...
Non esiste tecnologia "pulita", la tecnologia è sempre invasiva, di per se stessa. Non possiamo chiederle di risolvere magicamente i nostri problemi, possiamo solo valutare quale stile di vita adottare, e possiamo farlo anche in base alla tecnologia che comporta. Altrimenti è la tecnologia che ci prende la mano, è la rinuncia alla consapevolezza, è la sospensione del giudizio sui nostri comportamenti con l'aspettativa di farsi salvare dalla scienza, è l'ecologia ridotta a medicinale.
In questo panorama sembrano possibili solo due concezioni dell'umano. Una è apocalittica: homo sapiens è costituzionalmente distruttivo, al punto che dovremmo quasi augurarci che smettesse di riprodursi. Impasse filosofica, questa, che sta deprimendo molti sinceri ecologisti, senza peraltro aggiungere alcuno strumento critico. L'altra è l'infantilismo dei più, è l'adesione religiosa alla pratica rituale della "sospensione del giudizio con aspettativa scientifica", è l'atteggiamento di quanti non si sono resi conto del reale danno inferto al pianeta ma anzi conservano, da qualche parte, la convinzione di avere ancora dei crediti da esigere  da "madre natura".
Manca totalmente la più banale delle opzioni: quella di un umano fecondo nell'ambiente, per la sua forma e quindi anche per la sua tecnologia. Il problema non è di annullare il danno, e neppure basta ridurre l'impatto, la questione è di fare della nostra inevitabile impronta un elemento di complessità per l'ambiente. Si tratta di riscoprire la nostra parte di creatività nelle economie di una biosfera cui non è possibile sottrarsi.

giovedì 26 aprile 2012

Inquinàti dentro!


<< "Il tempo che si trascorreva lontano dagli amici pareva sempre
tempo perduto", dice mio fratello. Andare a scuola, fare i compiti,
erano attività in sé né belle né brutte, ma sgradite perché
consumavano tempo; si sciupava tempo perfino a mangiare alla tavola
di casa. Appena possibile ci si precipitava "fuori", ci si trovava
cogli amici, e solo allora ci si sentiva contenti. Per questo verso
nessun'altra esperienza successiva può mai essere altrettanto
perfetta. Il mondo era quello, auto-sufficiente, pienamente
appagato. Se si potesse restare sempre così, non si vorrebbe mai
cambiare (...) Per i ragazzi di un paese la Compagnia è
l'istituto-madre. E' un'associazione libera, un club senza sede e
senza regolamento, ma i suoi legami sembrano in quegli anni più
forti di ogni altra associazione naturale o tradizionale. Sorge
ovviamente tra vecchi compagni di scuola, vicini di contrada,
coetanei; corrisponde alle varie generazioni, anzi è uno dei modi
fondamentali di contare le generazioni in paese (...) In essenza la
Compagnia era una libera associazione coi propri pari; normalmente
non c'era un pecking order, e non c'erano veri capi. Le varie
capacità di ciascuno erano bensì conosciute e apprezzate, ma il
requisito fondamentale era quello del piacere di stare insieme da
pari a pari: o c'era questo piacere, o non c'era; e quando c'era,
le doti e i difetti personali diventavano cose secondarie. >>
(Luigi Meneghello, "Libera nos a malo", 1963)

E' difficile spiegare il "gruppo dei pari" a chi non l'ha mai
visto. Questo è il peggior danno della modernità: la perdita di
complessità umana.
Intere generazioni sono state deprivate di quel momento
fisiologico, formativo perché spontaneo, paritario e promiscuo.
Bambini sempre accompagnati, giardinetti cintati e telecamere:
l'igienismo ha vinto sulla voglia degli altri, la scuola addestra a
sopportare compagni non scelti, a competere o al massimo a "suonare
assieme" (nell'estetica di sinistra), e lo sport sacralizza il
tutto! Questo è il "danno antropologico" di cui ci avvertiva
Pasolini in quegli stessi anni, questo l'inquinamento interiore, il
"tradimento di sé" che possiamo riconoscere a fondamento della
"Civiltà del Fottere".
Come spiegare a qualcuno che "gli manca un pezzo"? Forse non è più
possibile. L'individualismo inquina di per sé, e la
desocializzazione è incontrollabile e pericolosa.
Attenti perché da quando si è cominciato a contestare i limiti
della società occidentale sono passati cinquant'anni ed il danno
non ha fatto che aumentare, fuori e dentro di noi. Certo, il gruppo
dei pari aveva dei limiti - l'abbiamo conosciuto ormai trasformato
in classe di leva militare, dove si imparava ad andare al bordello
e si escludeva l'omosessualità quale fattore di coesione interno al
maschile, e destinato fatalmente a dissolversi nella diaspora
matrimoniale - ciononostante forniva ancora, seppur rigido, quel
galateo minimo per convivere individualisticamente senza scannarsi.
Ora, con la perdita del gruppo dei pari, è cambiato il soggetto
della modernità e tra questi certamente anche il soggetto
contestatore nel verso, se possibile, di ulteriore semplificazione:
antagonismo, senso di irrealtà e l'approfondirsi di una solitudine
magari non più percepita ma non per questo meno interiormente
lesiva.
Più l'urgenza cresce, più diminuiscono le possibilità di reagire
così come il numero di persone che possano anche solo capire la
situazione in cui ci troviamo. Sappiamo benissimo come ridurre il
nostro impatto ambientale, quel che non sappiamo è perché mai ci
ostiniamo a non farlo!
E' urgente un'antropologia della socializzazione ed è
indispensabile che chi ha subito quel danno se ne renda
consapevole. E' essenziale ricostituire le condizioni in cui quella
spontaneità possa di nuovo fiorire e ricominciare a produrre
complessità. E' necessario, perché l'ecologismo non debba
dimostrarsi, di fronte al disastro, come il triste esorcismo della
vita che si sta perdendo.

mercoledì 18 aprile 2012

Virilità Antagonista

Ho trovato la risposta di Devis-Pecoranera alle tante critiche ricevute dopo un'intervista sul Corriere della sera. La trovo fondamentale, per tutti:

<<Amici miei finisco ora di leggere i commenti all'articolo uscito sul sito del Corriere, e il cuore mi batte forte mentre scrivo questa risposta. Dai più sono etichettato come un figlio di papà proprio perché ammetto di vivere in una casa di proprietà. Altri mi danno dell'evasore, chi del furbo parassita che succhia i servizi senza pagare le tasse, altri ancora mi mettono in guardia contro gli acciacchi dell'età. Ebbene sì, cari detrattori, tutte le critiche che mi si muovono sono plausibili ma riscontro l'atteggiamento tipico dello stolto che guarda il dito mentre il dito indica la luna. La mia esperienza è parziale proprio perché si tratta della vita di un singolo, di un giovane di ventisette anni che per forza di cose non può aver messo in ordine il mondo né aver dato risposta a tutti i problemi della vita. Ma rifiutare la riflessione che propongo significa precludersi delle possibilità, vivere del motto «tanto il mondo va così, che ci vuoi fare».

VIVERE DA SFIGATI - Nel mio piccolo mondo di figlio di papà appena maggiorenne ho capito qual era il mio percorso e per dieci anni ho proseguito in un'unica direzione, quella di cambiare stile di vita. Ho rinunciato a studiare agraria all'università per lavorare per cinque anni come tecnico informatico (ad oggi ho pagato cinque anni di contributi pieni su nove, a ventisette anni), dunque conosco bene il significato della parola lavoro. È con questi stipendi che mi sono comperato un pezzo di terra, due serre, un motocoltivatore e tutto il necessario per fare il contadino. È con questi stipendi che ho messo da parte una riserva di emergenza per il temuto dentista. Sono anche riuscito a starmene lontano dalla città, a capire che in montagna ci sono molte risorse fisiche e spirituali, la stessa montagna abbandonata dove vivere è da sfigati. Salvo nel mio caso in cui il giudizio vira a privilegio di pochi. A questi sono seguiti i quattro anni da disoccupato dove la mia nuova occupazione è stata il lavoro nei campi che mi ha fatto apprendere il significato della parola fatica ben più che il lavoro d'ufficio. Zappando la terra, non ci crederete, si ottiene del cibo e divengono rade le visite al supermercato. Lavorando a quattro passi da casa ho potuto vendere l'auto e iniziare un'altra attività part-time: pedalare.

PEDALARE - Proprio così, pedalare è un lavoro perché genera mobilità, la stessa mobilità per cui paghiamo profumatamente la benzina, l'autostrada, il bollo, l'assicurazione, l'ammortamento e la manutenzione di carrozze sempre più care. Ecco che le mie gambe sono diventate belle grosse e se prima andavo come una cinquecento ora scatto come una berlina. Da bravo figlio di papà ho una casa bella calda grazie alla fiamma che brucia nella cucina a legna sulla cui piastra cucino di tutto. E da grande privilegiato possiedo anche un boiler per l'acqua calda della doccia, sempre a legna. Il fuoco va acceso e tenuto vivo, non basta girare la manopola del riscaldamento. E non c'è bolletta da pagare, quella di Zar Putin per cui il nostro amato ex-premier faceva tanti viaggi in Russia. Io mi rivolgo ai boschi e vi assicuro che gli alberi non camminano fino a casa mia, né un ciocco si spacca per telecinesi. Ma non leggete queste parole come polemiche, piuttosto cercate di intuire la mia carica di ragazzo che ragiona e s'incazza per le critiche proprio perché comprende che sono plausibili ma anche venate di disfattismo. Nel mio libro, titolato appunto«Pecoranera», ho cercato di raccontare con sincerità la mia esperienza e proporre degli spunti di riflessione anziché dogmi ecologici, sociali o politici. Solo una cosa: non dite mai che io non so cosa significhi la parola fatica perché altrimenti vi invito a passare qualche giorno da me per convincervi del contrario! >>
Devis Bonanni dal Corriere 26/3/2012

Allora, possiamo pensare che sia ragionevole che Devis si paghi i contributi per la pensione e che debba ancora sforzarsi per ampliare un poco la sua dimensione d'impresa (contributi minimi circa 2000 euro/anno, che gli consentono un minimo di introiti senza obbligo di fatturazione di 7000 euro/anno, pari quindi a
583-166= 417 euro/mese netti per vivere, la legge italiana gli consentirà di costruirsi casa sui suoi terreni agricoli e potrà sposarsi e fare tanti agnellini neri, o perlomeno maculati)... ma una cosa è certa, le sue parole ed il tono della risposta dimostrano la validità della sua esperienza:

Mettere la virilità nel fare cose evita l'atteggiamento antagonista con gli altri.

lunedì 16 aprile 2012

Antimodernità?


(riporto il commento al Manifesto contro la Modernità di Massimo Fini, trovato sul blog di Luca Barbirati)




L'ossimoro contemporaneo? Trovare sul web un manifesto contro la Modernità e la Globalizzazione!
La maldestra iniziativa del Sig.Fini mi fa quasi venir voglia di stilare un contro-manifesto... Ma questo lasciamolo fare al populismo di sinistra: che i populismi si combattano a vicenda, la realtà non ha bisogno di proclami.
Chi si rende conto che è la propria condizione di debolezza a generare il Potere, e che non c'è nessuna incarnazione del Male da combattere, allora può darsi concretamente a cercare un'alternativa. Questo, per quanto piccolo, sarà già un movimento nel verso giusto.
Piuttosto, il Sig.Fini ci dica cosa ha identificato della sua complicità di intellettuale alla Modernità, a cosa dovrebbe rinunciare per dare il suo contributo al mondo nuovo? Purtroppo la destra è tale proprio perché non sa rinunciare al suo nostalgico attaccamento alla Tradizione.

"Se vi dicessi che c'è in Europa un Paese dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste il problema dei pendolari, non esiste l'inflazione, dove le tasse sono al 10%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il Paese che non c'è. Ma è esistito. E' esistito un mondo fatto così. E si chiama Medioevo Europeo..."
(M. Fini, art. da www.ariannaeditrice.it)

Ecco l'immaginario: una macchina del tempo per tornare a presupposte radici affondate in un medioevo fantasy. Che novità: i suoi professori a scuola non facevano lo stesso appellandosi ai greci...?
Basta, quando potremo cominciare a dire che la classicità ci ha stufato?

"Qualunque cosa affermi l'opinione popolare, qualunque cosa sostengano i classici stessi, il classico non appartiene a una sfera ideale, e nemmeno vi si attinge aderendo a una qualche ideologia. Al contrario il classico è l'umano. O almeno quello che sopravvive dell'umano."
(J.M. Coetzee, "Doppiare il capo", Einaudi 2011, p.203)

Questo può dire una critica onestamente ecologica al mondo dei padri, non cercare conforto dai nonni ma ricollegarsi all'umano, a ciò che ha resistito, se siamo ancora vivi, a qualunque opera di violenza e di civilizzazione.
Il bucolico medioevo era fatto di religiosi, guerrieri e contadini così come la disincantata modernità è fatta di intellettuali, imprenditori ed operai. Nessuno può dirsi fuori, la macchina dell'imperialismo è complessa, allora come oggi, ed ogni parte è funzionale all'intero, complice del danno. E il postmoderno, cos'altro è se non il momento della spartizione del bottino? Dislocata la produzione fioriscono gli artisti, operai volontari del regime, falangi di avanguardisti a cucire un'estetica che è solo dialettica alla violenza della rapina.
Che ogni categoria riconsegni le armi pagando la sua responsabilità, questo possiamo augurarci. E che ciascuno valuti sul suo, praticamente, la capacità di svincolarsi da quelle cattive abitudini. Solo se il mio orto produce davvero posso tener fuori l'agronomo, posso dirgli sinceramente: non mi frega che ti ripresenti oggi come biologico, spiegami piuttosto perché solo ieri consigliavi il kerosene per diserbare i finocchi o i copertoni d'auto per far crescere più in fretta l'insalata!
Chi ha visto uno spiraglio non può fermarsi alla speranza (segreta o sbandierata, fa lo stesso) di un rivolgimento materiale, di una crisi economica che costringa anche gli altri ad aprire gli occhi. E' rischioso invocare il disastro, è irresponsabile l'abbandonarsi ai propri sentimenti d'impotenza quando abbiamo invece, davanti a noi, tutto un mondo da coltivare!

Cantando o non cantando,
non so come né quando,
qualcosa di umano è finito!
[Pier Paolo Pasolini, 1974]

giovedì 12 aprile 2012

No Tav


Caro Federico,

ci conosciamo appena. Sei o sette anni fa avevo visitato la tua
azienda agricola: 1500 mq di serre con una coltivazione gestita
alla Fukuoka e vendita diretta ad una clientela affezionata.
Sono anni che abbiamo problemi con la virosi del pomodoro ed ora ci
siamo rassegnati a metterli in serra. Per questo, onde evitarmi la
ricerca di mercato, ti telefono:
Come va? Mica tanto bene, rispondi, ho fatto venti giorni di
carcere e adesso sono agli arresti domiciliari, posso andare
nell'orto sono quattro ore al giorno...
La cosa mi sorprende, in una frazione di secondo sono costretto a
rivedere l'immagine che mi ero fatto di te, evidentemente non più
adeguata. L'immagine di una persona gentile, a mio avviso non
sufficientemente "contro", che mischia un orto biologico al moderno
turismo invernale... lascia il posto ad un X difficile da
tracciare.
Ti chiedo come mai e tu mi rispondi: No Tav!
Le maglie si sono ristrette ed il potere ne ha pigliati 27 nel
mucchio e gli ha appioppato accuse di resistenza e oltraggio a
pubblico ufficiale. Il personaggio che mi sembrava fin troppo
moderato, prende le tinte virili dell'attivista.

Allora parliamo di virilità, di quella tua, concreta, che potrebbe
risolvere la necessità di verdura per un villaggio di cento persone
e che invece è girata in impresa economica. Non te ne faccio una
colpa, neppure io ho abbastanza gente attorno da poter pensare
seriamente all'autoproduzione e così, come quasi tutti, mi vendo.
Purtroppo dico, perché è un limite.
Così, invece di una fioritura di ecovillaggi per tutta la Val Susa,
noi vediamo quella virilità misconosciuta, spodestata dall'altra
versione, quella alla Che Guevara, e dal conseguente
contraddittorio con la forza pubblica.
La No Tav è una piccola guerra che va avanti da vent'anni. Una
vallata alpina "resiste" ad una ferrovia che punta a collegare il
norditalia all'europa. Ma, una volta, non era proprio il treno
quello ecologico?
Certo, voi dite che la valle è già stata sfregiata dalle autostrade
ma, non più di un mese fa, avete fatto una riunione coi proprietari
degli impianti di risalita preoccupati che i blocchi stradali
penalizzassero gli introiti.
Questo mi sembra dimostrare che non abbiate elaborato una nuova
ipotesi di stile di vita - e quella di un nuovo stile di vita mi
sembra l'unica forma di reale militanza alternativa: non siete un
nascente villaggio in grado di dare un nuovo senso ad una valle
alpina che non sia quello del turismo.
Certo, vi siete riempiti di strade, ma quelle strade, all'epoca in
cui nevicava ancora, erano soldi su cui nessuno sputava. Se
facciamo il confronto con le adiacenti a "fondo cieco", essere una
valle di transito vi ha arricchito per secoli.
Quanto all'ambiente antagonista che avete trovato come alleato,
voglio solo ricordare che da sempre i Centri Sociali vivono
banalmente di spaccio di alcolici esentasse, e mai che abbiano
prodotto qualche esperienza creativa che non fosse il vivere degli
scarti cittadini.
Sgombriamo ancora il campo da motivazioni di cautela rispetto a
verosimili sospetti di interessi mafiosi, come da ragioni di
opportunità tecnica dell'opera, che sono senz'altro importanti ma
non certo commisurati con il fenomeno e le forme di protesta di cui
parliamo. Allora che resta?

Resta che qui si vorrebbe sottrarre un pezzo di territorio alla
nazione ed ai suoi giochi di interessi, istituzioni e potere, come
fosse una riserva per la vita selvatica o un pezzo di foresta per
una tribù di Yanomami.
Così formulata mi sembra una ragionevole rivendicazione... ma con un
piccolo particolare: oggi, in italia, nessuno mi sembra in grado di
rappresentare quella tribù!

Dai, non abbatterti! Diamoci da fare, siamo ancora in tempo per
cominciare, in piccolo, nelle nostre case, negli orti e nelle
nostre imprese di tutti i giorni. Anche perché la fatica più grande
è forse quella che stiamo già facendo ora: imparare ad essere un
po' più realistici sui nostri limiti.